martedì 11 agosto 2009

Uomini, donne o entrambi. Il controverso tema dell'ermafroditismo nell'opera prima di Lucía Puenzo

Vincitore di tre premi al Festival del cinema di Cannes del 2007, XXY è il film che l'argentina Lucía Puenzo ha dedicato, al suo esordio come regista, ad un tema umano e sociale assai delicato, dato che la maggior parte dei Paesi, nel mondo, accusa un vuoto legislativo in merito al riconoscimento e alla tutela delle persone che vengono discriminate sin dalla nascita in quanto non appartenenti ad un sesso ben definito. Il presente articolo è stato impostato in modo da non considerare Alex maschio o femmina, nel pieno rispetto delle vite umane che in quel film vengono citate seppure in modo indiretto e che vanno sotto il nome di ermafroditi. Tratta dal romanzo Cinismo dell'argentino Sergio Bizzio, l'opera cinematografica narra di Alex, che nacque con entrambi i sessi. A dispetto di quanto imposto dalla legge argentina, i suoi genitori non acconsentirono ad un'operazione che avrebbe lasciato a loro e a loro soltanto la scelta di avere al fianco un figlio o una figlia. E ben presto si rifugiarono sulla costa paraguayana con il preciso intento di proteggere Alex da quanti, medici o gente comune, avrebbero potuto nuocere alla salute mentale e fisica della loro creatura. Fino al giorno in cui, Alex quindicenne, i due genitori decisero di invitare un famoso chirurgo di Buenos Ayres al fine di aiutare la persona che più amavano al mondo a scegliere, attraverso un taglio di bisturi, se essere maschio o femmina. Nessun'altra alternativa. Tertium non datur. L'incontro con la famiglia del medico cambierà per sempre le vite dei protagonisti ed aiuterà Alex, alla fine del film, a capire chi vuole essere. Sarà soprattutto Álvaro, figlio della coppia giunta dalla capitale argentina, mentre si scopre omosessuale, ad aiutare la tormentata creatura ermafrodita a comprendere l'importanza fondamentale di ciò che siamo veramente, della nostra identità sessuale, al di là dei contorti schemi imposti da una mentalità corrente che ci vorrebbe tutti uguali, omologati come le etichette dei barattoli di carne in scatola. I meriti di questa pellicola sono molti e in particolare la Puenzo, cresciuta dal padre cineasta a pane e pellicola, ha avuto la delicatezza di entrare in punta di piedi in un mondo, dimenticato da molti, per affrontare la questione dibattuta e tuttora irrisolta - ma di una violenza inaudita - della normalizzazione/castrazione sessuale degli esseri ermafroditi e lo ha fatto attraverso un linguaggio visivo semplice ma di un'efficacia estrema, incisivo e discreto che mai è sceso nella volgarità o nell'eccesso. Il suo intento era quello di denunciare un vuoto che è umano prima ancora che esistenziale, in quanto le persone ermafrodite vengono lasciate sole, abbandonate a loro stesse in un mondo di individui che preferiscono allontanare da sé ciò che considerano scomodo, piuttosto che adoperarsi per accogliere l'altro. E i due adolescenti, Álvaro per primo, saranno alla fine i veri ed unici vincitori, l'uno in quanto riesce ad entrare in contatto con la propria sessualità, con il desiderio ed il piacere, tirando fuori un coraggio fuori del comune, mentre Alex sarà capace, poco prima dei titoli di coda, di prendere una decisione ancor più coraggiosa in merito alla domanda che è il vero filo conduttore del film ovvero maschio o femmina? E sceglie di non scegliere. Di restare quel che è. Il non scegliere è il vero atto di coraggio dell'intera pellicola. E Alex non fa che invocare, attraverso questa decisione-non decisione, quella liberà di scelta tra corpo e identità sentita che è alla base della dignità di ogni essere, soprattutto di coloro che la società bolla come diversi e che invece sono opere irripetibili e uniche della natura. La natura non sbaglia. Sono gli esseri umani a volerla imperfetta ogni volta che evitano di accettare l'unicità di ognuno. Ogni volta che impediscono a se stessi di andare oltre. È la frase di Vando, l'amico più caro di Alex, a riassumere il senso dell'intero film: «Non importa come sei, sono qui».

Lidia Borghi

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