martedì 3 novembre 2009

Il Pranzo di Ferragosto

Marina Cacciotti, classe 1923, Maria Calì, nata nel 1921, Grazia Cesarini Sforza, del 1918 e Valeria De Franciscis, anno di nascita 1915, sono le attrici - non professioniste - protagoniste del film di Giovanni Di Gregorio Pranzo di Ferragosto. Uscito nelle sale italiane nel 2008, ha messo d'accordo tutti, pubblico e critica, nonostante il budget ridottissimo, si dice di 500.000 euro e la durata di soli 75 minuti. Di Gregorio ha lavorato a lungo come aiuto regista con Matteo Garrone e vanta un Curriculum filmico di tutto rispetto pure come sceneggiatore (Gomorra) anche se, prima dell'anno passato, mai si era cimentato nella regìa. Il risultato è stato un film godibile e scorrevole (vincitore del premio Venezia Opera Prima “Luigi De Laurentiis” alla sessantacinquesima Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia) che riesce a strappare ben più di qualche sorriso, anche se, a volte, un po' amaro. Una commedia all'italiana che viaggia sul solco di una tradizione ormai consolidata, garbato ma implacabile come una storia di Nanni Loy, spiritoso e cattivo, come lo ha definito Maurizio Porro dalle pagine de Il Corriere della sera. La vicenda è quella di Gianni (Giovanni Di Gregorio), figlio non più giovane di un'impegnativa e dispotica madre ultra novantenne (Valeria De Franciscis), costretto a tribolare ogni giorno per mettere insieme il pranzo con la cena. Pieno di debiti e perciò mal visto dai condòmini, durante un afoso giorno di agosto riceve la visita dell'amministratore del condominio (Alfonso Santagata) il quale gli chiede per l'ennesima volta di saldare le spese. Gianni non ha il becco d'un quattrino e, quando l'uomo gli propone l'azzeramento di tutti i debiti in cambio di un favore, egli accetta senza battere ciglio. E si vede piombare in casa due vecchiette, la madre (Marina Cacciotti) e la zia (Maria Calì) dell'amministratore, il quale passerà così il Ferragosto alle terme. Insieme all'amante. E non finisce qui. Colto da un leggero malore, Gianni chiama il medico curante (Marcello Ottolenghi) il quale, dopo averlo visitato, gli chiede di tenergli la madre (Grazia Cesarini Sforza) durante il suo turno di notte in ospedale, in quanto la badante rumena è tornata in patria. E lui accetta un'altra volta. Così, quello che sembra essere un incubo per il protagonista, si rivelerà l'inizio di una vicenda umana - dal finale inaspettato - in cui l'amarezza del vivere quotidiano fa da contrappunto alle esigenze - e ai capricci - di quattro donne anziane, tutte bisognose di cure, attenzioni e ascolto. Tra le righe di questa storia, girata in pochissimo tempo ma mai banale o superficiale, si leggono i nomi più illustri del nostro cinema, da Risi a Monicelli, passando per Scola. «Figlio unico di madre vedova, ho dovuto misurarmi per lunghi anni, da solo (…) con mia madre, personaggio di soverchiante personalità, circondato dal suo mondo. (…) Ho conosciuto e amato la ricchezza, la vitalità e la potenza dell'universo dei “vecchi”. Ma ho anche visto la loro solitudine e vulnerabilità in un mondo che cammina a passo accelerato senza sapere dove va perché dimentica la sua storia, perde la continuità del tempo, teme la vecchiaia e la morte ignorando che nulla ha valore se non la qualità dei sentimenti. Nell'estate del 2000 realmente l'amministratore del condominio, sapendomi moroso, mi propose di tenere sua madre per le vacanze di ferragosto. In un sussulto di dignità rifiutai, ma da allora mi chiedevo spesso cosa sarebbe potuto succedere se avessi accettato. Questo è il risultato. Per le attrici (...) ho scelto delle signore che non avevano mai recitato, prive di vizi formali, in base alla forza della loro personalità. Durante le riprese mi hanno travolto, la storia cambiava in base ai loro umori ma l'apporto, in termini di spontaneità e verità, è stato determinante. Alcune riprese le ho addirittura rubate. (...) il dottore e l'amico di Trastevere sono realmente miei amici d'infanzia. In quanto a me, ho interpretato il ruolo protagonista perché in fase di preparazione, mentre spiegavo all'equipe che occorreva trovare un uomo di mezz'età, più o meno alcolizzato, che aveva vissuto per anni con la madre, tutti i visi si sono rivolti molto seriamente verso di me». Infatti nessuno, meglio di Giovanni Di Gregorio, avrebbe potuto impersonare il Gianni della vicenda, un uomo che la vita sembra aver messo con le spalle al muro quando, queste tenaci vecchine, per nulla indebolite dagli acciacchi dell'età avanzata, gli danno una possibilità di riscatto almeno morale. Dapprima impacciate a causa della convivenza forzata, a poco a poco si addolciscono, a cominciare dalla madre, la quale acconsentirà ad organizzare un pranzo di Ferragosto in piena regola, con tanto di servizio buono di piatti, posate e bicchieri, quello che si tira fuori alle feste comandate o per le occasioni importanti. E i soldi? Ci pensa una delle ospiti a tirare fuori dal grembo alcuni fogli da cento euro, con cui il protagonista potrà acquistare gli ingredienti per mettere insieme un pasto completo, dall'antipasto al dolce. I problemi di pressione e colesterolo alti verranno messi, almeno per qualche ora, da parte e il pranzo scorrerà in serenità in un appartamento sgarrupato, di un Trastevere deserto, di un'accaldata Roma ferragostana. E così l'idea vincente di un ottimo regista esordiente si trasforma in un prodotto gradevole, complice un montaggio azzeccato e una sceneggiatura che pesca a piene mani dalla realtà. Il film è quindi uno spaccato, come ce ne sono tanti, ora commovente ora divertente, di umanità italiana dolente che si arrangia a vivere come può in mezzo ad un deserto che è mentale ancor prima che fisico.


Lidia Borghi

2 commenti:

  1. Tenero e crudele questo film. Quasi una metafora sulla nostra impotenza o al contrario sul nostro potere sulla vita.

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  2. Grazie per il commento. Ogni tanto vado sul tuo bellissimo blog e mi perdo fra i tuoi post. Ah, tempus fugit! Un caro saluto!
    Lidia

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