lunedì 18 ottobre 2010

RUMORE BIANCO E FANTASMI LESBICI
di Lidia Borghi


Questo articolo si trova anche su Genova gay e su Progetto Gionata

Va osservato che, poiché i clienti gay, lesbiche, bisessuali
convivono con il “minority stress” ogni giorno,
possono non essere a conoscenza dei suoi effetti sulla loro vita.
Diventa una sorta di “rumore bianco” (white noise)
che i clienti associano al comune stress del vivere
e pertanto questo resta fuori dalla loro coscienza.
(Dottoressa Paola Biondi, curatrice delle Linea guida APA per l’anno 2000. http://www.psicologiagay.com/)


Quali sono gli elementi fondanti una relazione affettiva lesbica? Quali le caratteristiche di autenticità nella relazione? Come gestire la sofferenza in un rapporto amoroso che si vorrebbe stabile e che, nel caso delle donne omosessuali, viene declassato a causa di elementi negativi come l’omofobia, i pregiudizi o la mancanza di norme adeguate e di tutela per le coppie lesbiche (oltre che per le famiglie omogenitoriali), tutti elementi che contribuiscono non poco ad incrementarne il senso di inadeguatezza all’interno di una società eterosessista?

L’universo lesbico è, in prevalenza, ancora nascosto e ben poco si sa delle relazioni affettive fra donne, se non quanto la scarsa letteratura contemporanea ha mostrato in termini di violenza, omonegatività, pregiudizi religiosi e sociali e stereotipi contrari al buon senso. È giusto il caso di citare la cancellazione o effetto fantasma(1) a cui le vite, la cultura e le relazioni – delle donne in genere e delle lesbiche in particolare – vennero sottoposte in Italia durante il ventennio fascista: «La prima forma di discriminazione e violenza sulle lesbiche è stata (...) la cancellazione: cancellazione delle esperienze lesbiche dalla vita delle donne, cancellazione dell’esistenza delle lesbiche dalla storia»(2). Questa “scelta del silenzio” si inseriva nel contesto più ampio della difesa della razza italiana, che prevedeva la supremazia del maschio e considerava le lesbiche invertite in quanto avevano messo in atto l’inversione del desiderio sessuale, come ricorda Nerina Milletti in Fuori della norma. Storie lesbiche nell’Italia della prima metà del Novecento(3).
Nello stesso testo, Nicoletta Poidimani parla della società fascista “normalizzata” in cui l’alterità era condannata mediante concetti come la degenerazione razziale e sessuale. Da qui la costruzione dello stereotipo lesbico a partire dalla “mascolinizzazione” del corpo e del comportamento nella donna che non seguiva la norma ovvero
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1 in inglese “ghost effect”, termine usato per la prima volta da Terry Castle nel 1993 in The Appritional Lesbian a proposito del cinema
2 Elena Biagini, R/Esistenze. Giovani lesbiche nell’Italia di Mussolini, in: Nerina Milletti e Luisa Passerini (a cura di), Fuori della norma, storie lesbiche nell’Italia della prima metà del Novecento, Rosenberg & Sellier, marzo 2007, pag. 97
3 pag. 21 e segg.
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che non si adeguava al modello sessuale imposto dal fascismo. Ed ecco quindi che la soggettività lesbica venne cancellata da qualsiasi tipo di rappresentazione. Così ebbe inizio l’“effetto fantasma”. La Poidimani si riferisce anche al “fantasma della tribade”(4), un’etichetta che veniva sfruttata per biasimare tutte quelle donne che non si piegavano al volere del regime, che le voleva prolifici angeli del focolare e del tutto sottomesse ai mariti. Prostitute, donne promiscue, lesbiche e persino nubili vennero messe sullo stesso piano, a causa della loro sessualità fuori da ogni controllo e, perciò, non subordinata alla riproduzione. Tutte costoro erano ritenute indegne della cittadinanza italiana – quindi straniere – e appartenenti ad una razza inferiore, nociva alla presunta purezza di quella italiana.
Nonostante ciò, Elena Biagini ricorda(5) che le lesbiche del ventennio fascista seppero mettere in atto alcune strategie silenziose di sopravvivenza e sottolinea che si trattava spesso di donne che non avevano piena consapevolezza di sé, che riuscivano in ogni caso a vivere relazioni affettive e sessuali con altre donne all’oscuro della società “normalizzata” di Mussolini. Come fece Gianna Ciao, classe 1922, scrittrice e fotografa, nota più all’estero che in Italia, la quale si innamorò dell’insegnante di Lettere al liceo classico; con stratagemmi vari riuscì ad avvicinarla sui mezzi pubblici: «Lei mi vedeva e cominciò a parlare con me, mi chiese cosa pensavo della storia (…). Insomma dopo due mesi di questa solfa: “perché non vieni a casa mia che ti parlo di storia?”»(6)
Questi i presupposti dell’attuale condizione delle lesbiche italiane, poche delle quali, oggi, sono dichiarate in società, come sottolinea la psicologa e psicoterapeuta Antonella Montano nel saggio allegato al DVD L’altra altra metà del cielo di Maria Laura Annibali, proiettato a Genova il 22 maggio 2010. Ed ecco spiegato l’alto valore storico di questo documentario, che rappresenta una testimonianza notevole del lesbismo italiano – spesso separatista – all’interno del femminismo, anche per il fatto di essere riuscito a dare un taglio netto con quel passato omesso.
Diversi sono gli elementi, legati in modo assai stretto al Minority Stress, che traspaiono da questo video: l’autocostrizione ad una vita di facciata, la protezione assidua dell’identità personale, il ricorso alla menzogna, un’attenzione sopra le righe e l’omissione di parti della propria vita che, spesso, come ricorda la Montano, comportano un «alto rischio di danno del proprio senso di sé» nel momento in cui si mette «in esilio un’ampia parte di sé a costi enormi», poiché mentire per paura produce effetti immediati quali ansia, tristezza, rabbia e senso di colpa(7). La psicoterapeuta romana parla anche di quanto il sessismo e l’omofobia possano alterare le condizioni mentali delle lesbiche le quali, oggi, in Italia, chiedono solo una cittadinanza totale fatta di doveri e di diritti alla pari. E continua, citando la prima persona intervistata dalla Annibali, Edda Billi, una delle più importanti attiviste lesbiche italiane, colei che ha coniato il


