giovedì 24 marzo 2011

If These Walls Could Talk 2, i cortometraggi lesbici che scandalizzarono l'America perbenista

Il vecchio millennio aveva oramai ceduto il posto a quello nuovo quando, negli Stati Uniti d'America, la HBO (Home Box Office), una delle più note emittenti televisive via cavo, trasmise il film If These Walls Could Talk 2 (in italiano Women. Se questi muri potessero parlare), una pellicola formata da tre cortometraggi accomunati non solo dallo scottante tema, l'amore lesbico, ma anche da una particolarità che aveva caratterizzato anche il precedente lavoro, If These Walls Could Talk (Usa, 1996, giunto in Italia con il titolo Tre vite allo specchio), incentrato sull'altrettanto controverso argomento dell'aborto: tutti e tre gli episodi furono girati nella stessa abitazione, una casetta mono famigliare con tanto di tetto spiovente e prato all'inglese sul davanti.
L'altra particolarità di questo film sta nel fatto che ogni episodio tratta una delle tematiche più diffuse dei rapporti amorosi lesbici, quelle stesse con le quali si trovano, ogni giorno, a fare i conti molte donne che convivono con le proprie amanti e così il primo cortometraggio, ambientato nel 1961, si occupa di un problema che, in Italia, ancora non ha trovato una soluzione legislativa di qualche tipo ovvero la possibilità di mantenere per sé i beni acquistati in comune che, alla morte di una delle due donne (nella finzione cinematografica Marian Seldes e Vanessa Redgrave), non può spettare alla compagna superstite, a meno che non vi sia un qualche documento scritto che ne attesti la fattibilità.
Il secondo episodio si svolge nel 1972, in piena epoca femminista, quando le donne lesbiche rivendicavano – così come quelle straight (in gergo americano le “regolari” o eterosessuali) – il diritto a vivere la propria femminilità così com'era, sgravata, nel caso delle lesbiche, da tutti quegli stereotipi, nati proprio in terra statunitense, che volevano le donne omosessuali divise in due gruppi distinti e separati, le butch e le femme, le une mascoline fino all'esasperazione – con il chiaro intento di tenere lontani i pretendenti maschi etero – e le altre ultra femminili. Nella finzione cinematografica le due protagoniste del cortometraggio sono Chloë Sevigny, che impersona Amy e Michelle Williams ovvero Linda.
Il terzo ed ultimo cortometraggio, girato ai giorni nostri, vede impegnate le due protagoniste, Sharon Stone ed Ellen DeGeneres, a mettere al mondo una creatura nel solo modo che è loro concesso, l'inseminazione artificiale.
Questa pellicola televisiva ha una terza particolarità: le tre narrazioni – così come i titoli di testa e di coda – sono intercalate da altrettanti filmati d'epoca americani dall'indubbio valore storico, in quanto documentano le proteste di piazza di tutte le persone, lesbiche o gay, etero od omo che fossero, che rivendicavano il diritto, proprio ed altrui, ad esistere, a vivere e a non essere incasellate in categorie, basate su ridicoli stereotipi, legati al concetto di famiglia tradizionale – tanto caro al capo della chiesa cattolica, Joseph Ratzinger – e sui conseguenti pregiudizi discriminatori. Di seguito le trame:

