martedì 21 settembre 2010

A cento anni dalla morte, Milano ha reso omaggio al grande astronomo Schiaparelli con una mostra e molti eventi collaterali

«Un grande lutto per l'Italia e per la scienza». Così Il Corriere della sera del 4 luglio 1910 annunciò all’Italia la morte di uno fra i più grandi astronomi italiani di tutti i tempi, Giovanni Virginio Schiaparelli.
Figlio di una casalinga e di un fornaciaio di Savigliano (Cn), iniziò a coltivare la passione per il cielo fin da piccolo quando, a soli quattro anni, il padre gli mostrò la “strada di San Giacomo” ovvero la Via lattea. Fu in quell’occasione che, guardando il silenzio stellato sopra di sé, vide una serie di stelle cadenti. Pochi anni dopo, grazie alla madre, poté osservare l’eclissi di sole dell’otto luglio 1842. Schiaparelli aveva sette anni e, da quel memorabile evento in poi, non smise più di studiare. Nel 1857, a Torino, conseguì la laurea in ingegneria ed architettura.
Gli anni che seguirono furono assai proficui per la sua specializzazione in astronomia, che lo condusse, a soli ventiquattro anni, a diventare astronomo dell’Osservatorio di Brera, per volere del governo di Torino. Cinque anni più tardi ne assunse la carica di direttore, che tenne fino al 1900. Sfogliando i diari dello scienziato piemontese si apprende, inoltre, che a lui si deve la scoperta, nel 1861 – quando non aveva ancora trent’anni – di un asteroide, cui diede il nome di Hesperia. Pubblicò, poi, il saggio “Note e riflessioni intorno alla teoria astronomica delle stelle cadenti”, in cui è esposta la sua teoria riguardante lo stretto legame esistente fra le comete e le meteore.
Di questo e di molto altro è oggi possibile leggere attraverso la fitta documentazione che Schiaparelli ha lasciato ai posteri e che si trova all’Osservatorio Astronomico di Brera (OAB) il luogo a lui più caro, quello dal quale effettuò un’infinità di misurazioni di stelle doppie e le osservazioni della superficie di Marte e dei suoi famosi canali, guardando il cielo attraverso il famoso telescopio Merz (per approfondimenti: http://www.brera.unimi.it/museo/cupola.html).
Il 14 marzo 2010, a centosettantacinque anni dalla sua nascita, l’INAF (Istituto Nazionale di Astrofisica) e l’OAB hanno inaugurato una serie di eventi commemorativi del centenario della morte dell’astronomo, culminati nella mostra “Di pane e di stelle. Giovanni Virginio Schiaparelli esploratore di nuove terre a cento anni dalla morte”, inaugurata a metà settembre 2010 ed allestita presso la Sala Teresiana della Biblioteca Nazionale Braidense. Ed è grazie all’Archivio storico dell’osservatorio di Milano che è oggi possibile vedere esposti le mappe, gli schizzi, i diari ed i manoscritti di Schiaparelli, insieme a diversi altri testi inediti, anche di tipo privato.
L’esposizione, curata da Anna Maria Lombardi ed Agnese Mandrino (colei che il 14 marzo inaugurò il blog dedicato alla mostra, http://centenarioschiaparelli.blogspot.com/), ha condotto per un intero mese le spettatrici e gli spettatori, anche grazie ad una serie di visite guidate, all’interno di una parte importante del patrimonio documentario storico dell’Istituto di Astrofisica i cui membri, nel 2009 – anno internazionale dell’Astronomia – hanno inaugurato un sito internet (http://www.archivistorici.inaf.it/) che contiene gli archivi storici completi dell’istituto. Ed è stato così possibile leggere persino alcune note curiose, promemoria vergati a mano dall’astronomo, bigliettini privati e lettere ufficiali, il tutto affiancato al materiale di studio e alle pubblicazioni. Ben sessantacinque anni di storia – patria e personale – dalla nascita alla morte di Schiaparelli.
Sul Web è presente anche un video della durata di circa nove minuti (consultabile qui: http://www.media.inaf.it/gallery/v/video/servizi/schiaparelli-100-anni-dopo.flv.html) in cui la dottoressa Mandrino descrive diverse zone dell’Osservatorio Astronomico di Brera, mentre parla della vita e dell’attività di Giovanni Virginio Schiaparelli il quale, ogni volta che analizzava un pezzo di cielo alla ricerca di prove che avvalorassero le sue teorie, si comportava con lo scrupolo che è proprio solo dei grandi studiosi. Come l’insigne uomo di scienza lasciò scritto nel saggio del 1893 dal titolo “Il pianeta Marte”, «Dobbiamo anche confidare un poco in ciò che Galileo chiamava la cortesia della Natura, in grazia della quale talvolta da parte inaspettata sorge un raggio di luce ad illuminare argomenti prima creduti inaccessibili alle nostre speculazioni (...). Speriamo adunque. E studiamo».


Lidia Borghi

Nessun commento:

Posta un commento