venerdì 19 novembre 2010

Produrre sangue in laboratorio? Un recente studio canadese dimostra che è possibile

Torno ad occuparmi di cellule staminali dopo aver letto, sui maggiori periodici internazionali on – line, la notizia, divulgata l'otto novembre 2010, secondo cui un gruppo canadese di ricerca, sotto la guida del dottor Mick Bhatia, è riuscito a dar vita a poche gocce di sangue, dopo aver prelevato dal derma di una persona volontaria pochi brandelli di materia organica. Vediamo come.
La rivista scientifica Nature (per un estratto della ricerca: http://www.nature.com/nature/journal/vaop/ncurrent/full/nature09591.html) ha divulgato gli esiti del lavoro portato a termine dalle ricercatrici e dai ricercatori dell'Istituto McMaster di ricerca sulle cellule staminali e sul cancro della Scuola di Medicina M. G. DeGroote (Hamilton, Ontario) i quali sono riusciti a trasformare cellule umane adulte in altre di diverso tipo, per la prima volta, senza doverle trasformare in staminali pluripotenti (quelle di cui parlai a proposito dell'utilità dei denti del giudizio estratti, al fine di produrre altre cellule assai specializzate per la medicina rigenerativa). Il gruppo di analisi ha quindi isolato i fibroblasti dal tessuto dermico di un soggetto adulto (la trasformazione avviene qualsiasi sia l'età dei volontari) e li ha trasformati in cellule ematiche che hanno la stessa impronta genetica del donatore.
Grazie a questo procedimento sono stati ottenuti due risultati assai importanti per la medicina, il primo dei quali permetterà presto di escludere sempre più dalla ricerca scientifica il ricorso alle cellule embrionali, con tutte le questioni morali che sono state sollevate inoltre, d'ora in poi, la scienza medica sarà posta nella condizione di rivoluzionare il metodo stesso delle trasfusioni e di ridurre in modo drastico il lavoro delle banche del sangue. Sempre che la sperimentazione sui primati dia esito positivo (quella umana partirà nel 2012). Da un certo punto in poi sarà, quindi, possibile effettuare auto – trasfusioni di sangue, prodotto da brandelli tissutali presi dalla propria pelle, in tutti i casi resi necessari da patologie quali le leucemie o altri tipi di tumore.
Come si è giunti al sangue vero e proprio? Il dottor Bhatia ha spiegato che il gruppo di ricerca è riuscito a trarre dalle cellule dermiche le cosiddette progenitrici ematopoietiche ovvero le madri dei globuli bianchi e rossi e delle piastrine, in quanto questi ultimi non sono in grado di dar vita se non ad emoglobina di tipo embrionale o fetale. Tutto ciò è stato reso possibile grazie all'impiego di una proteina, l'OCT4 – un cosiddetto “fattore di trascrizione” – con il quale le staminali isolate hanno ricevuto una sorta di accensione. Dopo questa riprogrammazione un virus ha funto da vettore. Il tutto è stato quindi fatto proliferare all'interno di un brodo di coltura contenente proteine stimolanti e proprio le cellule progenitrici, infine, hanno dato vita al sangue adulto.
A differenza delle tecniche impiegate nel passato recente, come nel caso delle staminali estratte dai denti del giudizio, quella utilizzata dal gruppo guidato da Mick Bhatia non ha dovuto trasformare le cellule in pluripotenti. È stata invece sperimentata la “riprogrammazione diretta”, come l'ha definita il biologo Luigi Naldini (http://www.swas.polito.it/services/Rassegna_Stampa/articolo.asp?ID=4028-130814688.pdf). Il passo successivo consisterà nel migliorare in modo sensibile l'intero processo di produzione cellulare.
Le parole usate dal dottor Bhatia fanno capire che siamo di fronte ad un evento rivoluzionario, per la medicina. «Abbiamo dimostrato che è possibile produrre sangue dalla pelle senza passaggi intermedi (…). C’è una grande necessità di fonti alternative al sangue umano (…) se questa fonte è la pelle del paziente, si limitano i rischi di rigetto».
Questo studio, così come tanti altri, dei quali Settimo Potere ha documentato le conclusioni, è fondamentale per comprendere che la strada intrapresa dalla ricerca scientifica, nell'àmbito delle cellule staminali, sta aprendo scenari inimmaginabili anche solo pochi anni fa, in termini medici. Lo scopo è quello, duplice, di limitare al massimo gli effetti secondari di certi trattamenti invasivi – come la chemioterapia – e di migliorare sempre più l'aspettativa di vita di molte persone ammalate le quali, lungi dal volere per sé trattamenti che ne prolunghino la sofferenza nella malattia, hanno il solo desiderio di vivere il più possibile serene il resto della vita. Per questo e per molti altri motivi lo studio del gruppo di ricerca di Hamilton dà una speranza in più a tutte e a tutti noi.

Lidia Borghi

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