domenica 20 settembre 2009

Il cinema dello sguardo di Hitchcock

«Mi fa guardare da quel buco della serratura portatile?!» Così Thelma Ritter, la straordinaria caratterista di molti film hollywoodiani tra cui il mitico Eva contro Eva, mentre si rivolge a James Stewart ne La finestra sul cortile, uno dei capolavori di Alfred Hitchcock, girato nel 1954. Il buco della serratura o peeping tom - questo il termine inglese usato per definirlo - è la macchina fotografica con cui il protagonista, un fotoreporter costretto all'invalidità a causa di una gamba rotta, riesce a smascherare l'autore di un brutale omicidio, un irriconoscibile Raymond Burr. Cinema dello sguardo, etica dello sguardo, voyeurismo cinematografico sono solo alcuni dei termini con i quali è stato chiamato il gusto hitchcockiano delle riprese in soggettiva. È come se Hitchcock volesse rendere lo spettatore partecipe del suo essere un inguaribile guardone rendendolo guardone a sua volta e, per fare ciò, gli fornisce numerose informazioni supplementari che altri mai si sognerebbero procurare. E qui entra in gioco l'elemento càrdine del cinema di Hitchcock, la suspense, termine quasi intraducibile che non è solo sospensione - del fiato - ma è anche e soprattutto tensione portata allo spasimo che si fa ansia e poi paura e provoca il batticuore in noi che guardiamo, che a nostra volta spiamo. Noi che, proprio in quanto vediamo anche ciò che non dovremmo vedere, cominciamo a temere in modo serio per la sorte del protagonista. Tutto questo ci rende intimi complici di ciò che stiamo osservando con gli occhi del regista, che vengono sostituiti dalla macchina da presa e con i nostri occhi di spioni e veniamo condotti, tra gusto per il surrealismo e grottesco uso di visi, cose e situazioni, nel cuore della vicenda. Ben venga, quindi, ogni oggetto che possa condurci sempre più all'interno di una trama, spesso esile, quando non squinternata che, in tutti i capolavori del cineasta britannico, viene sacrificata a vantaggio del particolare ripreso in soggettiva stretta. E così, siamo noi stessi a tenere in mano il bicchiere di bromuro che Gregory Peck ingoia nel bellissimo Io ti salverò proprio di fronte alla telecamera e siamo sempre noi a reggere l'arma che l'assassino sta puntando alla schiena di Ingrid Bergman, prima di rivolgerla contro se stesso/noi al culmine della suspense. Il voyeurismo stilistico di Hitchcock è unico nella storia del cinema e, mentre a spiare da quell'ideale buco della serratura c'è lui, allo stesso tempo ci siamo noi. È come se il regista ci prendesse sotto braccio e ci sussurrasse all'orecchio: «Vieni, amico mio, vieni a vedere che cosa sta accadendo! Guarda lì! E stupisci!» Con questo fenomenale espediente il coinvolgimento dello spettatore è totale. Chi non ricorda, infatti, l'occhio nei titoli di testa de La donna che visse due volte? Il rimando ad un classico del brivido in bianco e nero, come La scala a chiocciola, è chiaro. Si tratta in questo caso di una pellicola in cui il vero protagonista è l'occhio dell'assassino e poco importa che sia un killer seriale, come diremmo oggi, di ragazze affette da handicap. In questo senso Hitchcock dimostra di avere un rapporto molto stretto con il cinema classico, anche se subito se ne discosta proprio per l'uso spregiudicato della macchina da presa, che è, davvero, l'attrice principale delle sue pellicole. In Psycho, per esempio, ritorna il classico della casa buia cui viene affiancato l'uso spregiudicato di tutti gli oggetti che possano suscitare in noi l'ansia. Gli uccelli impagliati, il coltello con cui Janet Leight viene massacrata nella doccia, la scala del tetro motel, la macchina da presa - ancora “lei” - che diviene Anthony Perkins/Norman Bates, l'assassino che si getta sul poliziotto e lo fa come scivolare sotto i colpi di coltello lungo la stessa lugubre scala della stessa lugubre casa, in un'unica ripresa soggettiva che mozza il fiato. Alla domanda sul perché avesse scelto di girare la pellicola in bianco e nero, Hitchcock rispose che era stato costretto dalle circostanze. Il sangue versato per girare la scena della doccia avrebbe impressionato troppo il suo pubblico. Il punto di vista della macchina da presa diviene ancora una volta, qui, lo sguardo di Bates attraverso un buco nel muro e diviene poi il nostro, che torna ad essere quello del regista, in ultima analisi. Psycho è il film in cui lo sguardo è, più che in tutte le altre opere di Hitchcock, l'attore principale, così come ne La finestra sul cortile quello stesso sguardo giunge al suo culmine, in un susseguirsi di atti di guardonismo che portano il protagonista ad un passo dalla morte pur di riuscire a stanare l'uxoricida della finestra di fronte. Un famoso slogan pubblicitario degli anni passati recita più o meno così: «Per molti, ma non per tutti». Così è il cinema di Alfred Hitchcock. E infatti è dedicato a coloro che sanno andare oltre. Oltre l'immaginazione, oltre gli schemi, oltre la realtà, oltre la fantasia e oltre il sogno. Per tornare là dove tutto ha avuto inizio, dove c'è la macchina da presa. E dietro ad essa l'occhio spione del più grande genio del cinema.


Lidia Borghi

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