lunedì 27 luglio 2009

La denuncia del fanatismo religioso indù in Water di Deepa Mehta

«Ci sono più di 34 milioni di vedove in India. Molte continuano a vivere in condizioni di degrado sociale, economico e culturale, come sancito 2000 anni fa dai sacri testi di Manu». Queste le parole della regista indiana Deepa Mehta. Il film Water (l'acqua) uscito in Italia nel 2006, fa parte della trilogia da lei dedicata agli elementi e segue a Fire (il fuoco), in cui si tocca l'argomento - ancora tabù in India - dell'amore lesbico e ad Hearth (la terra), ambientato alla vigilia dell'indipendenza dell'India. La vicenda di Water si svolge nel 1938, quando il Mahatma Gandhi stava iniziando la sua lotta non violenta contro la dominazione britannica e narra la storia di Chuyia, una sposa bambina rimasta vedova a soli otto anni. I rigidi precetti della religione Indù in tema di vedovanza femminile, le cosiddette Leggi di Manu, contenute nei Dharamshastras - i sacri testi Hindu di più di duemila anni fa - impongono infatti che le spose che hanno perso il marito vengano condotte in apposite case a loro riservate in cui sono costrette ad una vita di stenti fino alla morte, i capelli tagliati cortissimi, in assoluta povertà e isolate dal mondo. Narra la tradizione che molte di loro vadano a morire annegate a Varanasi, sulle rive del torbido Fiume Sacro degli Indù, il Gange. Solo questo tipo di morte garantisce loro la salvezza totale e immediata. Il perdurare di questo atroce stato di cose nell'India dei giorni nostri e la grande commozione suscitata in Deepa Metha, hanno spinto la regista a scrivere la sceneggiatura di una pellicola che Salman Rushdie non ha esitato a definire «un'opera magnifica che affronta un argomento serio e difficile (…) dall'interno, attraverso gli occhi delle protagoniste. Toccando irrimediabilmente il nostro cuore». Non c'è che dire, Chuyia, la sposa bambina di otto anni intorno a cui ruotano le vicende delle altre vedove della casa, ha carattere da vendere, non si arrende di fronte ad una sorte ingiusta che l'ha strappata alle braccia ed alle cure amorose di sua madre, è determinata a tornare a casa e la sua sicurezza vacilla solo quando viene fatta oggetto di violenza sessuale da parte di un ricco Indiano filo-britannico. Fino a che una delle sue compagne di sventura della casa, la grintosa Shakuntala, impersonata da un'intensa Seema Biswas, non la porterà via per sempre da tutto quel dolore, nel crescendo di un inaspettato e sorprendente finale che tiene lo spettatore con il fiato sospeso fino ai titoli di coda. Impossibile non versare lacrime di commozione di fronte ad un tale spettacolo, vera e propria denuncia di un male sociale di origine religiosa che tiene l'India del ventunesimo secolo ancora legata ad assurdi vincoli che di sacro hanno ben poco e che ledono i più elementari diritti umani. Tanto da valere a questo grande film, candidato per il Canada ai premi oscar, nientemeno che il patrocinio di Amnesty International. Come ha raccontato la stessa coraggiosa regista, girare questa pellicola è stato molto difficile, dato che i fondamentalisti Indù hanno fatto di tutto - arrivando addirittura a distruggere il set indiano - affinché Deepa Metha desistesse dal suo intento di far conoscere al mondo l'abominevole piaga della vedovanza femminile in India. E infatti le riprese sono state fatte in Sri Lanka, con grande dispendio di danaro per la ricostruzione di molti ambienti fra cui i Ghats, i caratteristici bagni disseminati lungo le rive del Gange. Ed è la tremenda lotta che si scatena tra fede e coscienza ciò che è possibile leggere fra le righe di un capolavoro del cinema, come ha spiegato la stessa regista, la quale ha vissuto sulla propria pelle gli effetti devastanti, a livello civile, della cecità religiosa. Se in Earth la crudezza delle immagini delle lotte fratricide ha suscitato in noi il raccapriccio e in Fire ci siamo commossi di fronte al nascere di un amore tanto profondo tra due donne, in Water è la rabbia a farla da padrona. Per le tante vite buttate. Per i diritti umani calpestati. Per la cieca barbarie messa in atto al fine di difendere assurdi princìpi religiosi che hanno solo contribuito ad aggravare le violenze nei confronti delle donne nel mondo.

Lidia Borghi

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