giovedì 31 marzo 2011

Maria Laura Annibali ospite del Teatro di documenti

Edda Billi e Maria Laura Annibali - foto di Lidia Borghi

 Sabato 19 marzo 2011, nella splendida sede dell'Associazione Teatro di Documenti di Roma, in via Nicola Zabaglia, si è svolta la proiezione del documentario lesbico L'altra altra metà del cielo di Maria Laura Annibali, che ha visto l'autrice dialogare con un gruppo di donne e uomini impegnati, a vario titolo, nel sociale.
Erano infatti presenti Vladimir Luxuria, esponente di spicco del movimento LGBT italiano, Imma Battaglia, la presidente dell'associazione Di' Gay Project, Edda Billi, storica esponente del femminismo lesbico italiano e presidente dell'AFFI (Associazione Federativa Femminista Internazionale), Paola Donnini, giornalista, direttore responsabile del periodico on-line News Free, Salvatore Marra, sindacalista CGIL e responsabile dell'ufficio Nuovi diritti, Paola Mastrangeli, femminista, esponente di spicco del gruppo Pompeo Magno di Roma e Salima Balzerani, scrittrice e regista, insieme alla sottoscritta, la quale ha portato la sua personale testimonianza di attivista lesbica dei diritti civili, nonché di pubblicista, scrittrice e blogger.
L'evento, che ha avuto la presenza, in qualità di moderatore, di Fabio Colombu, è stato voluto ed organizzato dall'attore e regista Danilo Gattai il quale, da perfetto padrone di casa, subito dopo la proiezione del documento visivo, ha condotto un interessante dibattito articolato in vari punti.
Il dibattito ha preso il via a partire da un quesito che, mai come in questo periodo storico, così intriso di omo–negatività sociale, ha stimolato le relatrici ed il relatore a parlare e raccontarsi: c'è, davvero, bisogno di realizzare un documentario lesbico? Quel bisogno esiste e, oggi più che mai, è legato alla necessità, per le lesbiche italiane, di uscire allo scoperto. Fino a che persone come Gabriella Romano (con le sue video storie intitolate Pazza d'azzurro e L'altro ieri) e Maria Laura Annibali – insieme a poche altre – non hanno scelto di testimoniare l'esistenza del complesso mondo lesbico italiano, poco o nulla era stato fatto per documentare la lesbicità – come ama definirla Edda Billi – ovvero quel variegato insieme di saperi donneschi, cultura femminile, esperienze amorose e di vita, spesso con figli e figlie, di una parte consistente della popolazione femminile italiana altra, quella stessa che secoli di maschilismo patriarcale prima, il regime fascista poi – complice la politica assolutistica del Vaticano – hanno contribuito a cancellare quasi del tutto dall'apparato civile di un intero popolo.
E così le persone presenti hanno potuto ascoltare dalla viva voce delle relatrici e del relatore le seguenti parole:
MARIA LAURA ANNIBALI – «La mia volontà, attraverso questo documentario, è stata quella di portare allo scoperto una parte così importante della cultura femminile italiana ed ho potuto contare, per fare ciò, sulle testimonianze di donne d'età e ruoli sociali differenti. Si sentiva la mancanza di un lungometraggio del genere e, per una persona come me, che si è dichiarata tardi rispetto alla sua presa di consapevolezza di essere lesbica, da tempo attivista dei diritti civili grazie ad Imma Battaglia, la quale mi ha voluta nel Di' Gay Project, tale esigenza ha significato la produzione di questo video, che considero il mio testamento spirituale».
EDDA BILLI – «Fossi una dea (…) farei di quest’incontro, ritrovata la memoria dei “barlumi di donnità”, un canto dell’intelligenza dei corpi e delle menti che nella sorellanza portassero di nuovo il dono dello scambio. Per noi (…) una sola la possibilità: credere nella nostra autorevolezza. Forti della nostra identità di genere (...) non ci sentiamo né sconfitte, né impotenti, né ripetitive, né ideologiche. Perché ci siamo con tutta la nostra storia, con la memoria di tutte le lotte fatte, e molte vinte in tutti questi ultimi quaranta anni (...). Noi, lesbo – femministe, abbiamo picchettato i nostri percorsi di vita, linee di confine, definendoli nei modi più fantasiosi per toglierci di dosso le maglie che ci soffocavano. (…) Ma nominare non basta più: l’altrove va raggiunto per liberarci dalla legge del padre, unidirezionale, assoluta, monosessuata. E dalla legge della madre succuba, ancella del patriarcato, quella stessa che lo supporta e lo nutre. (…) Il patriarcato non è neppure moribondo: regna sovrano su troppe coscienze, su troppe vite in questo nostro mondo ancora a misura d’uomo. In cui religioni d’ogni colore e grado usano il corpo delle donne, il corpo del diverso, eterni contenitori d’ovvietà, per avere podestà e controllo sulle famiglie, sulla vita sociale, politica e spirituale, in stati che stanno perdendo il senso pieno della laicità nei trionfi di porpore e sprechi di intelligenze annegate nella volgarità. Ecco perché sono stanca della tolleranza, questa bieca parola che significa anche offerta di spazi nella spazzatura mediatica, con i nostri visi, i nostri corpi, le nostre intelligenze usate ipocritamente come bertucce allo zoo. Infinita tristezza. Io (...) voglio esistere per me, con voi, senza etichette, stereotipi, divisioni (...). Fossi una dea, d’incanto farei sparire le definizioni che da sempre ci ingabbiano e ne userei una sola: IO SONO, NOI SIAMO».