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4 op. cit., pag. 225
5 op. cit., pag. 97 e segg.
6 op. cit., pag. 102
7 Maria Laura Annibali, L’altra altra metà del cielo, Edizioni Libreria Croce, 2009, pagg. 6–7
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termine “donnità” con cui esprime la maniera femminile di vedere il mondo; mediante questo concetto Edda auspica un rinnovamento della società italiana a partire da valori diversi rispetto a quelli della mentalità maschile, la quale pone di continuo filtri e rielaborazioni che hanno la pretesa di spiegare pure l’universo delle donne.
A proposito, poi, dei pericolosi stereotipi culturali e dei condizionamenti sociali che, come si è visto, trovano la loro radice storica anche nel regime di Mussolini, Antonella Montano riferisce una serie di fattori che molto hanno in comune con le strategie di sopravvivenza cui si accennava prima. Infatti, nel momento in cui una lesbica ha individuato una donna con cui instaurare una possibile relazione affettiva, comincia a mettere in atto un sottile gioco di nascondimento e rivelazione graduale che le sono utili per intuire se dall’altra parte c’è corrispondenza di amorosi sensi. Il tutto dettato non da una scelta precisa, ma dal massiccio e costante condizionamento causato da una società che, nel momento in cui discrimina una parte considerevole di popolazione attiva – quella che per Vittorio Lingiardi «contribuisce alla cosa pubblica» in quanto «paga le tasse»(8) –, impone la necessità di proteggersi, il che è causa della mancanza spesso totale di assertività nella vita di molte lesbiche. «Sotto il periodo di febbraio (...) ero andata in stazione, alle sette di sera due cretini, cioè prendevano per il culo, scusa il termine, “ah, è lesbica, ah, ah è lesbica”! e allora ti prende quella paura, dici c... qui sono in due... (breve pausa) però fai finta di niente, sono scesa, e sono scesi anche loro, alla stazione, io furbescamente sono andata dal binario uno, perché c’è la Polfer, ho detto: ”qualsiasi cosa, vado lì”. Mi so difendere sì però son sempre in due, uno ubriaco (pronuncia l’intera frase con tono basso ma molto chiaro, esprime tensione e forse rabbia) e questa cosa mi ha un po’ scosso, per questo io ultimamente esco meno la sera perché io devo fare tanta strada da sola (...) perché io col fatto di essere per loro strana – che non riescono a capire se sono una donna o se sono un uomo – e poi secondo me più sei maschile e più fanno gli stronzi – la vedo così – io sono sola, mi espongo continuamente, e... (…). Allora ho rinunciato un po’... perché quella è anche una forma di omofobia, anche la violenza contro... per me è omofobia oltre che... perché il discorso degli uomini è sempre quello di dire “ah sì, capirai, vai con le donne però magari vieni a letto con me, cambi...” “Che cosa cambio?” è una cosa veramente disgustosa! (D. 37 anni)»(9).
Le cause profonde di tutto ciò sono state individuate da studiose e studiosi(10) soprattutto nell’eterosessismo che, secondo Monica Cristina Storini(11), ha un’influenza diffusa in modo profondo in ogni strato della società ed ha implicazioni sia di tipo


