lunedì 28 febbraio 2011

Intervista a Luca Urciuolo

Foto di Lidia Borghi








Ecco l'ennesima intervista che, grazie al magazine mensile "Fresco di stampa", ho potuto fare ad una persona celebre, nel 2008. La ripropongo qui, ringraziando ancora una volta Ignazio Riccio e Giampaolo Graziano, direttore e vice direttore del periodico aversano, le colonne di "Fresco". Grazie a loro ho imparato i primi rudimenti di una passione che, in me, si sta trasformando in professione. Grazie a loro "Fresco" è diventato grande ed oggi rappresenta appieno la variegata realtà della "Terra di lavoro".


La matematica del cuore

‹‹La rappresentazione di questa sera è stata messa insieme dal vibrafonista Raffaele Cerando e da me per suonare dieci standard di musica jazz ed uno del compositore argentino Astor Piazzolla, con variazioni improvvisate per l’occasione; i brani che andremo ad eseguire hanno un punto di partenza ben preciso, la cultura musicale europea ovvero il punto di vista dal quale si mossero i musicisti -di jazz e non solo- d’oltreoceano per creare le loro memorabili composizioni››. Queste le battute iniziali dell’intervista che Fresco di stampa è riuscito a strappare al musicista partenopeo Luca Urciuolo poco prima che al caffè letterario Antico palazzo si tenesse la Jam Session dal titolo In movimento, un concerto jazz che ha tenuto incollati alle sedie diversi convenuti i quali, subito dopo lo spettacolo, hanno potuto gustare una cena prelibata.

Quanti anni sono passati dall’epoca in cui suonava la pianola che le regalò la sua nonnina?
Eh, avevo quattro anni. Se considera che oggi ne ho trentacinque, praticamente è una vita…

Fu un periodo proficuo, di sperimentazione?
Certo! Come lei sa, alla base della musica vi sono dei processi matematici spesso inspiegabili e, se c’è un’inclinazione a decodificarla, questa matematica, automaticamente si acquisisce anche l’attitudine a suonare e a sperimentare; durante la mia vita non ho mai subìto forzature ovvero sono stato lasciato sempre libero di giocare con la musica, senza correre mai il rischio di venire incasellato in un genere piuttosto che in un altro, per cui ho avuto modo, come dicevo, di sperimentare tantissimo, di analizzare, scegliere, creare, cestinare per poi ricominciare daccapo e tutto ciò mi ha permesso di dar vita ad uno stile personale assai particolare e perciò stesso difficile da classificare, in quanto la mia tendenza peculiare è sempre stata quella di non riuscire ad eseguire le composizioni in modo pedissequo. Ho sempre avuto la tendenza a variare e il bello è che i brani che eseguivo di volta in volta finivo per impararli già variati.

Possiamo quindi parlare di una matematica del cuore?
Sì, certamente; in altri termini non ho mai avuto un punto d’arrivo e, mentre suonavo, accadeva come se il cosiddetto “nocciolo astratto” si allontanasse sempre più da me, lasciando spazio solo alla variazione.

Come avvenne il passaggio dalla sperimentazione agli arrangiamenti scritti per gli spettacoli teatrali?
Ah, beh, sotto questo aspetto devo tutto a mio padre, il quale è sempre stato un appassionato di teatro, soprattutto quello tradizionale, per cui lui fu il primo a darmi grande fiducia in tal senso. Tenga conto che io lavorai per la prima volta in un teatro a quindici anni, quando accadde che il pianista nonché direttore dello spettacolo di allora si ammalò -se non ricordo male- e mio padre, con grande sicurezza e sensibilità, vide in me una capacità che io ancora non riuscivo a percepire, data la mia giovane età e finì per presentarmi alla compagnia. Fu così che io debuttai nelle vesti di direttore della rappresentazione teatrale. Consideri anche che io non mi rendevo ben conto di ciò che stava accadendo, dato che per me tutto era estremamente naturale. Da quel momento in poi maturò in me la passione per la composizione, avendo io così tanta predisposizione per le variazioni sul tema; diverse furono quindi le mie scritture per il teatro della tradizione, la più importante delle quali è quella che all’età di diciassette anni io dedicai alla rivoluzione napoletana del 1799.

L’epiteto di enfant prodige le calza bene addosso?
Ritengo che ci voglia tantissimo duro lavoro per arrivare a determinati traguardi e penso di avere avuto la fortuna di applicare tanto senza subire i traumi dell’incanalamento in uno stile ben preciso; sono stato lasciato in pace, per così dire, libero di giocare con la musica, di sperimentare, agendo sempre con grande passione, che per me rappresenta il 90% di tutto il mio impegno.