VLADIMIR LUXURIA – «C'è sì bisogno di parlare di lesbismo e c'è pure l'esigenza di fare “Coming Out” dal momento che un mondo di sincerità per se stesse e per chi ci circonda è davvero necessario. L'auto–narrazione è necessaria. Le lesbiche, oggi, non sono a traino del movimento gay, anzi: la nostra componente femminile arricchisce, mentre il movimento lesbico riesce ad arricchire pure quello delle trans. Sì, è vero, il separatismo lesbico è un mezzo e non un fine. Insieme ad esso e grazie ad esso abbiamo fatto tanto. Non ce lo ha regalato nessuno».
IMMA BATTAGLIA – «Oggi più che mai occorre abbattere gli stereotipi ed i pregiudizi. Pensavo di essere nata sbagliata dato che, sin da piccola, sembravo un maschio. Questo ha comportato che, tutte le volte in cui ho voluto fare qualcosa che amavo, io abbia dovuto lottare. E lottare ha significato, per me, sempre, metterci la faccia. Dentro di me vivo di continuo la ribellione. Lottare, per me, significa cercare un significato nuovo in tutte le cose (...). Tutte noi siamo persone preziose ed uniche. La bellezza della vita è la varietà. La storia della rivolta di ognuna è qualcosa di prezioso ed unico. Io mi considero una rivoluzionaria che ha trovato dentro di sé il coraggio di ribellarsi alle regole precostituite. Per me conta solo il pensiero libero!».
PAOLA MASTRANGELI – «Il maschilismo patriarcale si è andato costituendo, nei secoli, a partire dalle differenze di genere esistenti fra maschi e femmine. Esso si traduce, quindi, in una mera questione di potere. In questo contesto il Vaticano, che non è altro se non uno stato politico ed economico a livello mondiale, ha dimostrato tutta la sua abilità nello sfruttamento della specifica identità di genere del pene, al fine di sottomettere la femmina, nonostante ogni essere umano nasca da una femmina. Il termine “donna” deriva dal latino “domina” e, in questo contesto, l'urlo feroce delle femministe “io sono mia!”, negli anni '70, aveva il preciso scopo di provocare quel maschilismo, di scuoterlo. In alternativa alla retriva pratica attuale che vede le donne spogliate, io propongo di “sfogliarle”, come tanti libri, all'interno dei quali è possibile trovare pezzi di cultura donnesca».
SALVATORE MARRA – «La società ci ha intrappolati nel concetto di identità. Propongo di sostituirlo con il concetto di “noi” come fa Francesco Remotti. Anche il Vaticano ci ha imposto delle identità che noi abbiamo contribuito a cucirci addosso senza protestare, senza opporci. È giunto il momento di ribellarci e di andare oltre!».
PAOLA DONNINI – «L'informazione è manipolata dalla politica. E il Vaticano è sempre lì, in agguato, per approfittare di questa situazione. I giovani vanno formati, prima ancora che informati. Occorre un'educazione alle diversità. Gli stessi insegnanti non vengono istruiti in merito all'omosessualità. Non c'è quella che Edda Billi ha chiamato “educazione sentimentale”».
Quando è giunto il mio turno, mi sono ricollegata al concetto di femminicidio, appena trattato da Paola Mastrangeli, per accennare allo scottante tema dello stupro correttivo (per approfondimenti sul Corrective Rape: http://www.lastampa.it/_web/CMSTP/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=90&ID_articolo=505&ID_sezione=163&sezione=), quello cui vengono sottoposte molte donne lesbiche in Sudafrica, al fine di correggere la loro omosessualità, una sorta di cura riparativa violenta che quasi mai viene denunciata dalle dirette interessate, mentre lo stato continua a latitare.
È stata quindi mia cura evidenziare il fatto che, salvo rari casi, in Italia, poche lesbiche hanno trovato il coraggio, mettendoci la faccia, non solo di uscire allo scoperto ma, anche, di raccontarsi, di offrire la propria testimonianza di donne omosessuali ad una società che per lo più ignora che cosa voglia dire essere lesbica nel nostro Paese. C'è un grande bisogno di testimonianze autentiche e, fino a quando le dirette interessate si limiteranno a sopravvivere, abitando le comode macerie di un'esistenza fatta di nascondimenti, menzogne e vita di facciata, a causa della paura di dichiararsi, il mondo etero – sessuale, etero – normato ed etero – sessista continuerà a relegare la lesbicità nel comodo cantuccio dello stereotipo e dei conseguenti pregiudizi.
Grazie al documento visivo di Maria Laura Annibali una parte, seppur piccola, del nostro mondo, è venuta allo scoperto. Un plauso a lei ed alle protagoniste de L'altra altra metà del cielo.

Lidia Borghi

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