venerdì 4 dicembre 2009

Intervista a don Luigi Ciotti

In attesa di pubbicare i miei prossimi articoli, ne ripropongo uno fra quelli che uscirono nel 2007 in formato cartaceo su Fresco di stampa, il mensile aversano che oggi è un magazine dedicato alla vita e alle vicende di Terra di Lavoro, come viene definito l'Agro Aversano da coloro che ci vivono. Fu per me un onore immenso poter intervistare questo piccolo grande uomo che ha dedicato l'intera esistenza alla lotta contro tutte le mafie




La costruzione della legalità in Terra di Lavoro. Da dove si può cominciare?
Prima di tutto non dimenticando che la legalità è la saldatura fra la responsabilità e la giustizia. La responsabilità chiama in gioco la parte, le scelte e i doveri di tutti noi, il nostro impegno, la nostra volontà di metterci in gioco. La giustizia possiamo chiederla allo Stato, alle istituzioni, all’amministrazione, ma non chiediamo agli altri di fare la loro parte se noi stessi non cominciamo a fare la nostra, assumendoci le nostre responsabilità. La legalità non è l’obiettivo, né un valore, ma è il requisito per affermare il valore della giustizia, mentre la legalità e la solidarietà sono gli strumenti per raggiungere questo valore; la legalità è infine il filtro per verificare la profondità della legalità e della solidarietà. Dobbiamo quindi fare la nostra parte. Dobbiamo usare la nostra coerenza e il nostro senso della responsabilità per divenire costruttori, a volte con il coraggio, con la denuncia, con la parola e con l’impegno, della giustizia.




Tra le vittime delle mafie ci sono anche i morti viventi. Come si diventa, da vivi, vittime della criminalità?
Lei si riferisce a quelli che io da anni definisco i morti vivi: Si tratta di persone vive solo in parte, profondamente ferite dentro perché private della loro dignità e della libertà. Il problema è la libertà; ci sono tante persone che non sono libere: l’usura non rende liberi… L’estorsione non rende liberi… Il lavoro nero non rende liberi… Le povertà creano delle dipendenze e le dipendenze non rendono liberi. Penso per esempio a chi è schiacciato dalla droga, alle eco-mafie, alla tratta degli esseri umani, allo sfruttamento delle donne nella prostituzione. Paradossalmente dobbiamo liberare la libertà! Nel nostro Paese la libertà va liberata perché abbiamo troppe condizioni e situazioni di persone che non sono libere, che sono morte dentro, che hanno paura e che subiscono violenze e molte forme di schiavitù. Questa è l’amara realtà. Bisogna essere capaci di essere un po’ strabici: con un occhio dobbiamo osservare la nostra realtà, i nostri contesti di vita, i nostri territori, ma con l’altro non dobbiamo dimenticarci di guardare a quella mancanza di libertà di cui è piena questa Terra.


La confisca dei beni della camorra è legge dello Stato dal 1996. Un breve bilancio di ciò che è stato fatto sinora.
Sì, la confisca dei beni della camorra è una legge che Libera ha fortemente voluto ed è nata a seguito della raccolta di milioni di firme nel ’96. Grazie ad essa oggi sono stati raggiunti buoni obiettivi, ma pur sempre insufficienti; occorre migliorarla, renderla più efficace, più incisiva. Ben venga l’uso sociale dei beni immobili confiscati, ma una grande riflessione va fatta sul flusso di denaro della camorra: dove finiscono i miliardi di euro che viaggiano per questo mondo e che si alimentano della violenza del gioco criminale messo in atto dalle mafie e dalla camorra? Bisogna quindi rendere più incisiva la confisca dei beni sia mobili che immobili, senza dimenticarci delle zone grigie. Faccio un esempio: in dieci anni c’è stata la confisca alle mafie di circa ottocento beni aziendali; di essi solo una trentina sono sopravvissuti, a causa di ritardi burocratici e di intoppi vari che, anziché recuperare continuità e dignità lavorativa e sostenere il lavoro di molte persone oneste, pulite, in buona fede, che già erano addentro in queste attività confiscate ai mafiosi, hanno contribuito ad accelerarne la fine. Dall’altra parte abbiamo delle cooperative che sono nate per dare lavoro ai giovani sulle terre confiscate - mi riferisco per esempio ad alcuni alberghi o a certi supermercati - anche se per numero sono veramente poche. Questo è un campanello d’allarme che deve indurci a fare sempre meglio per trovare strumenti maggiori e più efficaci.


Un ricordo di don Giuseppe Diana
Don Peppino, un prete in grado di saldare terra e cielo, l’ho conosciuto durante uno dei miei numerosi viaggi in queste zone martoriate dalla camorra, dalla droga, dalla violenza e l’ho sempre visto impegnato a fornire una corretta informazione e a ricercare la verità attraverso la dimensione educativa del suo ministero. Era sempre presente ai diversi convegni e seminari organizzati per l’occasione da Libera e lo vedevo, ogni volta, prendere appunti sul suo taccuino. Era molto attento e sveglio… Un mese prima della sua morte mi aveva chiamato a partecipare ad un incontro e ricordo la sua vivacità, la sua profondità, la sua passione e la sua grande generosità. Non è un caso che lui fosse un grande punto di riferimento per la gente e per il movimento dei Boy Scout, che a Casal di Principe non lo hanno mai dimenticato. Era un pastore anche coraggioso che con altri parroci aveva scritto, anni prima, una lettera aperta, “Per amore del mio popolo”, rivolta anche ai camorristi; essa voleva essere una riflessione rivolta alla Chiesa, a noi sacerdoti, ai cittadini, che esortava ad avere più coraggio, più forza, più impegno. Questa lettera rappresenta una grande testimonianza di una Chiesa capace di saldare la terra con il cielo e don Peppino non ci fa dimenticare che anche la denuncia è un annuncio salvifico, di salvezza spirituale. Di fronte alle ingiustizie, alla violenza, alle schiavitù, alla presenza criminale e mafiosa, noi dobbiamo avere maggiore coraggio di parola e di denuncia; quest’ultima, però, deve essere sempre accostata all’impegno, ai progetti, alle proposte, alla concretezza del nostro esserci, perché la denuncia fine a se stessa non è sufficiente e neppure lo è la protesta. Non basta chiamare sempre in causa gli altri. La legalità, come dicevo, chiama in causa innanzitutto noi stessi, i nostri diritti, i nostri linguaggi, i nostri comportamenti, le nostre scelte e il nostro impegno.


Lei si riferisce all’etica?
Certo, all’etica, che non è altro se non la ricerca dell’autenticazione umana, la responsabilità o meglio la corresponsabilità degli uni verso gli altri, che avviene quando ci prendiamo cura del nostro territorio, della gente, di chi fa più fatica e quando affrontiamo le problematiche del mondo giovanile, delle persone che vivono in mancanza totale della libertà. Questo è, per eccellenza, il massimo dell’etica.




Lidia Borghi

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