sabato 11 dicembre 2010

Dalla biologia molecolare applicata alla ricerca sul cancro nuove prospettive di cura per il glioblastoma multiforme

Si chiamano Lucia Ricci Vitiani, Roberto Pallini, Mauro Biffoni, Matilde Todaro, Gloria Invernici, Tonia Cenci, Giulio Maira, Eugenio Agostino Parati, Giorgio Stassi e Luigi Maria Larocca e, insieme a Ruggero De Maria, direttore del dipartimento di ematologia, oncologia e medicina molecolare dell'Istituto superiore di Sanità, hanno firmato uno tra i più importanti studi, pubblicato a novembre 2010 su Nature (per un estratto: http://www.nature.com/nature/journal/vaop/ncurrent/full/nature09557.html), sul glioblastoma multiforme.
Questa ricerca, durata ben tre anni e finanziata dall'AIRC (Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro), ha consentito alle studiose ed agli studiosi del gruppo di De Maria (con cui hanno collaborato l'Università Cattolica di Roma, la Fondazione Carlo Besta di Milano e l'Università di Palermo) di scoprire che il glioblastoma – il più frequente tumore cerebrale ed anche quello che causa il maggior numero di vittime ogni anno in tutto il mondo – riesce a sopravvivere alle attuali terapie antitumorali grazie alla produzione di cellule staminali assai specializzate, che sono in grado di creare da sé i vasi sanguigni attraverso i quali questo tipo di cancro si alimenta e si propaga nel cervello. Il termine medico per indicare questa capacità è angiogenesi o vascolarizzazione.
Il gruppo di studio ha scoperto il meccanismo in questione dopo aver analizzato i tessuti ammalati di una quarantina di persone, colpite dal glioblastoma, che erano state operate dal professor Giulio Maira dell'Università Cattolica di Roma. Ebbene, grazie ad un'innovativa tecnologia, ideata nei laboratori della Fondazione Besta di Milano, sono stai ricreati in vitro i vasi sanguigni tumorali. Messi, quindi, a confronto con altri tessuti sani, è stato scoperto che il glioblastoma non si moltiplica occupando vasi sanguigni sani, ma dando vita ad una rete vascolare costruita di sana pianta dalle sue cellule staminali.
Ciò comporta che, d'ora in poi, grazie a questa fondamentale scoperta, si potranno creare nuovi farmaci specifici per bloccare il proliferare di questo tumore cerebrale. Secondo le addette e gli addetti ai lavori, infatti, già fra un paio d'anni potrebbero essere creati nuovi farmaci mirati e, grazie ad essi, verrebbe avviata la sperimentazione clinica. Per non parlare del fatto che tutto ciò apre nuovi scenari di ricerca per l'analisi di altre neoplasie assai aggressive (si veda, in merito, l'articolo di Settimo Potere sulle staminali del melanoma: http://www.settimopotere.com/index.php?option=com_content&view=article&id=2160:scoperte-le-cellule-staminali-del-melanoma-ora-si-punta-ad-un-farmaco-ad-uso-umano&catid=36:scienza&Itemid=35), sulle quali le attuali cure non sortiscono effetto alcuno. «Questo meccanismo di crescita lo possiamo trovare in diversi tumori – ha affermato il professor Maira – . Oltre che nel cervello anche nel colon, nel seno e nel sangue. Il nostro studio potrebbe aprire la strada a nuove terapie».
Insomma, studi di questo tipo – che si basano su modelli sperimentali assai tecnologici come quello messo in pratica per il glioblastoma – non fanno altro che confermare la recente svolta della ricerca sul cancro la quale, già da tempo, si sta sempre più rivolgendo all'analisi della “biologia dei tumori”, come l'ha definita Ruggero De Maria, secondo il quale «(...) questo studio, in particolare, ha mostrato come la maggioranza dei vasi sanguigni del tumore sia costituita da cellule staminali tumorali trasformate in cellule endoteliali, cioè nelle cellule che normalmente sono deputate alla formazione dei vasi del sangue necessari a portare ossigeno e sostanze nutritive al nostro organismo».
Il passo successivo, prima della creazione di farmaci ad hoc per dare il via alla sperimentazione clinica, potrebbe essere quello di strutturare diverse banche dati molecolari – come quella creata per le staminali del glioblastoma – al fine di avviare macro-analisi biomolecolari che diventeranno, a loro volta, i prossimi “target terapeutici” della ricerca medica. Dopo di che, ricercatrici e ricercatori di tutto il mondo potranno studiare con sempre più alta accuratezza i meccanismi molecolari che stanno alla base dell'angiogenesi di diverse cellule staminali tumorali.
Il traguardo raggiunto da questo studio – tutto italiano – è enorme e non solo perché la ricerca nazionale sta attraversando un periodo alquanto duro, a causa degli ingenti tagli ai fondi stanziati di volta in volta dai governi, ma soprattutto per il fatto che i mezzi ora a disposizione dei gruppi di analisi presenti in tutto il pianeta sono di molto aumentati e consentono di combattere quasi ad armi pari con le varie forme di tumore. Per togliere quel “quasi” occorrono sempre più mezzi, economici ed umani. È un fatto di lungimiranza.


Lidia Borghi

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