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8 Vittorio Lingiardi, Citizen gay, famiglie, diritti negati e salute mentale, Il Saggiatore, 2007
9 Valentina Genta, Omofobia, l’eterna frontiera tra “noi” e “loro”: prospettive di analisi e superamento, pagg. 85–113 (tesi di laurea discussa durante l’anno accademico 2009 presso la facoltà di Scienze della formazione di Genova)
10 si vedano le linee guida dell’APA – American Psychological Association per psicologi e psicoterapeuti che lavorano con clienti lesbiche, gay e bisessuali, diffuse anche in Italia ed oggi reperibili on–line sul sito www.psicologiagay.com sotto forma di FAD – Formazione A Distanza
11 Monica Cristina Storini, Tra norme e regole, in: Maria Laura Annibali, L’altra altra metà del cielo, Edizioni Libreria Croce, 2009, pag. 27 e segg.
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culturale che psicologico, in quanto impone l’emarginazione a chi devìa dalla norma. Stando così le cose, appare chiaro come ben poco sia cambiato, oggi, rispetto all’epoca del fascio: nell’attuale contesto socio culturale la lesbica viene vista una volta di più come colei che “ha infranto le regole”, in quanto non dipende più dal maschio. Nella traduzione italiana del 1985 del saggio di Adrienne Rich Compulsory heterosexuality and lesbian existence(12) si legge infatti della “potenzialità eversiva” dei rapporti lesbici nei confronti del modello patriarcale dominante. Le “donne che si identificano con le donne” – per dirla con Daniela Danna –(13) sono perciò fuori da ogni tipo di controllo sociale e quindi pericolose per la comunità.
Quale allora il ruolo futuro delle/dei terapeute/i? Educare se stesse/i e le/i clienti a liberarsi dell’omofobia – forse il più pericoloso fra gli aspetti ideologici dell’eterosessismo – che si serve delle armi della violenza verbale, psicologica e fisica, nonché del rigetto della diversità (l’omonegatività di cui parla Lingiardi) per relegare le donne – e le lesbiche in particolare – in una posizione subordinata rispetto all’uomo.
In questo complesso scenario sociale, il pensiero egemone, quello maschile ed eterosessista, non ha bisogno di cancellare le lesbiche, dal momento che non le vede e non le prevede. Quel continuum lesbico di cui parla Adrienne Rich(14), fatto di solidarietà tra femmine e di resistenza al modello maschile dominante, che comporta anche la scelta, da parte delle donne, di instaurare rapporti privilegiati fra di loro, non è proprio concepito da una società patriarcale che ha deciso l’esistenza della sola eterosessualità obbligatoria e dell’equazione maschio+femmina=famiglia.
A ciò la Storini contrappone quel che definisce “agio”(15) ovvero la possibilità di operare scelte a partire da desideri che la società dovrebbe considerare legittimi e non dettati da una tendenza riprovevole che induce alla colpa e sottolinea l’esistenza di un nuovo tipo di famiglia, al cui interno esiste «una catena di spazio vitale che istituisce una relazione significativa e politica con le altre, con le ex, con le compagne, con le amiche, ecc. Una famiglia allargata che nulla a che vedere con l’istituto giuridico ed economico della famiglia eterosessuale, in un mondo in cui l’eterosessualità non è una scelta, ma un obbligo imposto, in cui il nucleo familiare patriarcale troppo spesso è luogo di oppressione, di sfruttamento, di violenza e di annullamento delle o sulle donne»(16). Ed ecco spuntare di nuovo, poco dopo, il concetto di “effetto fantasma”, che l’autrice spiega come «il tentativo di nascondere e occultare i saperi e le scelte delle donne»(17), le quali vengono usate come capro espiatorio di un sistema sociale in cui la violenza regna sovrana.
Che cos’è, allora, l’affettività lesbica? La risposta dovrebbe essere semplice e alquanto scontata: provare amore nei confronti delle donne il che, secondo Paolo