1961 (regìa di Jane Anderson)
Edith (Vanessa Redgrave) ed Abby (Marian Seldes) si amano dai tempi della scuola. Sono anziane e convivono, sotto lo stesso tetto, da decine di anni. Il mutuo per l'acquisto della casa è intestato, così come lo stabile, ad Abby, anche se Edith ha contribuito a pagarlo per metà. Di ritorno da un cinema, le due donne si accingono a coricarsi ma Abby, per un banale incidente domestico, sbatte il capo e viene ricoverata all'ospedale. Edith la veglia tutta la notte. Di lontano. In sala d'attesa. “Solo i parenti possono accedere alle sale di degenza”, le viene detto. Poco prima di allontanarsi dalla reception, la donna prega una delle infermiere di avvertirla, qualora Abby si dovesse svegliare. La mattina dopo Edith scopre che la sua amata è deceduta durante la notte. La disperazione le si legge in volto. Non può vegliare la salma della donna che ama da sempre, la sua anima gemella. “Solo i parenti possono accedere alle sale mortuarie”, le viene detto. Così, Edith torna a casa e si vede costretta ad avvertire Ted, il nipote di Abby, della morte della zia. Quel che segue è lo straziante resoconto visivo di tutte le azioni che Edith è costretta a mettere in pratica per far sparire da ogni angolo della casa le prove della sua convivenza con una donna: il letto matrimoniale viene disfatto ed al suo posto viene messo un sofà; le istantanee che ritraggono i bei momenti trascorsi insieme dalle due amanti vengono rimosse da pareti e mobili, i vestiti di Abby vengono messi da parte, quelli di Edith trasferiti in un armadio che si trova al piano superiore, dove viene approntato un lettino singolo. All'arrivo di Ted, della moglie di lui e della figlia, viene affrontato il discorso della casa: nonostante Edith abbia contribuito a pagarla per metà, non gliene spetta neppure un angolo, dato che le due donne, quando erano giovani, innamorate e spensierate, non avevano pensato a fare una scrittura privata, in presenza di un notaio, al fine di regolarizzare la proprietà comune. A livello legale la vedova di Abby non possiede nulla. Ted propone ad Edith di restare, a patto di versargli un affitto mensile, strada del tutto impraticabile per la donna, alla quale spetta metà della casa che ha condiviso con la zia del giovane, in tutti gli anni di una convivenza che deve essere taciuta. Così Ted decide di vendere lo stabile. La scena finale dell'episodio è una soggettiva che, con una carrellata a ritroso, riprende la casa ormai spoglia di tutti gli oggetti ed i mobili appartenuti alla coppia. Ad Edith resta una vita di ricordi ed il dolore sordo per la perdita della donna amata.

1972 (regìa di Martha Coolidge)
Linda è una giovane studentessa lesbica che condivide con due colleghe universitarie la casa che era appartenuta ad Edith ed Abby. In pieno movimento femminista, le tre ragazze si vedono discriminate dal loro stesso gruppo, cui avevano dato vita al fine di mettere in pratica una lotta comune. La scena cambia e mostra le tre studentesse fare una puntata in un bar frequentato da butch per una bevuta. La loro entrata è accolta con un gelo palpabile: le lesbiche vestite da uomo mal tollerano la vista di tre omosessuali femmine abbigliate-come-le-femmine le quali, mentre occupano un tavolo, se la ridono dei ruoli assai rigidi ricoperti dalle donne presenti nel locale. Fino a che lo sguardo di Linda non si sofferma su Amy, una bella ragazza bionda che indossa jeans, camicia, cravatta e stivali mimetici. Nonostante le tre studentesse ridano di lei, Linda attacca bottone con la butch, la quale le offre una sigaretta e le chiede di ballare con lei. La ragazza accetterà solo dopo che le sue amiche se ne saranno andate. Linda ha un duplice problema: fare accettare Amy alle sue amiche, le quali rifiutano il vieto gioco di ruoli tra butch e femme, nonché tentare di rientrare in un gruppo di femministe che non vedono di buon occhio le lesbiche, ancor meno quelle mascoline nei comportamenti e nell'abbigliamento. Nonostante ciò, le due ragazze si piacciono e, dopo un primo imbarazzo di Linda, fanno l'amore e passano la notte insieme. Il mattino dopo la studentessa chiede ad Amy se, d'ora in poi, fra loro due si instaurerà il solito gioco di ruoli io-femmina/tu-maschio, ma le due hanno un litigio. Amy accusa, infatti, Linda di vergognarsi di lei, a causa dell'abbigliamento maschile. Dopo essersi riappacificate, le due amanti si accordano per cenare insieme nella casa delle studentesse, ma la serata non decolla. Le colleghe universitarie di Linda mal sopportano l'atteggiamento di Amy, tentano di convincerla ad indossare, lì per lì, una camicia di taglio femminile, ma si spingono ad un punto tale di insolenza da costringerla a lasciare l'appartamento. Questa volta, però, Linda segue la ragazza. Non si è mai vergognata di Amy, ma solo di se stessa. Il bacio finale fra le due suggella una bella storia d'amore fra donne.

