martedì 24 maggio 2011

Diario della veglia genovese in ricordo delle vittime della violenza omofobica

Sono le venti e trenta circa. La gente arriva alla spicciolata. La chiesa del Don Bosco è ancora chiusa. I primi ad arrivare sono due omosessuali del “Gruppo Bethel di persone LGBT – acronimo per lesbiche, gay, bisessuali e transessuali – liguri”. Laura ed io, già da un po' presenti sul posto, li salutiamo con cordialità.
Di lontano scorgiamo un parrocchiano di Don Piero. Si fa avanti e ci stringe la mano, chiedendoci se stiamo bene.
È allora che il don fa capolino da un portone laterale della chiesa per venire ad aprire il cancello. Il suo saluto è, come sempre, cordiale, accogliente.
Altri parrocchiani si avvicinano e ci offrono un timido saluto. Poi è la volta del gruppo di omosessuali velati: li accolgo tutti con un grande sorriso e noto che il più titubante di loro è rimasto un poco indietro, così gli vado incontro e gli faccio un po' di feste.
Il gruppo di persone presenti si fa via via più folto, sino a che non intravedo la sagoma di Sara, la ragazza trans del ghetto di Genova, invitata da Laura e me il sabato precedente quando, armate di volantini e nastro adesivo, ci siamo recate nella casa di quartiere GettUP, inaugurata in vico Croce bianca da don Andrea Gallo pochi mesi fa. Con lei c'è una suora missionaria.
Una giovane lesbica sta arrivando da poco lontano e tiene sotto braccio la madre ipovedente, dopo di che mi si avvicina un professore universitario, anch'esso parrocchiano di don Piero, che mi stringe la mano con la sua consueta, educata discrezione. Pochi momenti dopo mi dice che suo figlio è parroco a Davagna, un paesino di poche anime dell'entroterra di Genova.
Quindi il don ci invita a salire in chiesa, per dare inizio alla veglia. Sono le ventuno in punto e nel luogo di culto si contano una cinquantina di persone tutte mescolate fra loro: parrocchiane e gay, lesbiche e padri di famiglia, madri laiche e sorelle religiose, trans con parenti di trans; tutte e tutti insieme, come dovrebbe essere la grande famiglia di Dio.
Don Piero introduce, dopo un caloroso benvenuto, la ragione della veglia: «Perché siamo qui? Per commemorare le tante, troppe vittime della violenza omofobica e di tutte le discriminazioni». La voce è chiara, senza esitazione. Poi è la volta di Laura, che legge alle persone presenti il discorso introduttivo della veglia. Dopo di che il nostro sacerdote prende a leggere il salmo 136, 1-6 Sui fiumi di Babilonia, quindi invita un anziano gay del gruppo a leggere il salmo 30, 2-6, In te, Signore, mi sono rifugiato, quindi il don ci introduce la narrazione, tratta dagli Atti degli apostoli, 10-28, scelta quest'anno dal forum dei cristiani omosessuali per le veglie italiane, Dio mi ha mostrato che non si deve dire profano o immondo nessun uomo, dopo di che si sofferma sull'importanza di vivere una vita autentica. Va a braccio e, senza l'ombra di un'esitazione, ribadisce quanto sia importante per chiunque ma, soprattutto, per le persone discriminate, vivere una vita fatta di autenticità, di sentimenti veri, alla luce del sole. Un giorno tutte e tutti noi, una volta giunti al cospetto di Dio, a Lui e a Lui solo renderemo conto. Lui vuole solo il nostro bene e non ci giudica.
Segue qualche minuto di preghiere spontanee, dopo di che un altro anziano gay del gruppo Bethel introduce e recita, a seguito di una breve spiegazione, il Lamento di David per la morte di Gionata, colui il cui amore gli era più dolce e caro dell'amore di donna. Si conclude con una breve lettura dedicata al numero delle vittime dell'omofobia nel mondo.
Uno fra i momenti più coinvolgenti della veglia è quello che don Piero ha voluto riservare alle testimonianze spontanee delle persone presenti; chi fa il suo intervento è determinato a far passare un solo messaggio: Dio è con noi, la Sua presenza amorevole ci sostiene nei momenti nostri più dolorosi e non verrà mai meno. Quando è la volta del professore universitario, viene citato Dio nei suoi due aspetti, quello maschile e quello femminile. Ed è da lì che parto io per offrire la mia personale preghiera, anticipata da una breve premessa, per leggere, da ultimo, la testimonianza positiva di un prete di frontiera, attivista dei diritti civili, don Michele De Paolis, co-fondatore di AGeDO Foggia: «Affinché non giunga più il tempo in cui qualcuno si possa permettere di considerare alcune vite indegne di essere vissute, dedico la mia personale preghiera alle persone presenti: “Padre Celeste, Divina Madre, possa il Tuo amore risplendere per sempre sul santuario della nostra devozione e possiamo noi essere capaci di risvegliare il Tuo amore in tutti i cuori”».
Subito dopo aver letto la mia testimonianza, don Piero ci invita ad alzarci per recitare il Padre Nostro. Ci prendiamo per mano. E la veglia giunge al termine. Fra abbracci e strette di mano si esce dalla chiesa, alla spicciolata così come si è giunte e giunti, in questa serata di tarda primavera, dedicata a vegliare sulle anime di tante, troppe persone che non sono più fra di noi, poiché sono state vittime della cieca violenza omonegativa di gente che ha messo da parte il cuore e l'anima pur di dar retta al pregiudizio.

Lidia Borghi

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