lunedì 31 gennaio 2011

If These Walls Could Talk 2. Tre corti a tema LGBT per la televisione americana


Il film If These Walls Could Talk 2 (in italiano Women. Se questi muri potessero parlare, 98'), nato nel 2000 per la tivù via cavo statunitense e trasmesso dalla HBO (Home Box Office), raggruppa tre cortometraggi che hanno in comune lo scottante tema dell'amore lesbico. Diverse sono le particolarità di questa pellicola:
- ogni episodio fu girato nella stessa abitazione, una casetta mono famigliare con antistante giardino
- tutti e tre i cortometraggi affrontano alcune fra le tematiche più note dell'amore fra donne

- i corti sono inframmezzati da diversi spezzoni di documentari americani d'epoca – in uno di questi compare una giovanissima ed occhialuta Hillary Clinton – che mostrano alcune fra le tante proteste messe in atto dalle persone appartenenti al mondo LGBT (dall'acronimo americano Lesbian, Gay, Bisexual and Transgender) per rivendicare il diritto, proprio ed altrui, ad esistere, a vivere ed a godere degli stessi diritti civili di tutte le cittadine ed i cittadini statunitensi.
Di seguito le trame.


1961 (regìa di Jane Anderson, con Vanessa Redgrave e Marian Seldes)
L'anziana coppia formata da Edith (V. Redgrave) e da Abby (M. Seldes) convive da anni. La casa è stata acquistata e pagata in comune. Abby cade da una scala, in giardino, picchia la testa e viene ricoverata all'ospedale. Edith non può vegliare la donna perché “Solo i parenti possono accedere alle sale di degenza”, come le viene detto alla reception. Edith passa la notte in sala d'aspetto e, il giorno dopo, scopre che la sua compagna non è riuscita a superare la notte. È disperata e non potrà neppure vegliare la salma della sua anima gemella, dato che “Solo i parenti possono accedere alle sale mortuarie”, come le viene ribadito. Occorre avvertire l'unico parente della donna, il nipote Ted. Il resoconto visivo, senza dialoghi, che precede l'arrivo del giovane, riprende Edith mentre è intenta a far sparire da ogni posto della casa le prove della sua convivenza con una donna: disfa e smonta il letto matrimoniale ed al suo posto mette un divanetto; raccoglie in una scatola di cartone tutte le fotografie che la ritraggono insieme ad Abby, nasconde i vestiti della donna, trasferisce i suoi in una cameretta al piano superiore e lì prepara un lettino singolo per sé. All'arrivo di Ted si scopre che Edith non può restare a vivere in quella casa, dato che, nonostante la donna abbia contribuito a pagarla per metà, all'epoca, né lei né Abby avevano provveduto a fare un accordo scritto, davanti ad un notaio, che attestasse la proprietà comune. Edith è, di fatto, una persona invisibile. Scena finale del cortometraggio: in piena ripresa soggettiva, con carrellata a ritroso, la casa appare ormai vuota e l'ipotetico occhio di chi guarda esce dalla porta d'ingresso.


1972 (regìa di Martha Coolidge, con Chloë Sevigny e Michelle Williams)
Linda è una giovane studentessa universitaria che divide la casa, che fa da filo conduttore dei cortometraggi, con due compagne di studio ed incontra Amy – in piena epoca femminista – in un bar frequentato da lesbiche butch (quelle mascoline perfino nell'abbigliamento) e femme (le ultra femminili). Le due si innamorano e passano insieme una notte d'amore, ma Linda non riesce proprio a concepire come Amy possa andare in giro vestita da uomo e, al contempo, mantenere intatta la sua identità di genere. Linda ha un problema: non riesce ad accettare Amy per quel che è e si vergogna di lei tanto che, il mattino dopo, la studentessa chiede ad Amy se, da quel momento in poi, fra loro due si instaurerà il gioco di ruoli io-femmina/tu-maschio. Per questo motivo le due ragazze litigano e, dopo essersi riappacificate, decidono di cenare insieme nella casa comune ma le colleghe universitarie di Linda non riescono ad accettare Amy. Nel tentativo di convincerla ad indossare una camicia da donna per vedere come le starebbe, finiscono per deriderla, inducendo la ragazza ad andarsene. Linda la segue fino a casa e, scusandosi, dice ad Amy che ha imparato a non vergognarsi di lei. La macchina da presa riprende le due ragazze nell'atto di scambiarsi un bacio appassionato a suggello di una nascente storia d'amore fra donne.


2000 (regìa di Anne Heche, con Sharon Stone ed Ellen DeGeneres)
Fran (S. Stone) e Kal (E. DeGeneres) occupano, ai giorni nostri, la casa con giardino i cui muri hanno ascoltato le vicende narrate nei corti precedenti. La coppia è alle prese con i problemi legati alla volontà di mettere al mondo un figlio e con l'intricato mondo dell'inseminazione artificiale. Dopo aver fatto una ricerca su Internet, le due donne si rivolgono ad una banca del seme e, a seguito di diverse traversie ora comiche ora drammatiche, svolgono alcuni tentativi, tutti andati a vuoto, di inseminare Fran. L'unico, grande, rammarico di Kal è di non poter fecondare lei stessa la sua amata, in quanto la natura non gliene dà la possibilità. Che importa se il loro bimbo o la loro bimba dovranno subire una forte discriminazione da parte di una società omofobica, arretrata e bigotta, l'importante è che le due amanti possano concepire la loro creatura. Scena finale: interno giorno, stanza da bagno. Fran porge a Kal il test di gravidanza. Kal, in piedi, di profilo, attende di vederne l'esito. Fran è incinta! Le due donne si mettono a danzare per la felicità. La storia è a lieto fine.
I tre corti che compongono If These Walls Could Talk 2 hanno l'indubbio merito di essere riusciti a documentare – senza scadere negli stereotipi più comuni – le storie, assai simili a quelle reali, di tre coppie di donne omosessuali come tante, le cui istanze per avere pieno accesso ad una legislazione che tenga conto anche dei diritti delle minoranze civili, sono state descritte in modo appropriato dalle tre registe.


Lidia Borghi

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