sabato 30 aprile 2011

High Art. Storie di droga sullo sfondo di un amore lesbico impossibile


High Art è l'opera prima, del 1998, della regista statunitense Lisa Cholodenko, colei che, di recente, ha diretto il film di cassetta I ragazzi stanno bene.
Film indipendente nella forma e nella sostanza, ci offre uno spaccato doloroso di vita consacrata alle droghe, all'interno del quale, d'improvviso, fa capolino una ventata d'aria fresca, di quelle che è possibile assaporare in tutti i sensi e con tutti i sensi durante l'alba di una mattina di tarda primavera.
Syd (Radha Mitchell) è la giovane assistente redattrice – eterosessuale – di una piccola rivista di fotografia della Grande Mela. A seguito di una perdita d'acqua che le scende dal soffitto della stanza da bagno, la ragazza conosce l'inquilina del piano di sopra, che scopre essere niente meno che la non più famosa fotografa Lucy Berliner (Ally Sheedy), il cui personaggio è ispirato alla grande artista visiva Nan Goldin. La giovane donna in carriera si sente attratta dal fascino autodistruttivo di Lucy, dedita all'alcool, all'eroina e alla cocaina e, quando ne scopre l'identità, le chiede di mostrarle un catalogo delle sue opere, in modo da proporre al suo editore una personale sul numero in uscita del periodico d'arte fotografica. Quel che segue è l'inizio di un drammatico rapporto amoroso dalle estreme conseguenze che ci mostra anche, in un ruolo che mai è da comprimaria, una splendida Patricia Clarkson nei panni dell'amante di Lucy, Greta che, nel film, ci viene proposta come l'ex musa ispiratrice del grande regista Fassbinder. Sarà lei a condurre l'occhio di chi guarda all'interno di un buio tunnel di persone allucinate, che sembrano aver fatto dei festini a base di sostanze stupefacenti la loro sola ragione di vita. Totalmente in botta per due terzi abbondanti di pellicola, Greta ne rappresenta il filo conduttore ed è sempre lì, con la sua aria allucinata e sonnacchiosa, a ricordarci che la vera protagonista del film è la droga.
Ed è sempre lei, quando si presenta a Syd, a marcare il territorio – come una gatta che protegge la figliolanza – bofonchiando, l'aria stralunata: «I'm Greta. I live for Lucy.» come a dire «Giù le mani dalla mia donna, bella! Lei è mia e mia soltanto...» Le scene seguenti non le daranno ragione.
Dopo aver accettato il lavoro offertole, grazie a Syd, dalla redazione della rivista, Lucy chiede alla ragazza di seguirla fuori città. L'artista ha bisogno di staccare per un po', per cercare la giusta ispirazione. Ed è durante quella breve vacanza che le due si innamorano. Il dialogo fra le due donne, poco prima di fare l'amore, esprime per intero, insieme all'immagine di Syd in lacrime, il tormentato momento. Quando Lucy le si avvicina, baciandole le labbra, la donna è tesa e, quasi in un sussurro, afferma: «Non sono abituata a certe cose...A che cosa? – le chiede Lucy – Al nervosismo...» Dopo di che la giovane donna confessa all'artista di essersi innamorata di lei, quindi fa in modo di mettersi sopra Lucy e le chiede: «Che cosa dovrei farti? – Tutto quello che ti va di farmi... – è la risposta dell'altra – Non so davvero come comportarmi – ribatte Syd, in lieve imbarazzo – Ti stai comportando benissimo – controbatte Lucy – Dovrei stringerti o morderti... – Se ti va di farlo...» Quando la redattrice prova a mordicchiare un seno di Lucy, senza alzarle la canottiera, le chiede, quasi in un sussurro: «È abbastanza forte?» Al che l'artista ribatte, dopo averle baciato, di rimando, una mammella: «...Era abbastanza dolce?» Dopo di che la passione può avere libero sfogo.
Lucy tenterà con tutte le sue forze – o forse no – di trasformare quella passione in un amore vero e duraturo, anche se il nemico da combattere è duplice: la droga ed un'amante che si sta auto-distruggendo, al pari di lei. Tenta di sfuggire ad un destino che sembra già scritto, per lei e neppure un dialogo liberatorio con una madre ebrea affetta da shopping compulsivo – che odia la sua amante tedesca a causa della Shoa – farà sì che la fotografa non più famosa, non più giovane e non più sana, trovi un rimedio ad un rovello interiore che non le dà pace e che le fa dire, rivolta ad una madre che è in fuga da quando è entrata in un campo di concentramento: «Ho una questione di cuore ed un problema di droga o, probabilmente, un problema di cuore ed una questione di droga. Non so...»
In questo film implacabile, micidiale nella sua denuncia di un mondo marcio fatto di anime allo sbando, il contrasto tra la femminea dolcezza di Syd e la mascolina assenza addolorata di Lucy è reso ancor più evidente dalla presenza costante di Greta, sempre fatta e presa nel suo torpore di morte imminente.
Nessuna sensualità è concessa alle due protagoniste, neppure durante le poche scene di sesso lesbico. Se ne avverte un unico, esile spiraglio solo in quell'autoscatto, che appare anche sulla copertina della rivista, che ritrae le due amanti l'una sulla schiena dell'altra, entrambe nude, con Lucy che bacia la schiena di Syd, il cui viso è rivolto verso l'obiettivo. Di più non è dato vedere, a riprova del fatto che in questa pluri-premiata opera prima non c'è spazio per la speranza.
High Art è un film riuscito, nonostante lo squallore del tema trattato, che lascia l'amaro in bocca all'apparire dei titoli di coda sullo schermo, impreziositi dalla godibile colonna sonora del gruppo Shudder to Think di Craig Wedren, Nathan Carson e Stuart Hill. Vincitore al Sundance Film Festival del 1998, al Deauville Film Festival dello stesso anno e di ben quattro Awards in altrettanti concorsi, High Art ha partecipato anche alla Quinzaine des Réalizateurs del Festival del cinema di Cannes del 1998.
una curiosità riguarda Ally Sheedy la quale, pur di prendere parte ai provini, si pagò le spese del viaggio in aereo, tale era la sua immedesimazione nel personaggio di Lucy. La sua partecipazione ad High Art segnò un punto a suo favore all'interno di una carriera non proprio brillante.
L'unica nota stonata di un'opera prima di alto livello riguarda l'edizione italiana, il cui doppiaggio, affidato alla Cooperativa Attori e Doppiatori Cinematografici (CADC) di Milano lascia alquanto a desiderare. Se si esclude la performance di colei che ha dato la voce a Greta, le due attrici che hanno coperto i dialoghi originali di Syd e Lucy non sono riuscite, rispetto all'audio in inglese, a rendere il pathos di un film che, già di per sé, scorre assai lento dall'inizio alla fine. Effetto soporifero assicurato.

Lidia Borghi

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