Ci vuole parlare brevemente del quartetto Neroitalia, da lei fondato nel 1993?
La nascita di questo quartetto fu qualcosa di magico, nel senso che era composto da quattro solisti, ognuno dei quali con una sua esperienza musicale personalissima e tutti ci sentivamo -come dire- incontaminati fra di noi, tanto che il gruppo funzionò sino a che riuscimmo a mantenere intatte le rispettive individualità e si sciolse nel momento in cui ognuno iniziò a pensare come gli altri. “Neroitalia“ fu un insieme -eterogeneo per proposte- in cui ognuno aveva la possibilità di dare il suo personale apporto, che successivamente veniva fuso nell’ambito del quartetto. Il risultato fu quindi un’originalissima mescolanza di stili.

Come avvenne il suo incontro con la fisarmonica, uno strumento bellissimo ma oggi poco valorizzato?
Del tutto per caso! Pensi che nel primo disco dei “Neroitalia“ sentimmo l’esigenza di suonare temi prettamente mediterranei, che risultavano bene proprio con l’uso della fisarmonica, così io me ne feci prestare una giusto per il tempo necessario alla registrazione del disco e… Fu amore a prima vista. Dopo un mese acquistai la mia fisarmonica personale, che tuttora possiedo, una “Höner“ d’occasione che pagai un’inezia e che risulta essere di dimensioni più piccole rispetto a quelle che vengono utilizzate nei concerti. Da allora ho sempre tenuto quella.

Come ci ha spiegato prima, l’improvvisazione è una caratteristica molto importante nella sua attività di musicista. Ce ne vuole parlare in relazione alla musica europea e mediterranea che suona con il collega Mauro Smith?
La collaborazione con Mauro Smith, che già aveva fatto parte del gruppo “Neroitalia”, nacque subito dopo la proficua esperienza del quartetto. Tenga presente che Smith è un batterista e come tale avrebbe dovuto gestire il ritmo portante del duo e invece Mauro suona come un altro musicista, per cui la melodia che ne viene fuori è quanto di più particolare potessimo attenderci. Questa collaborazione è stata alquanto interessante, avendo noi dato vita ad un progetto originale che ha riscosso molti consensi. Pur essendo Mauro ed io stati definiti un duo sperimentale, ci tengo a precisare che la musica che suoniamo è molto comunicativa, aperta, con una melodia di base molto diretta e comprensibile. Ogni brano è fatto per il 30% di composizione e per il 70% di improvvisazione e quest’ultima è totalmente tematica ovvero sfrutta la vocazione di base del pezzo e ci pone nella condizione di sviluppare, durante l’esecuzione, sempre nuove armonie. Si tratta di improvvisazione nuda e cruda.

Nel 2006 ha pubblicato il disco Come la lava il mare. Ce ne vuole parlare?
Questo lavoro ha un unico attore: il pianoforte. Che è anche un punto d’arrivo, piuttosto che di partenza, dell’intero compact disc. “Come la lava il mare“ è un disco che raccoglie tutta la mia esperienza musicale a proposito del quale ho dichiarato che in esso il piano ‹‹è un sintetizzatore dal maggior numero di possibilità dirette››, nel senso che non occorre programmarlo, ma lo si suona direttamente e in modi del tutto diversi a seconda di ciò che si vuole comunicare. Mi spiego meglio: non ho fatto altro che riportare sul pianoforte modi diversi di suonare a seconda dello strumento che avevo in mente lì per lì e così ho immaginato di riprodurre un quartetto d’archi piuttosto che il suono di un flauto o quello di una fisarmonica. Questa tecnica mi porta a parlare di “emulazione dell’intimo”. Come dico spesso riprendendo il pensiero di Arnold Schönberg, “la musica, al suo più alto livello, si occupa solo di riprodurre la natura interiore”; questo concetto, che si riferisce alla musica descrittiva, mi appartiene da sempre e in modo profondo. La nota caratteristica di questo lavoro riguarda la ripresa dell’audio in sala di registrazione: cinque microfoni, oltre i tre canonici che vengono posti intorno al piano, sono stati posizionati in altrettanti punti ovvero tre nella stanza e due sui miei polsi, in modo da riprodurre fedelmente la stereofonia dinamica che risultava dallo spostamento delle mie mani sulla tastiera, andando così ad individuare fedelmente il punto in cui stavo suonando.

Lidia Borghi

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