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12 in Signs, vol. 5, n. 4, The University of Chicago Press, Chicago 1980
13 Daniela Danna, Amiche, compagne, amanti. Storia dell’amore tra donne, Uni Service, 2003, pag. 13
14 op. cit., pag.11
15 op. cit., pag. 34 e segg.
16 op. cit., pag. 35
17 op. cit., pag. 36
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Rigliano, risponde all’altra domanda: “Di chi ci si innamora?” Come accade per le persone eterosessuali, le lesbiche pongono il desiderio amoroso al centro delle proprie esistenze. E che cos’è questo se non uno dei molti modi possibili di vivere la predisposizione agli affetti? «Esistono tante vie per infiniti desideri e molte vie per uno stesso desiderio»(18). Le donne che prendono consapevolezza di provare attrazione nei confronti di persone del loro stesso sesso intraprendono un percorso di autocoscienza che le porta ad instaurare relazioni amorose autentiche, all’interno delle quali l’io si valuta in modo positivo, in quanto «la posta in gioco è il significato della propria vita valorizzato nel tempo (…) e questo obiettivo (…) ha bisogno di chiare strategie relazionali»(19). Nel momento stesso in cui una lesbica rende concreto il proprio desiderio amoroso, non fa altro che darsi dignità ed auto consapevolezza.
Il punto, per Rigliano, sta tutto qui. La possibilità, anche per le lesbiche, di vivere rapporti umani stabili passa attraverso la presa di coscienza di ciò che esse sono, in modo del tutto indipendente dall’esperienza di emarginazione vissuta nel passato; ciò che muove, oggi, una parte del mondo lesbico, è la possibilità di vivere con libertà, gioia e serenità autentiche relazioni d’amore. Per ottenere questo molte donne omosessuali sono riuscite a trovare il coraggio di uscire allo scoperto dopo aver smesso di considerare privato il loro sistema di valori. Esse si sentono quindi degne di valere tanto quanto le altre persone e si pongono nella condizione, ora possibile, di dar vita ad una cultura affettiva pubblica che è alternativa al modello, imposto, dell’eterosessismo. Il diritto di vivere un’affettività piena non è della singola lesbica, ma di tutte le donne, in quanto coinvolge la possibilità di amare che ognuna di loro possiede.
Questo concetto va ben oltre la denuncia delle mancanze della società in termini di norme a tutela delle persone omosessuali. Qui si parla del diritto umano di amare, ciò che rende possibile l’esistenza di relazioni adeguate al sentire individuale e ciò che pone le basi per la libertà di essere in relazione a chi è altra/o da sé e rappresenta un arricchimento per l’intera società, dal momento che ad essere coinvolti sono dei valori universali. E invece «il cittadino gay contribuisce alla cosa pubblica (…) ma è discriminato in una dimensione essenziale della sua vita: quella affettiva»(20).
Da dove trae, allora, la sua origine la sofferenza all’interno delle relazioni affettive tra lesbiche? Quali rischi corrono i loro amori, dal momento che sono vissuti in un contesto sociale e storico che li ignora, li nega e non li riconosce? La mancanza di normative pubbliche e legali a sostegno dei legami affettivi tra persone dello stesso sesso implica il rifiuto, da parte della società italiana, di prendere in considerazione la vita di interi nuclei sociali, con grave danno per «il benessere psicologico, la vita di relazione e la salute mentale»(21) degli individui omosessuali, ciò che Vittorio Lingiardi chiama Minority Stress, che ha a strette relazioni con il sentirsi appartenenti ad una


