lunedì 6 settembre 2010

Intervista a Patrizio Rispo


Patrizio Rispo è uno dei protagonisti di Un posto al sole, la Soap Opera di Rai 3 in cui interpreta il ruolo di Raffaele Giordano, il famoso portiere di palazzo Palladini, in cui si svolgono le storie dei protagonisti. Grazie al magazine Fresco di stampa  a giugno del 2007 riuscii a rubargli un’oretta, tra un impegno e l’altro, per rivolgergli alcune domande anche in merito alla sua attività di ambasciatore dell’Unicef.


Chi è Patrizio Rispo per quei pochi che ancora non lo conoscono?
Per farle capire chi sono le dirò che l’intera mia esistenza si ispira ad un’opera di Luigi Pirandello, Uno, nessuno e centomila e alla filosofia che essa trasmette: io sono esattamente così, ovvero dentro di me coesistono più personaggi e con il passare degli anni sono riuscito a trasformare questa mia apparente schizofrenia in qualcosa di veramente proficuo per il mio lavoro. Non mi rilasso mai negli equilibri, ma tendo sempre a romperli e ad immedesimarmi sempre negli altri. Mi ritengo un assetato di vita che riesce a vivere una morale e il suo opposto e a mettersi negli occhi e nei perché degli altri… E poi ho una grande curiosità che mi spinge a vivere molti rapporti interpersonali. Sarà che sono un irrequieto, ma Dio mi ha dato la possibilità di vivere più di una vita contemporaneamente alla mia e ciò mi permette di rivestire diversi ruoli: pilota, attore di teatro e di televisione, padre, figlio, giardiniere… Per esempio, il ruolo che ricopro in Un posto al sole ha rappresentato la mia più grande fortuna: deve sapere che quando decisi di svolgere il mestiere dell’attore, feci una scelta assai coraggiosa, dato che si tratta di una professione stressante che mette a dura prova la dignità delle persone.

Davvero?
Certo. Mi spiego meglio: se non riesci ad avere la parte del protagonista, cadi nella ripetitività, dato che il mio mestiere è come quello del direttore d’orchestra, che dà la nota d’inizio e dirige i musicisti, così come l’attore principale domina la scena. Con il ruolo di Raffaele Giordano nella Soap ho avuto quindi la fortuna, come le dicevo, di recuperare una dignità che con gli anni andavo sempre più perdendo; sa, quando si è giovani si trova tutto divertente, ma con la maturità e dopo aver fatto tournée con i più grandi nomi del teatro italiano, ho scoperto che stavo facendo solo una gran fatica con poche soddisfazioni… Con la Soap invece faccio l’attore per trecento giorni all’anno – l’equivalente di 30/40 film - ed ho recuperato quella dignità di cui le parlavo e che mi consente di sentire di meno la fatica di un impegno così grande. Ho fatto molta gavetta e ciò mi ha consentito di disegnarmi una maschera che riesco a modellare a seconda delle circostanze, all’interno della serie televisiva di Rai 3: marito, amante, padre, attore comico, drammatico o d’azione; non faccio altro che giocare… In sostanza, il recupero di quella dignità consiste nel fatto che non devo più dipendere dalle telefonate e dagli umori mutevoli degli altri: ho il mio posto al sole, per l’appunto e ciò mi dà la possibilità di non vivere passivamente il mio ruolo, ma di modificarlo a seconda delle esigenze dell’affiatata squadra di colleghi di cui faccio parte.

Ci vuole parlare del suo impegno sociale come Goodwill Ambassador dell’Unicef?
Certamente. Come le dicevo, essendo io sempre stato attratto dalle persone e dai loro percorsi di vita, con il passare del tempo mi sono accorto che venivo affascinato anche dal lato meno buono delle vicende umane e questa attenzione costante mi ha permesso di sviluppare una comprensione a tutto tondo; la mia cura particolare raggiunge soprattutto gli anziani e i bambini e con l’arrivo della popolarità sono stato sempre più coinvolto in iniziative benefiche come testimonial per divulgare le attività di associazioni senza scopo di lucro più o meno famose che aiutano chi è meno fortunato e che operano spesso in condizioni di estremo pericolo.

Da quanto tempo è impegnato in questa attività di volontariato sociale?
Sono circa sette anni, mentre dal 2004 sono Goodwill Ambassador dell’Unicef (www.unicef.it), il che mi permette di partecipare a numerose iniziative sia nazionali – lei ricorderà quella denominata Adotta una pigotta – sia internazionali, attraverso le missioni Unicef all’estero.
Comprenderà che un conto è organizzare un "bancariello" in poche piazze italiane e un conto è coinvolgere uno o più testimonial che, con la sola loro presenza, sono in grado di richiamare un numero sempre maggiore di sostenitori delle varie iniziative benefiche. Gli ambasciatori dell’Unicef rappresentano una cassa di risonanza senza pari, inoltre all’interno delle compagnie teatrali mettiamo in atto diverse raccolte di fondi che ci permettono di portare un po’ di sollievo, sotto forma di medicinali e di vaccini, in molte realtà degradate del Pianeta e di tornare dai nostri viaggi arricchiti a livello umano e con dei reportage di notevole impatto sociale. Pensi che nel 2006 abbiamo creato un DvD alla cui realizzazione hanno collaborato testimonial del calibro di Francesco Totti, Maria Rosaria Omaggio, Simona Marchini e Alessio Boni. Siamo riusciti ad incassare duecentomila euro…