2000 (regìa di Anne Heche)
La casa di Abby, Edith e Linda è ora occupata da Fran e Kal, una matura coppia lesbica che muore dalla voglia di mettere al mondo una creatura da amare per il resto dei suoi giorni. Nella speranza di ottenere lo sperma di una giovane coppia di gay loro amici, Tom ed Arnold, le amanti pongono una condizione ferrea: i due uomini non dovranno avere rapporti con il figlio che verrà concepito. Al loro rifiuto, le donne desistono dal loro intento e, dopo aver eseguito un'accurata ricerca su Internet, scoprono il mondo dell'inseminazione artificiale. A Kal non importa nulla di conoscere il nome del donatore di sperma, quindi, perché non provare con una banca del seme? Detto fatto, la coppia si rivolge ad un centro specializzato ed inizia le pratiche per l'acquisto del prezioso liquido maschile. Kal è determinata quanto Fran a far sì che la cosa vada in porto, anche se ha un unico, grande, dispiacere: quello di non poter fecondare lei stessa la sua amata. Non importa se il loro bimbo o la loro bimba dovranno subire una forte discriminazione, ma come sarebbe bello se Kal potesse mettere Fran incinta. Dopo tre tentativi di inseminazione andati tutti a vuoto, un susseguirsi di scene, spesso comiche, senza dialoghi, ma con il solo commento musicale, documenta i vari tentativi messi in pratica dalla coppia per fecondare Fran. Scena finale: interno giorno. Fran è seduta sulla tazza del water. Porge a Kal la piccola sonda del test di gravidanza. Kal è in piedi, di profilo, a figura intera. Appoggiata ad un mobile, spiata al di là della porta dalla macchina da presa, conta i minuti che la separano dall'esito: positivo o negativo? Il test è positivo! Fran è in stato interessante. Le due amanti esultano e, per la gioia, si mettono a ballare. La coppia lesbica avrà la sua creatura. Lieto fine assicurato.
Questa raccolta di cortometraggi, della durata complessiva di poco più di 90 minuti, ha ricevuto diversi premi, a dimostrazione del fatto che i temi trattati in If These Walls Could Talk 2 hanno mantenuto la loro autenticità, nel passaggio dalla vita reale alla sceneggiatura. Argomenti quali la successione ereditaria per le coppie omosessuali, la contrapposizione stereotipata, oggi alquanto superata, fra lesbiche mascoline e femminili, il tema del femminismo lesbico, che in Italia ben poco è stato indagato (si veda il particolarissimo documentario L'altra altra metà del cielo – con annesso saggio – di Maria Laura Annibali, la quale sta facendo, con il suo corto, il giro delle scuole superiori di Roma e provincia, oltre che di varie altre città italiane, promuovendo ed alimentando un serrato dibattito in merito ad un argomento quasi del tutto sconosciuto nel nostro Paese) e quello, non meno importante, della possibilità, per le coppie lesbiche, di procreare grazie alla fecondazione assistita (tema tabù, nel nostro Paese, a causa delle fortissime opposizioni vaticane che riescono ad influenzare la legislazione italiana, di destra come di sinistra), fanno parte del nostro bagaglio culturale o, per meglio dire, in-culturale, siamo noi volenti o nolenti in tal senso. E non crediamo che i civilissimi (sic!) Stati Uniti d'America stiano messi meglio dell'Italia, in tema di leggi a tutela dei diritti, questi sì civili, per le persone omosessuali, transessuali, intersessuali o ermafrodite. I passi in avanti da fare sono ancora molti, a livello mondiale ed è grazie a pellicole come questa – che hanno il merito di documentare, senza arruffianarsi il pubblico, le reali problematiche cui vanno incontro le coppie, in particolare quelle lesbiche, ogni qual volta si scontrano con la dura muraglia dell'indifferenza civile – che le persone hanno la possibilità di rendersi conto del livello di arretratezza civile di ogni Paese del mondo in merito al trattamento, intriso di pregiudizi e discriminazione, che viene riservato alle minoranze umane, di qualunque tipo esse siano.
Il commento inserito sul retro della copertina del DVD di questo film recita: «Women (questo il titolo italiano) ha scandalizzato i benpensanti ed incuriosito i voyeurs di tutto il mondo». Sui benpensanti non mi soffermo neppure, dato lo squallore di questa categoria di persone ma i voyeurs da sempre suscitano la mia ripugnanza di lesbica che, spesso, si trattiene dal baciare sulla bocca la persona amata, in pubblico, per non dare ai guardoni di qualsiasi classe sociale il pretesto per godere in pubblico di un atto d'amore fra donne. A quelli resta la pornografia.

Lidia Borghi

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