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18 Paolo Rigliano, Amori senza scaldalo, cosa vuol dire essere lesbica e gay, Feltrinelli, 2006, pag. 16
19 op. cit., pag. 21 e segg.
20 Vittorio Lingiardi, Citizen gay, famiglie, diritti negati e salute mentale, pagg. 11–12
21 op. cit., pag. 14
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sorta di terra di nessuno in cui le persone omosessuali non vengono considerate alla pari. «La qualità delle relazioni affettive e intime ha implicazioni di grande rilievo sulla salute individuale, la percezione del proprio benessere, il buon funzionamento psicologico e persino la longevità. Ricerche condotte nei paesi in cui le relazioni omosessuali sono stare riconosciute legalmente indicano (…) una riduzione del Minority Stress, cioè del disagio psicologico derivato dal fatto di appartenere a una minoranza discriminata»(22).
Se si analizza più da vicino il concetto di Minority Stress, si può individuare nelle sue conseguenze negative una causa specifica di sofferenza all’interno dei rapporti d’amore fra donne.
Il nascondimento costante, la duplice forma di discriminazione – in quanto donne e in quanto lesbiche – e lo stigma sociale sono alcuni fra gli elementi che provocano, nelle donne omosessuali, un certo tipo di ansia continuata, una sorta di “rumore bianco” che, per Lingiardi, è «conseguenza di ambienti ostili o indifferenti, episodi di stigmatizzazione, casi di violenza»(23).
Si tratta dell’omofobia sociale, che è in grado di incidere in modo tanto negativo sulle vite personali e di relazione di queste donne, in quanto l’emarginazione è aggravata dal maschilismo e dall’eterosessismo che si alimentano di quel passato censurato e che pretendono di imporre un unico modello sociale, all’interno del quale l’universo lesbico – si è visto – non viene concepito.
Le esperienze vissute dalle lesbiche sono quindi inscritte in un contesto ancor più complesso, fatto di violenze famigliari operate dai padri e dagli eventuali fratelli – oltre che dagli altri parenti maschi e dalle madri conniventi – di tipo psicologico quando non fisico, che si trasferiscono pari pari sul posto di lavoro, dove ad una discriminazione di genere si aggiunge quella relativa, lo si è sottolineato poco sopra, alla creazione – forzata e non dettata da scelta – di un comportamento di facciata atto a celare, dissimulare, mascherare, come racconta Maria Laura Annibali, la quale «(…) dieci anni fa, non rivelava a nessuno di essere omosessuale. Fino al 2002 è rimasta totalmente nascosta. Nel luogo di lavoro non ha mai dichiarato il suo orientamento. Non la vedevano mai con un uomo, e allora ha dovuto inventare una storia per giustificare questa assenza. Ha dovuto mettere in giro la voce che era l’amante di un uomo politico di secondo piano, sposato, e che per questo motivo non potevano farsi vedere insieme in pubblico. Ha preferito passare per una “ruba mariti”, come dice lei stessa, piuttosto che per una lesbica»(24).
Vittorio Lingiardi, in Citizen gay, parla addirittura di esperienze micro e macro traumatiche che distingue nel modo seguente:
– TRAUMI ACUTI: «Essendo la mia presa di coscienza così recente lei ha dovuto a un certo punto, L. [la sua compagna] ha dovuto imbrigliarmi e dire: “piano piano perché


