martedì 23 novembre 2010

Via la paura dalla mente grazie ad una proteina

Il 6 giugno 2010 l’ANSA ha battuto la notizia – pubblicata dal periodico “Science” (http://www.sciencemag.org/cgi/content/abstract/328/5983/1288) – secondo cui alcuni scienziati dell’Università di Porto Rico (J. Peters, L. M. Dieppa-Perea e L. M. Melendez, dei Dipartimenti di Psichiatria e di Anatomia e Neurobiologia, nonché della Scuola di Medicina) diretti dallo psichiatra Gregory J. Quirk, hanno individuato in una proteina un mezzo utile a cancellare dalla mente il ricordo di eventi spiacevoli o traumatici legati alla paura.
Questa sostanza, presente nell’organismo, si chiama Fattore neurotrofico di derivazione cerebrale, in inglese “Brain Derived Neurotrophic Factor” (BDNF) ed è stata iniettata nella corteccia infralimbica (la zona compresa tra l’amigdala e la corteccia prefrontale mediale) del cervello di alcune cavie. Vediamo come.
Dapprima i topolini oggetto di studio sono stati traumatizzati mediante un suono e, per rendere permanenti gli effetti della paura, ad esso è stata associata una scarica elettrica ad una zampa. Ogni volta che la vibrazione sonora veniva ripetuta, gli animali subivano in nuovo trauma, anche senza l’associazione dello shock elettrico, a dimostrazione del fatto che il ricordo legato allo stato di paura permane a lungo nella mente. Gli scienziati di Porto Rico hanno quindi pensato di cancellare dal cervello delle cavie la parte di memoria associata al trauma attraverso un’iniezione di BDNF, in modo da rendere meno persistente il ricordo dell’evento che ha indotto la paura.
Quel che rende la vita di molte persone un inferno è proprio il ricordo ossessivo di un forte spavento, come per esempio lo scoppio di un tuono a breve distanza che può indurre la fobia per i temporali. Il gruppo di studiosi ha quindi scoperto che un’iniezione a base di questa proteina nella corteccia infra-limbica, la zona cerebrale deputata alla gestione del pensiero razionale, è in grado di neutralizzare gli effetti della paura sull’amigdala, l’area del cervello che gestisce la nostra parte istintuale. Come a dire che il Fattore neurotrofico di derivazione cerebrale ha il merito di evitare il compattarsi dei ricordi traumatici e che la parte di memoria sottoposta a trauma viene sovrascritta con un ricordo positivo.
Nonostante gli esiti incoraggianti dello studio portoricano, siamo ben lungi dalla produzione di un farmaco antipaura su misura per gli esseri umani e c’è già chi ha sollevato pesanti implicazioni di tipo etico sull’intera faccenda. Se da un lato, infatti, sono molte le persone, affette per esempio da PTSD (Post Traumatic Stess Disorder) o Disordine da stress post traumatico, da dipendenze o da fobie di vario genere, che trarrebbero un grande giovamento dall’assunzione di un farmaco a base di BDNF, che dire invece di un possibile uso illecito di questa proteina sui militari impegnati nelle più aspre zone di guerra, al fine di creare soldati dal coraggio inesauribile? A quanti nuovi possibili martiri darebbero vita molti governi, se la pastiglia che cancella la paura fosse disponibile sul mercato? Quanti dirigenti delle multinazionali del farmaco si fregherebbero le mani in vista degli enormi introiti derivanti dalla sua commercializzazione?
Non ci avevano insegnato che la paura ci è necessaria, come il dolore, al fine di mettere il corpo umano in allarme in caso di attacchi esterni e che gli stati emotivi di forte turbamento possono essere controllati con un costante esercizio mentale che ha lo scopo di rafforzare la volontà? Sembra che le neuroscienze, il cui fine dovrebbe essere quello di semplificarci la vita, stiano aprendo paurosi scenari che, prima d’ora, erano stai immaginati solo nelle più avvincenti opere di “Science Fiction” americana e che non avremmo mai pensato possibili. E se invece fosse tutto vero? Sarà sufficiente leggere i romanzi di Isaac Asimov per avere una risposta in merito all’esigua lungimiranza del genere umano anche in questo campo della ricerca scientifica.

Lidia Borghi

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