lunedì 7 febbraio 2011

Gli altri corti di Marco Paolini



Riprendo il tema dei cortometraggi di Marco Paolini e mi soffermo su due che ritengo fra i più significativi.
Questo radichio non si toca. Diario di un'estate, scritto a quattro mani con Giuseppe Baresi nel 1998 ed uscito nel 2003 su supporto DVD, ha una durata di 65 minuti e ci offre uno spaccato assai particolare del modo di “fare” teatro di Marco Paolini.
Proposto sotto forma di diario, come recita il sottotitolo dell'opera, ci narra dell'estate, assai calda, che Paolini e il suo gruppo di teatranti vivono nell'atto di preparare i lavori a venire. Qui il racconto diventa una sorta di metafora del lavoro teatrale.
Vivere è, invece, un corto di 37 minuti, ideato e diretto da Franco Bernini (alla sceneggiatura ha collaborato il regista Sandro Veronesi), impreziosito dall'efficacissima narrazione di Paolini. Difficile concentrare in poco più di mezz'ora così tanti eventi come quelli avvenuti in Italia negli anni 1943/1944, fra cui la caduta del fascismo, la repressione nazista nel nostro già martoriato Paese, lo sbarco dei soldati statunitensi nel Mediterraneo e l'armistizio. C'era bisogno di un tratto comune che facesse da tema conduttore e, allo stesso tempo, da sfondo: il cineasta Vittorio De Sica. Chi non ricorda il garbo d'altri tempi e l'affettata eleganza di un personaggio che, in quegli anni, ha lasciato un segno tanto profondo nel cinema italiano? Solo in apparenza quella leggerezza di pensiero e d'azione poteva indurre a pensare ad un vuoto intellettuale che, lungi dall'essere reale, celava un impegno civile che traspare da tante sue pellicole del Neorealismo, ma anche in quelle più leggere.
La trama: De Sica sta girando un film per le strade di una Roma dilaniata dai bombardamenti. Cinecittà è infatti inagibile. Durante una delle tante giornate di riprese, sul set piomba una pattuglia di fanti tedeschi che lo preleva e lo conduce in caserma, al cospetto del comandante tedesco. I pensieri che animano l'uomo, durante il tragitto, sono fra i più disparati, non ultima la paura di perdere la vita per chissà quale misfatto compiuto. Più tardi, di fronte all'ufficiale nazista, viene a sapere che Goebbels in persona gli ha intimato l'ordine perentorio di recarsi a Venezia con lo scopo di contribuire a far rinascere il grande cinema italiano. Che dire? Che fare? Quale pretesto addurre pur di non lasciare la capitale? E come non abbandonare l'amata Maria? Ed ecco l'idea: offrire un film alla donna, la quale accetterà solo se a dirigerlo sarà proprio De Sica.
Così nacque la pellicola La porta del cielo, che segnò la nascita di una lunga e proficua collaborazione del regista con Cesare Zavattini. E qui viene fuori tutta l'astuta italianità di Vittorio De Sica, il quale rimanderà il più possibile l'inizio delle riprese, con un'abilità da commediante consumato. Lo stesso luogo delle riprese, la basilica di San Paolo fuori le mura, diviene quasi un simbolo, una sorta di zona franca – oltre che un riparo sicuro – attorno alla quale ruoteranno le vicende di varia umanità dolente, fatta di rifugiati politici, deportati, persone affamate che, grazie al denaro della produzione, possono contare su un pasto caldo ogni giorno, lavoranti, comparse e quant'altro. Tutti, chi più chi meno, hanno un motivo valido per calcare le scene di quel luogo sacro e provare a recitare davvero, al fine di mantenere intatta la facciata di cartapesta al di là della quale si cela una verità che tale deve rimanere. De Sica riuscirà a mantenere intatta la finzione – anche a costo della vita – pure quando un gerarca nazista piomberà sul set a caccia di Ebrei. L'unica carta da giocare resterà, in quel frangente, quella dell'extraterritorialità del luogo di preghiera. Persino il cardinal Montini, il futuro papa Paolo VI, si recherà a San Paolo, ma De Sica continuerà imperterrito a girare chilometri e chilometri di pellicola, alla fioca luce delle fiaccole (di riflettori manco a parlarne), in attesa di un segnale di qualche tipo, giorno dopo giorno. Fino a che non accade qualcosa.
L'arrivo degli Alleati segnerà la liberazione di Roma, la salvezza di centinaia di persone, la fine del film e di un pericolo, a volte estremo, cui Vittorio De Sica è riuscito a tenere testa. Anche questo è vivere.


Lidia Borghi

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