mercoledì 2 settembre 2009

Tributo a Tullio Kezich. Caro Tullio, ti scrivo...

Sessantotto. Tanti sono gli anni che hai passato, caro Tullio, a scrivere di cinema e a masticarne, a viverlo fin nel profondo e senza cesure fra realtà e sceneggiatura. Perché il cinema vero, quello con l'iniziale maiuscola, quello di cui hai scritto per una vita intera, funziona proprio così, ci si sente a tal punto coinvolti dalla vicenda narrata sul grande schermo che, come accade dopo un lungo sogno, le sensazioni trasmesse dalla pellicola rimangono per ore impresse nella mente. Ricordi? Durante un'intervista che hai rilasciato pochi mesi prima di morire alla giornalista Elisa Grando del quotidiano Il Piccolo, avesti a dire: «Ho più offerte e progetti di quanta vita avrò, dovrei essere un cinquantenne per riuscire a fare tutto». E chissà se questo sconto di vita ti sarebbe stato sufficiente per portare a termine le tante opere cui stavi lavorando. Chi può dirlo? Sai, Tullio caro, che eri considerato un uomo d'altri tempi? Uno che di certo non considerava la cultura un accessorio, bensì un elemento imprescindibile per comunicare, per aprire e aprirsi la mente nel momento in cui si comprende ciò che non si conosce, per evolversi e fare ciò per cui, secondo il Sommo Poeta Dante, noi umani venimmo al mondo: “Fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza”. Chissà se, dove ora ti trovi, riesci ancora a pensare a quella volta, era il 1941, in cui scrivesti il tuo primo pezzo per le riviste Film e Cinema? Dimmi Tullio, pensavi mai, allora undicenne, che un giorno non lontano scrivere di cinema sarebbe stato il tuo mestiere? E che avresti conosciuto uomini come Federico Fellini o Roberto rossellini o Ermanno Olmi, per citare solo alcuni fra i massimi protagonisti del mondo italiano della celluloide? Sì, lo so, divenisti giornalista a tutti gli effetti solo cinque anni dopo, nel 1946, lavorando per il periodico Caleidoscopio e per Radio Trieste. La seconda guerra mondiale era terminata da un anno circa e la tua città, Trieste, era stata divisa in due zone, una per gli Italiani e l'altra per gli allora Jugoslavi. Tempi duri, quelli e tanto amaro in bocca per la perdita di territori che erano italiani a tutti gli effetti. E quanti sfollati. E quanti morti. Ricordi? Sono gli anni in cui iniziasti ad occuparti del Festival del cinema di Venezia e, a partire dal 1950, collaborasti alla rivista Sipario, che dirigesti dal 1971 al 1974. Fu poi la volta delle tue storiche collaborazioni con Rassegna del cinema, Cinema nuovo, Settimo giorno, Settimana Incom, Panorama, La Repubblica e Il corriere della sera. Non rammento bene quando iniziasti ad occuparti di produzione cinematografica, sceneggiatura, scrittura di saggi a tema e di opere teatrali, del resto la tua vita fu tutt'uno con la tua professione, che consideravi sacra come i tanti rapporti umani e di amicizia intessuti lungo tutto l'arco della tua vicenda terrena. Queste esperienze sono tutte pietre miliari che segneranno per sempre il cammino, spesso impervio, di coloro che vogliono intraprendere un mestiere che, se fatto con amore, è in grado di toccare il cuore della gente, di farla sognare, di far sì che la mente viaggi e cominci ad immaginare. Ecco perché sarebbe riduttivo parlare di te come di un semplice critico cinematografico. Tu riuscivi ad andare oltre. A trasformare il giudizio, a volte negativo, su un nuovo film, in un proficuo spunto di riflessione, sottolineando soprattutto gli elementi positivi, tanto che i difetti passavano in secondo piano. Solo una grande persona avrebbe potuto fare tutto ciò. E questo a te è stato possibile perché non ti limitavi a visionare una pellicola, ma andavi direttamente dal regista e dagli attori, parlavi con loro, ne diventavi amico e il gioco era fatto. Per conoscere veramente una persona occorre frequentarla, apprenderne pareri e gusti, trovare punti di contatto, andarle incontro. E tu facevi appunto questo. Per passione ancor prima che per professione. L'amore per la settima arte ti ha portato lontano, Tullio mio. Quell'amore lo hai tenuto dentro di te per tutta la vita e oltre. Ne hai fatto preziosa testimonianza per chiunque, un insieme di emozioni ad imperitura memoria. E il fatto di sapere che nessuno sarà in grado di prendere il tuo posto non fa che confortarmi. Dalla stampa ho appreso che hai scelto di non avere un funerale e che la tua salma è stata cremata. E chissà se, nella tua Trieste, a qualcuno verrà in mente di intitolarti il solito slargo seminascosto oppure un giardino pubblico, come quando si dà una pacca sulla spalla a qualcuno che non si stima più di tanto ma che si è costretti a frequentare? Il perché di ciò che facciamo risiede nelle nostre azioni, la nostra vita è e sarà il nostro messaggio lasciato al mondo dopo la morte e mai, come nel tuo caso, amico mio, ciò è tanto vero. Riposa, ora, Tullio. Riposa nei Campi Elisi del cinema.

Lidia Borghi

1 commento:

  1. Sto cercando di capire come funziona: scusa se nel tuo blog sta succedendo troppo movimento incomprensibile: ti seguo, non ti seguo, crema vaniglia, angela siciliano...son sempre io. Comunque se ci riesco ad un certo punto dovrei essere una tua lettrice fissa. Questo in ogni caso. Quindi spero che arriveranno parecchi post interessanti, spesso!

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