giovedì 10 settembre 2009

Victor Victoria. Travestitismo in stile rétro nel capolavoro di Blake Edwards

Nel 1982 uscì nelle sale cinematografiche la commedia musicale Victor Victoria di Blake Edwards la cui trama, liberamente ispirata al film Viktor Und Viktoria, del regista Rheinhold Schünzel, (Germania, 1933) narra le vicende di due squattrinati personaggi, il soprano Victoria Grant e l'attore gay d'avanspettacolo Carole Todd, soprannominato Toddy. Sarà quest'ultimo ad inventare il personaggio che darà ad entrambi fama e denaro in un susseguirsi di gag e di esilaranti equivoci che forniscono al regista il pretesto per sondare i fragili confini della sessualità umana. Parigi, anni '30. Carole è appena stato licenziato dall'impresario del locale in cui si esibiva per aver causato una rissa, mentre Victoria è alla disperata ricerca di una scrittura che le dia la possibilità di sopravvivere. Dopo essersi conosciuti in circostanze alquanto rocambolesche, Victoria e Toddy si recano nell'appartamento di quest'ultimo dove l'uomo, che ha intuìto le indubbie doti canore della ragazza, le cuce addosso il personaggio del conte polacco omosessuale Victor Grezhinski. Victoria non dovrà fare altro che fingersi un uomo che si finge una donna ed il gioco è fatto. Tempo un mese e Victor viene lanciato sulle scene. Il successo è assicurato ma il destino è in agguato. La donna si innamora di un gangster statunitense con pupa e guardia del corpo al seguito e, alla fine del film, dovrà scegliere. Successo o sentimento. Sarà ancora una volta Toddy /Robert Preston a risolvere la questione, lasciando che Victoria/Julie Andrews viva la sua storia d'amore con il boss King Marchand/James Garner e rivelando al mondo che è lui il vero ed unico conte Grezhinski ovvero un uomo che sul palcoscenico si finge una donna che recita nei panni di un uomo. Vincitore di un premio Oscar nel 1982 per la colonna sonora dell'impareggiabile Henry Mancini - qui con Leslie Bricusse - nonché di un Golden Globe a Julie Andrews come miglior attrice protagonista, il film si serve del tema del travestitismo non solo per fare cassetta ma anche per affrontare l'eterno contrasto tra l'apparire e l'essere. La trama di Blake Edwards, nel momento in cui mette in dubbio la fissità dei ruoli sessuali imposti dalla società, fa sì che lo spettatore si interroghi di continuo sull'identità sessuale dei protagonisti. E infatti, mentre il vero maschio di tutta la vicenda, il boss americano, non riesce a capacitarsi di essersi innamorato di un uomo - cosa del tutto possibile se Victor fosse stato tale - Victoria si sente del tutto a suo agio sia quando indossa i costumi di scena sia dietro le quinte, quando riveste i panni del suo sesso di appartenenza e non si riesce più a capire dove finisca la realtà e dove inizi la finzione. È la vita stessa ad essere così. Al di là degli infiniti stereotipi di genere, delle etichette e dei pregiudizi, quel che conta è, sempre e comunque, ciò che ognuno sente di essere, al di là delle maschere o forse proprio grazie ad esse, nel momento in cui il travestitismo non fa che rafforzare l'identità sessuale o quella di genere. Ed è quello stesso travestitismo - ampiamente utilizzato nel teatro a causa del divieto per le donne di recitare (viene in mente il capolavoro di Chen Kaige Addio mia concubina) - che il regista non sfrutta mai per giocare sull'ambiguità sessuale ma per abbattere il muro del pregiudizio con l'unico mezzo che conosce, quello della commedia brillante (molti ricorderanno A qualcuno piace caldo di Billy Wilder). E ci riesce in pieno. Senza malizia e senza vergogna, quella stessa che Toddy smonta nelle poche battute di un divertente botta e risposta con Victoria: «Ti dovresti semplicemente vergognare!
- Oh, la vergogna è un sentimento negativo inventato dai pietisti al solo scopo di sfruttare la razza umana.
- E questo chi l'ha detto?
- Io l'ho detto, questo.
- Tu non credi nella vergogna?

- Io credo soltanto nella felicità».

Lidia Borghi

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