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22 op. cit., pagg. 14–15
23 op. cit., pag. 76
24 Antonella Montano, L’omofobia, origini e aspetti, in: Maria Laura Annibali, L’altra altra metà del cielo, Edizioni Libreria Croce, 2009, pagg. 6–7
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tu lo vorresti dire a tutti ma sei sicura di non farti del danno?” allora io ho cominciato a… mi ha dato da pensare e ho cominciato a vedere tutto un mondo di omofobia... quindi di, eh, pregiudizio altrui nei confronti del nostro mondo e ho dovuto cominciare a fare i conti invece con la mia parte di omofobia interiorizzata o introiettata che dir si voglia con cui sto facendo i conti ancora adesso: cioè, quello che a me, uhm… viene difficile è non dirlo a tutti, la mia volontà è dirlo a tutti e in questo sono molto autodistruttiva perché... mi sono invece resa conto che devo tacere a tutti i costi, soprattutto nell’ambiente di lavoro perché io sono a rischio di posto, perché… sono in un ambiente comunque di persone che… non fanno mistero di essere ben più che omofobe e quindi se io dovessi comunque prendermi la mia resp… bella fetta di responsabilità e dire: “sono lesbica” so che… l’indomani io avrei una lettera di licenziamento con un pretesto qualsiasi che non, che non sia quello. Tutto qui». (L. 44 anni)(25)
– TURBAMENTI CRONICI: «Durante i dialoghi telefonici con mia madre si fa finta di niente, quando non invece si sfiora solo il problema – virgolettato – perché mia madre continua comunque a vedere questa cosa come un problema. Per lei non esiste che la figlia, uhm... sì, lei è contenta in quanto madre che vuole un bene dell’anima a sua figlia, per la quale si butterebbe nel fuoco, ed è contenta che lei sia serena con una persona, ma il fatto comunque che ci sia di mezzo questo lesbismo del piffero non le va giù. E quindi questa è una cosa che si sfiora solamente, se può lei fa finta di niente. Se io tiro fuori il discorso, uhm... lei mi sta a ascoltare solo per quei due, tre minuti, dopo di che… mi sposta il focus, e si parla di altro. E io, molto consapevolmente, me lo faccio spostare perché non ho nessuna intenzione di diventare una forzatura per mia madre, lo sono già abbastanza, i miei sensi di colpa si sprecano, però io so che… questo atto nei suoi confronti cioè… io le devo questo, perché so che tutto ciò che dovesse andare oltre sarebbe per lei ingestibile, sarebbe troppo, sarebbe uno sconvolgimento psicologico che io non… mi sento di farle subire, proprio perché so che lei ha delle difficoltà a gestire certi lati, certe esperienze della sua vita (L. 44 anni)»(26).
Per non parlare degli effetti devastanti dell’indifferenza sociale, che si traducono in traumi violenti con ripercussioni durature.
Da qui le conseguenze più pericolose per la salute mentale delle donne che hanno una relazione affettiva di tipo lesbico: depressione, senso di colpa, sessualità compromessa, pensieri suicidi. Può esserci piena autenticità all’interno di rapporti affettivi minati da caratteristiche del genere?
A darci la risposta è ancora Lingiardi: «alti livelli di minority stress possono raddoppiare o triplicare il rischio del danno psicologico»(27). Invece, secondo lo psichiatra, un fattore di grande influenza positiva su questo tipo di stato ansioso è legato al processo del coming out: più alto è il livello di visibilità delle persone omosessuali in genere e delle lesbiche in particolare, meno l’omofobia interiorizzata influisce sulla vita personale e di relazione: «una persona che non nasconde la propria omosessualità (...) potrà


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25 ibidem
26 ibidem
27 op. cit., pag. 81
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contare su un’identità e un’affettività più strutturate e riconosciute nel proprio contesto affettivo e sociale»(28).
L’omosessualità non è un fatto privato, in quanto l’essere umano, a prescindere dal proprio orientamento sessuale, è immerso nella società e in essa vive le sue relazioni.
Ecco perché il processo del coming out viene considerato da chi sceglie di attuarlo un mezzo di trasformazione personale nel sociale inteso a mutare un contesto ostile in un ambiente ove sia possibile instaurare e mantenere buoni rapporti con il prossimo.
Ogni volta che lesbiche e gay devono frequentare un ambiente che disprezza, banalizza o – quel che è peggio – punisce l’orientamento sessuale che è fuori della norma sociale, si trovano nella condizione di sentirsi persone invalide, che possono scegliere solo di fuggire da loro stesse o di rinunciare ad essere quel che sono. Secondo le linee guida APA(29) «la sicurezza fisica e sociale e il sostegno emotivo sono identificati come fattori centrali per la riduzione dello stress tra le persone lesbiche, gay e bisessuali».
L’esperienza dell’occultamento è lacerante. Costringersi a parlare al singolare sul posto di lavoro – per le lesbiche – così come impostare i propri discorsi con conoscenti o persone estranee omettendo le desinenze che rivelerebbero una relazione con una donna, implica un’attenzione costante ed esagerata, sempre rivolta a ciò che può essere detto o chiesto, per non parlare della scelta dell’abbigliamento: «soprattutto adesso col lavoro nuovo sto sempre attenta a come mi vesto perché... io poi un po’ mi vesto un po’ più, leggermente un po’ più elegante, così, a volte un po’ più sportiva, e subito sono molto in ansia se magari cerco di… devo apparire abbastanza femminile, ho paura di apparire troppo maschile... mi faccio ancora molte preoccupazioni per quello, non sono assolutamente libera riguardo a quello (...) Perché ho proprio paura di… sì, a volte ho proprio degli incubi, come dire che la gente pensi “lei è lesbica, L. è lesbica”, veramente, è una cosa un po’, cioè non tanti incubi però qualcuno sì… (tossisce) e... me li sento tutti addosso no? (L. 36 anni)»(30).
La lacuna ancora da colmare, oggi, in una società strutturata secondo i rigidi schemi del sessismo imperante, non è solo di tipo culturale, quando si parla delle relazioni affettive lesbiche: «L’assenza dell’amore tra donne dalla storiografia è tra i fattori che più gravemente hanno pesato sulla presa di coscienza e sull’accettazione della componente lesbica dell’identità nelle singole donne. E non meno gravemente ha pesato sulla formazione di un’identità collettiva per le donne che condividono questa esperienza e che ne hanno condiviso i problemi di sopravvivenza in una cultura ostile»(31).
“Sopravvivenza” è, quindi, la parola chiave, insieme a “soppressione”, quella operata in modo sistematico dal modello patriarcale e maschilista nei confronti dei sentimenti amorosi delle lesbiche e, quando questa non era possibile, il ricorso all’occultamento