Ci parla delle missioni all’estero organizzate dall’Unicef?
Certamente. Pensi che il sedici giugno avrei dovuto recarmi ad Haiti per portare i vaccini e i medicinali alla popolazione del luogo, che è minata persino dalla piaga dell’Aids, ma ho dovuto rimandare la partenza a settembre dato che sono convalescente a seguito di un intervento chirurgico. Haiti è uno stato centroamericano poverissimo in cui si muore non solo per l’Aids – abbiamo organizzato anche una campagna di sensibilizzazione in merito – ma anche per malattie curabili con normalissimi vaccini, anche se l’emergenza più grande riguarda la prostituzione infantile, dovuta anche alla mancanza di istruzione. Insieme a Mogadiscio e alla Guinea Bissau, Haiti è uno dei Paesi più poveri, disastrati e pericolosi del mondo: oltre alla miseria nera, lì occorre fare i conti, ogni giorno, con la violenza e con le numerose bande armate che mettono a ferro e fuoco le strade e che costringono persino noi testimonial a viaggiare blindati e sotto scorta armata. Ci tengo a sottolineare un fatto importante: all’interno della Soap Opera noi attori raccontiamo le nostre attività, inserendone i riferimenti nei testi che recitiamo di fronte alle telecamere; tenga conto che Un posto al sole è un programma molto seguito con un pubblico fidelizzato che fa circa tre milioni di audience, quindi il riscontro è alto e spesso quasi immediato. Dal punto di vista dei messaggi sociali, quindi, la Soap rappresenta un effettivo punto di riferimento per una buona fetta di pubblico Rai. Dico sempre che programmi come il nostro rappresentano la classe elementare della comunicazione per cui, se all’interno della nostra serie televisiva riusciamo a lanciare determinati messaggi di sicuro impatto sociale, finiamo per ridare dignità ad un tipo di produzione che da più parti è visto in modo non del tutto positivo.

Sappiamo che recentemente è uscito, per le Edizioni Graf, un suo libro di ricette…
Lei si riferisce a Un pasto al sole, il volume nel quale ho raccolto le numerosissime ricette che appartengono alla mia tradizione famigliare e che girano da alcuni secoli in casa Rispo sotto forma di foglietti per gli appunti; le donne della mia famiglia hanno sempre cucinato con amore e con grande passione e ciò le ha spesso spinte a sperimentare e contaminare ovvero a modificare le ricette a seconda delle abitudini culinarie del parentado. Pensi che i primi bigliettini iniziarono a girare grazie alle bambinaie che nel Settecento giravano in casa Rispo e Scaturchio – la famiglia di mia madre – e in seguito finirono per essere raccolti e tenuti insieme con degli elastici che profumavano di farina e di cannella… Parecchi anni fa, quindi, i miei genitori decisero di farne un vero e proprio libro per la famiglia ed intere parti di esso furono fotocopiate a beneficio dei parenti. Il passo verso la divulgazione del libro tra gli amici fu breve, anche perché io ne feci la mia bomboniera di nozze; fu così che una copia del ricettario capitò nelle mani del direttore della Rai il quale lo diede in omaggio ai dipendenti, a Natale di alcuni anni fa. E poi è nato il libro vero e proprio – recentemente dato alle stampe – che contiene ricette della cucina napoletana che vanno dagli aperitivi ai digestivi, con una divertente prefazione di Giobbe Covatta. La forza di questo ricettario, che ha una copertina impermeabile e quindi può essere usato tranquillamente in cucina, essendo a prova di schizzi, sta nell’improvvisazione ovvero nel fatto che ha diverse pagine bianche che possono essere utilizzate per appuntare le eventuali modifiche alle ricette e per facilitare quella contaminazione di cui le parlavo prima; inoltre fornisce molti suggerimenti per approntare un pasto veloce e sfizioso.

Sappiamo che vuole lanciare un appello ai suoi concittadini…
Sì! Certamente. La squadra di calcio del Napoli è finalmente stata promossa in serie A ed io vorrei con tutto il cuore che i restanti settori, tutti meravigliosi, della città di Napoli tornassero in serie A, dato che attualmente siamo in serie Zeta… Facciamo in modo, noi Napoletani, di farci la spia a vicenda e di educarci a bacchettarci, quando necessario, al fine di essere di esempio a chi, in questa città, dovrebbe farlo e non lo fa. Il mio messaggio è: ‹‹Portiamo tutta Napoli in serie A!››


Lidia Borghi

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