mercoledì 29 settembre 2010

A Gender Story. Il lungo viaggio di Kimberly Reed verso casa


L'articolo è stato pubblicato anche su www.digayproject.org

Durante i giorni dal 26 al 28 agosto 2010, presso il parco del Ninfeo di Roma EUR, sede del Gay Village, ha preso il via l’edizione pilota del Gender DocuFilm Festival dal titolo “Visioni attorno al corpo”. L’evento, fortemente voluto da Imma Battaglia, presidente di Di’ Gay Project, ha avuto la direzione artistica di Giona Nazzaro ed ha visto la partecipazione, durante la serata finale, del presidente della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti, il quale ha definito il GDFF «una proposta innovativa e coraggiosa» che, grazie ai temi trattati – i Gender Studies e l’orientamento sessuale – permette di «superare i pregiudizi e le barriere delle discriminazioni che ancora ci vorrebbero divisi gli uni dagli altri». Dei sette documentari proiettati, ad ottenere il premio della giuria è stato il lungometraggio della regista statunitense Kimberly Reed dal titolo Prodigal Sons (Figlioli pròdighi, USA, 2008, 86’) la vera sorpresa del festival e non solo per il tema trattato.

I figlioli pròdighi di cui parla il film sono Mark, Paul e Todd McKerrow, tre fratelli che vissero ad Helena, nel Montana, figli di un medico oculista e di una casalinga. La coppia McKerrow non riusciva a concepire pertanto, nel 1966, pensò bene di adottare Mark e, dopo pochi mesi, venne alla luce Paul il quale, al momento della nascita, fu scambiato per una bimba. Fu poi la volta di Todd.
Mark ebbe ben presto problemi di adattamento, tanto che perse un anno di scuola e capitò in classe con il fratello Paul, lo studente più bravo, più bello e più ambìto dalle fanciulle di Helena. La rivalità tra i fratelli McKerrow nacque proprio sui banchi di scuola e non ebbe fine che con il decesso di Mark.
Nel documentario viene narrato anche quanto accadde dalla festa per la rimpatriata, vent’anni dopo il diploma di Paul, in poi. Il secchione che il gruppo si attendeva di rivedere non arrivò mai. Al suo posto giunse Kimberly, una bellissima donna alta più di un metro e ottanta, bionda e slanciata, il cui viso ricordava in modo alquanto vago il Paul dei tempi del liceo.
Durante i lunghi anni trascorsi ad Helena, Paul non aveva rivelato ad anima viva il suo segreto ovvero di sentirsi femmina in corpo di maschio. Al contrario, quel segreto lo aveva conservato dentro di sé anche quando era fuggito dal Montana per frequentare l’università della California, al fine di specializzarsi in retorica, storia dell’arte e cinema. Fu grazie a quegli studi che Paul comprese come la transizione di sesso fosse, per lui, una cosa del tutto possibile. Fu lì che la trasformazione fece il suo corso e fu lì che la bellissima farfalla Kimberly venne fuori, le ali ancora stropicciate, dal bozzolo di nome Paul. Quando Paul tornò ad Helena era diventato donna, lesbica e regista e suo fratello Mark aveva avuto, nel frattempo, un grave incidente d’auto, a seguito del quale gli era stata asportata una parte del lobo frontale del cervello. Da quel terribile evento in poi non fu più lo stesso. Ebbe un cambiamento di personalità dovuto al fatto che non riusciva più a controllare le emozioni e la sua memoria a breve termine cominciò a dargli seri problemi, tanto che i ricordi del passato divennero per lui delle vere e proprie ossessioni.
La gioventù di Mark era stata caratterizzata da tante bravate, il cui scopo era di attirare l’attenzione di tutta Helena su di sé, al fine di distoglierla dal fratello “bello e bravo”. Il suo passato di ragazzo sano era stato pieno di gesti da spaccone. Il suo presente di uomo malato era fatto solo di ricordi rabbiosi, nel tentativo di rivendicare per sé, proprio attraverso quelle bravate, parte dei successi di Paul. E Kimberly sapeva che quella rivalità, quell’antagonismo furono la causa dell’incidente di Mark e, fin dal suo arrivo ad Helena, come documentato nel lungometraggio, fece di tutto per recuperare l’affetto di un fratello che non c’era più con la testa, in tutti i sensi.
La volontà di Mark di aggrapparsi al passato diventò una vera e propria ossessione quando l’uomo decise di scoprire l’identità dei suoi genitori biologici. Qui sta la vera sorpresa di un documento visivo che, già di per sé, ha un valore storico indiscutibile. Mark McKerrow venne a sapere che sua madre era nientemeno che Rebecca, la figlia di Rita Hayworth e Orson Welles, morta di lì a pochi mesi. Ciò non impedì a Mark di incontrare Oja Kodar, l’ultima donna amata da Orson Welles prima della morte. Da qui in poi il film narra dell’avventuroso viaggio di Mark e dei suoi famigliari in Croazia per incontrare la Kodar e dei tentativi, tutti andati falliti, di Kimberly, di riconciliarsi con il fratello “cattivo”. Infatti, Mark divenne sempre più dipendente dai farmaci che, lungi dal tenere a bada i suoi accessi di rabbia, lo fecero sprofondare nel baratro di un dolore sordo che lo portò ad essere rinchiuso, dapprima in carcere e, poi, in vari istituti.
Quel che traspare dalle immagini di Prodigal Sons è, soprattutto, l’umanità, unita alla profonda dolcezza, di un uomo la cui vita si spezzò, il giorno dell’incidente, contro i piloni di cemento di un sottopassaggio. In quei fotogrammi appare un ragazzone americano che vaga come una scheggia impazzita alla vana ricerca del suo vero sé, un folle home boy con tanto di moglie e figlia che prega sua sorella Kim di ucciderlo, poiché lui non si riconosce più nella bestia che è diventato.
E poi c’è Paul/Kimberly, la cui transizione di sesso resta in secondo piano e, anzi, sembra essere l’unico dato certo dell’intera vicenda, mentre la scena viene occupata per intero da Mark, ripreso mentre spiega ai vecchi compagni di Paul che non può lavorare in quanto ha la testa malata oppure nell’atto di suonare, ad orecchio, il pianoforte di uno dei tanti istituti che lo hanno ospitato fino alla morte, avvenuta il 18 giugno del 2010. La scena è tutta sua. Kim ha voluto offrire al fratello rivale un grande tributo nel solo modo che conosce, attraverso un documentario che ce lo mostra in tutta la sua cruda realtà di individuo distrutto dalla vita. Nonostante Mark si senta finito, Kimberly è riuscita a renderlo il vero protagonista di una vicenda che parla sì di transizione di genere ma anche di una storia famigliare e personale tanto particolare. Una storia che è riuscita a commuovere milioni di persone negli Stati Uniti e che, d’ora in poi, anche grazie al Gender DocuFilm Festival, potrà fare il giro del mondo e colpire al cuore milioni di altre spettatrici e di altri spettatori.
Lo scrittore Rick Moody, il quale ebbe l’onore di incontrare Kimberly Reed a New York presso una colonia per artisti di Saratoga Springs chiamata Yaddo, raccolse le seguenti parole dalla viva voce della regista americana: «Ho passato il primo terzo della mia vita fingendo di non essere una ragazza, e il secondo terzo della mia vita fingendo di non essere mai stata un uomo». Particolare di non poco conto, se si pensa alla lunga pena interiore che Kimberly Reed ha patito durante il suo lungo viaggio verso casa. (http://www.prodigalsonsfilm.com/drupal/index.php)


 Lidia Borghi

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