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28 op. cit., pag. 82
29 American Psychological Association, www.psicologiagay.com.
30 ibidem
31 op. cit., pag. 5
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o alla falsificazione della “realtà scomoda”(32) delle storie d’amore fra donne, anche famose, al fine di mantenerne intatta la reputazione.
Per concludere, concetti come cancellazione, occultamento, omissione, falsificazione, effetto fantasma rappresentano la chiave di volta del pericoloso apparato sessista che continua ad offendere, denigrare e negare l’universo femminile, di cui le relazioni affettive lesbiche sono una parte tanto rilevante quanto nascosta. E, ad alimentare questo stato di cose, contribuisce la paura che le donne si portano appresso da secoli. Strisciante e subdola, essa è tanto potente da riuscire ad influenzarne in modo negativo le vicende e a comprometterne l’esistenza a livello sia psicologico che fisico, per tacere degli ingenti costi sociali che tutto questo comporta.
Tutte le donne hanno dentro di sé una parte di quella paura – unita all’emarginazione e alla violenza che hanno ereditato dal sangue materno –; essa viene poi inculcata nelle loro menti, durante l’infanzia, dalla società sessista. Quando, infine, giunge sui loro corpi attraverso percosse, attenzioni morbose o stupri, sanno che non se ne libereranno mai più.


Bibliografia
Linee guida APA anno 2000 – American Psychological Association

Daniela Danna, Amiche, compagne, amanti. Storia dell’amore tra donne, Uni Service, 2003

Paolo Rigliano, Amori senza scaldalo, cosa vuol dire essere lesbica e gay, Feltrinelli, 2006

Nerina Milletti e Luisa Passerini (a cura di), Fuori della norma, storie lesbiche nell’Italia della prima metà del Novecento, Rosenberg & Sellier, marzo 2007

Vittorio Lingiardi, Citizen gay, famiglie, diritti negati e salute mentale, Il Saggiatore, 2007

Antonella Montano, L’omofobia, origini e aspetti, Alla ricerca dell’identità, Il processo del Coming out, Lesbiche e lavoro, Gli stereotipi culturali e i diritti civili, Omofobia e eterosessismo, Spiritualità e religione, Gli stereotipi sessuali, in: Maria Laura Annibali, L’altra altra metà del cielo, Edizioni Libreria Croce, 2009

Monica Cristina Storini, Tra norme e regole, in: Maria Laura Annibali, L’altra altra metà del cielo, Edizioni Libreria Croce, 2009

Valentina Genta, Omofobia, l’eterna frontiera tra “noi” e “loro”: prospettive di analisi e superamento, pagg. 85–113 (tesi di laurea discussa durante l’anno accademico 2009 presso la facoltà di Scienze della formazione di Genova)


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32 op. cit., pag. 7

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