mercoledì 5 maggio 2010

Amaranto, il seme prodigioso degli Aztechi

Il nome dell'Amaranto in lingua quechua è “Huautlì”. Esso indica una pianta appartenente alla famiglia delle Amarantacee la cui diffusione sul Pianeta, grazie alla grande adattabilità a qualunque tipo di suolo, è vasta e comprende il centro e sud America, l'India, l'Indonesia, gli Stati Uniti meridionali, l'Africa e persino la Grecia. Le varietà più soggette a coltivazione, oggi, sono quelle dell'Amaranthus Caudatus, dell'Amaranthus Cruentus e dell'Amaranthus Hypocondriacus, tutte e tre originarie dell'America Latina. Queste sono, infatti, le piante che danno i semi di cui si nutrivano, migliaia di anni fa, gli Aztechi, una sorta di grano-non-grano ricco di sostanze benefiche per l'organismo. Come la Quínoa, infatti, l'Amaranto o Huautlì non è una graminacea, non contiene glutine e pertanto è un alimento consentito a chi è affetto da morbo celiaco.
Alcuni semi di Amaranto sono stati rinvenuti nelle grotte della valle di Tehuacàn, in Messico e la loro datazione ha stabilito che sono vecchi di cinquemila anni. Pianta sacra della popolazione azteca, che ne utilizzava i semi, impastati con il miele, per creare delle statuine offerte agli Dei durante le cerimonie sacre, l'”Huautlì” si presenta alla vista con forme particolari e colori splendidi che vanno dal crema al bronzo, passando per il giallo, l'arancione, il rosso porpora, il rosso amaranto – per l'appunto – e il bronzo, il che la rende un arbusto ornamentale di grande bellezza.
I suoi semi, che si trovano nelle infiorescenze terminanti in alte spighe, sono sferici e piccoli ed hanno un valore nutritivo altissimo, superiore a quello di mais, riso, grano, avena e Quínoa. In cento grammi di prodotto è infatti presente il 16% di proteine, contro il 14% circa dell'avena e il quasi 8% del mais. Come la Quínoa, anche il “Grano azteco” contiene un aminoacido essenziale per l'organismo, la lisina, poco presente nei cereali tradizionali. Ricco di vitamina C (che, in combinazione con la lisina, mantiene giovani i nostri tessuti), calcio, carotene, fibre, fosforo e ferro, ha un complesso iter di coltivazione che ne rende i costi di produzione assai alti, tanto che il prodotto finito, anche a causa delle grandi distanze che deve coprire per giungere in Europa, ha un prezzo finale un po' più alto rispetto ai semi tradizionali.
Qualcuno ha definito l'Amaranto un “super cibo” che, grazie alle sue proprietà organolettiche, sarà presto in grado di contrastare il super potere rappresentato, per le multinazionali dei prodotti alimentari, dagli OGM (Organismi Geneticamente Modificati), in quanto la presenza al suo interno di sostanze così particolari lo renderebbe un elemento buono per la prevenzione di alcune malattie. Per non parlare del fatto che questa, come altre piante millenarie, può essere coltivata anche in terreni difficili e riesce a resistere a qualunque mutamento climatico (una varietà di Amaranto viene coltivata da anni con successo alle pendici dell'Himalaya nel nord-est dell'India).
Nel novembre del 2007 il giornalista Maurizio Ricci si recò ad Acatepec, in Messico, per documentare lo sviluppo di una cooperativa agricola denominata “Quali” che, sulla falsa riga di quanto già era accaduto in Bolivia per le coltivazioni di Quínoa, ha investito molte risorse nella produzione di “Grano azteco” nella valle di Tehuacàn (nello stato di Puebla, in Messico).
È impressionante l'affinità di questo seme con la Quínoa. Dell'Amaranto si usano tutte le parti, i semi, dal gusto dolce, le foglie, somiglianti in tutto e per tutto – persino nell'apporto di ferro all'organismo – agli spinaci, i germogli, per preparare gustose zuppe e la farina, con la quale si fanno tortillas e biscotti. Il resto della pianta si usa come foraggio per il bestiame. E, come la Quínoa, all'arrivo dei conquistatori spagnoli in America, venne contrastato a favore delle coltivazioni del più debole frumento europeo, fino a provocarne la quasi totale estinzione (oltre ai ben noti problemi di malnutrizione delle popolazioni locali). Dopo quindici anni circa di tentativi, la cooperativa “Quali” è riuscita a produrre Amaranto sufficiente ad avviarne la commercializzazione al di fuori del continente americano.
L'articolo di Ricci sottolinea l'importanza basilare delle tecniche di coltivazione messe a punto, migliaia di anni fa, dai contadini di tutto il mondo. Si tratta di un patrimonio di memoria storica fatto non solo di semina ma anche e soprattutto di metodi agricoli che hanno posto l'Umanità nella condizione di sopravvivere ai più grandi cambiamenti climatici proprio grazie alle alte capacità di adattamento messe in atto dalla scienza della produzione agricola. L'avvento degli OGM e delle monocolture sta portando la Terra, in modo lento ma inesorabile, ad impoverirsi sempre più a causa della scomparsa di colture locali, le biodiversità, che da sempre riuscivano ad adattarsi a tutti i tipi di terreno e di clima. Il depauperamento di cui parla il giornalista nel suo articolo (http://stampa.ismea.it/PDF/2007/2007-11-12/200711128175414.pdf) è tremendo ed investe le produzioni agricole di tutto il mondo. Il futuro del Pianeta è legato alle colture specifiche di ogni zona geografica e non alle monocolture fatte di semi super resistenti dalle proprietà nutritive scarse che non riusciranno certo a far fronte alla sempre crescente richiesta, come di continuo sottolinea la FAO, di cibo per le popolazioni che non hanno mezzi propri di sostentamento e che vengono decimate dalla denutrizione. Né le varie banche dei semi create a metà del 2000 dall'Onu potranno far fronte in modo sufficiente a questo disastroso scenario. Occorre invece rivedere per intero il sistema economico che sottostà alla gestione mondiale delle risorse alimentari. Fintanto che l'interesse delle multinazionali degli alimenti sarà rivolto al mero tornaconto in danaro e non al reale sostentamento della popolazione umana, le cose potranno solo peggiorare. Ben venga quindi l'indiscusso apporto che stanno dando all'agricoltura cooperative come quella analizzata da Maurizio Ricci nel suo articolo. Occorre ricominciare da ciò che di più autentico tutti noi abbiamo, un bagaglio di cultura scientifica che ha una risposta per ogni questione importante della popolazione mondiale. Agricoltura compresa.


Lidia Borghi

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