lunedì 3 agosto 2009

Il cinema di Hitchcock fra tradizione e innovazione. Egocentrismo o genio senza pari?

«Era stato un uomo timido che nella vita aveva finto per intimidire, un uomo che si era esercitato fin dall'adolescenza a controllare la situazione». Così Francois Truffaut definisce Alfred Hitchcock nel libro a lui dedicato dal titolo Il cinema secondo Hitchcock. A ventinove anni dalla scomparsa di uno dei maggiori cineasti, cerchiamo di rispondere ad uno dei più singolari interrogativi che i critici di tutto il mondo si sono posti a proposito del gusto del regista di apparire in brevi cammei all'inizio dei suoi film. La prima apparizione risale al 1926, all'interno di The Lodger - A Story Of London Fog, giunto in Italia con il titolo de L'inquilino, in cui era necessaria una figura che riempisse lo schermo. Con il tempo la cosa divenne per lui una simpatica abitudine - o forse scaramanzia - fino al punto di farne una scappatoia per tenere da subito il pubblico incollato alla poltrona. Come non riconoscerlo, quindi, nella fotografia all'interno dell'appartamento in cui si svolge per intero l'azione di Delitto Perfetto, interpretato da due attori del calibro di Ray Milland e Grace Kelly ? Come non scorgerne il volto paffuto nel trafiletto di un giornale sulla scialuppa di salvataggio che ospita i protagonisti de I prigionieri dell'oceano? Dalla pellicola Rebecca la prima moglie in poi il vezzo, o quel che fosse, divenne irrinunciabile. E così lo intravediamo in una stazione ne Il caso Paradine oppure mentre attraversa la strada ne Il sospetto o ancora con una gabbia di uccelli sulle ginocchia mentre è seduto di fianco a Cary Grant su un mezzo pubblico in Caccia al ladro. Il perché di ciò sta tutto in quelle poche righe, poste all'inizio del presente articolo, che Truffaut ha dedicato al regista inglese nel suo libro. In esso il cineasta francese ripercorre tutte le vicende che hanno fatto di Alfred Hitchcock il maestro indiscusso del giallo e spiega al lettore come l'unico modo per un ex adolescente di abbattere la timidezza fosse quello di usare la volontà di stupire, ora mediante il ricorso ai cammei, ora attraverso l'uso magistrale di quell’elemento imprevedibile, indefinibile e spesso subdolo, che va sotto il nome di suspense. La suspense non è solo sospensione - del fiato – né soltanto incertezza per la sorte del protagonista, ma è anche e soprattutto ansia. Tremenda, veloce, palpitante. Tiene con il fiato sospeso, induce un riso nervoso, lacrime, fa sudare le mani e si fa timore incontrollato che tutto stia per andare a finire male per il protagonista. E Hitchcock in ciò fu un vero maestro. Non importa che la sceneggiatura risultasse scarna o squinternata e neppure che, per precedere una scena di grande paura, venisse introdotto un elemento di contorno (si pensi al danaro di cui si impossessa la protagonista di Psyco, una splendida Janet Leigh, che serve al regista per condurla fino al motel in cui troverà la morte, non alla fine e neppure a metà film, ma addirittura all'inizio). Ogni minuto particolare doveva essere sacrificato a quello stato di apnea del cuore che gli ha fatto guadagnare il titolo di Maestro del brivido. In ciò il regista si discostò non poco da quel modo classico di fare cinema, nato negli Stati Uniti, che sottostava alla regola in base alla quale al centro della storia narrata doveva esserci sempre lo spettatore, senza trasgressioni o colpi di scena. Cineasti come Wilhelm Murnau in Europa e Orson Welles o lo stesso Hitchcock in America, fecero quindi scuola in quanto autori trasgressivi ed originali che si discostarono ben presto da una tradizione nata all'epoca del muto. Viene in mente, a tal proposito, l'uso che il regista fece, ne Il nodo alla gola, della tecnica del piano - sequenza, in cui l'obiettivo della macchina da presa segue di continuo i personaggi senza stacchi. Alfred Hitchcock diceva che «la tecnica deve arricchire l'azione». Non importa se a soffrirne è il canovaccio su cui si snoda la storia. Non importa se il continuum si sgretola. Tutto ciò che può contribuire a rendere lo spettatore sempre più attaccato alla vicenda è ben accetto. E la memoria va infine al ricorso frequente che il regista fece di attrici e attori minori che sceglieva proprio in quanto dotati di visi particolari, capaci di imprimersi nella mente con facilità. Come non ricordare infatti il ghigno sadico del killer che, al momento della nota più potente suonata durante un concerto di musica classica, sta per sparare un colpo di pistola nel film L'uomo che sapeva troppo ? Il genio è tutto qui. Pochi e semplici accorgimenti che hanno reso le pellicole di Alfred Hitchcock dei capolavori ineguagliabili. Qualcuno provi a raggiungerlo.
Lidia Borghi

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