lunedì 6 giugno 2011

I corti “altri”. Il caso di Pazza d'azzurro


Nietta's Diary (GB, 1996, 30') è il titolo originale del corto Pazza d'azzurro, scritto, prodotto e diretto dalla documentarista italiana Gabriella Romano, cui ho dedicato un post QUI.
Il documentario è liberamente tratto dai diari di Antonietta-Nietta Aprà, la storica italiana dell'arte che visse ed operò tra Milano e due paesini del Piemonte, Sciolze e Cinzano. In quelle centinaia di pagine vergate a mano la donna narrò il suo quarantennale amore per Linda Mazzuccato, da lei soprannominata Flafi.
Nietta nacque a Milano nel 1905. Nel capoluogo lombardo lavorò per anni all'interno del museo del Castello Sforzesco. Lì conobbe la Mazzuccato e se ne innamorò, ricambiata.
Gabriella Romano conobbe la Aprà e ne diventò amica. Quando venne a sapere che la donna passava intere giornate a riordinare i suoi diari, quasi per intero dedicati alla relazione d'amore con Flafi, seppe anche che Nietta era intenzionata a renderli pubblici. Nel 1995, alla morte della Aprà, la Romano riuscì a recuperarne la gran parte, 400 cartelle. E decise di farne un documentario.
Mentre la regista piemontese iniziava a lavorare al corto, si rese conto di quanto poco si sapesse, in Italia, delle relazioni d'amore fra donne e, sfogliando le centinaia di pagine ricopiate a macchina, scoprì che quel diario era «un resoconto molto accorato, molto toccante di questo amore vissuto molto intensamente e in modo molto appartato, dal 1938 al 1974» (fonte).
Nonostante la volontà di Nietta fosse quella di pubblicare le sue memorie, prima della sua morte non aveva lasciato scritto qualcosa di preciso in merito ai diritti d'autore dei diari e così questi non diventeranno mai un libro. Ecco perché la Romano decise di farne un documento visivo: il suo interesse principale fu quello di mostrare la vita quotidiana di due donne che si amarono in silenzio. Tutto, nella vita affettiva di Nietta e Flafi, si svolse in silenzio: «mi sono resa conto – continua la Romano – di questo enorme silenzio che circondava il lesbismo negli anni in cui io facevo questo documentario» (fonte). Le cose, oggi, non sono cambiate molto. Le donne che amano le donne continuano ad urlare in silenzio le loro storie d'amore ad una società che le respinge e le discrimina, costringendole a nascondersi a causa dello stigma sociale.
Da un punto di vista tecnico, il corto della regista piemontese mescola fotografie e fotogrammi originali dell'epoca a ricostruzioni filmiche in cui si vedono Nietta e Flafi in diverse epoche della loro vita, ora giovani ora anziane ora vecchie, il tutto inframmezzato ad alcune interviste rilasciate da persone, di Sciolze e Cinzano, che conobbero le due amanti.
E così, mentre dalle pagine dei diari emergono la grande solitudine e la sofferenza di Nietta, a causa della necessità di non rivelare ad altri la sua storia d'amore con la Mazzuccato, ascoltando le parole delle persone intervistate si toccano con mano il pregiudizio e la non accettazione di una relazione altra.
I passi più belli dei diari sono anche i più toccanti ed una parte di essi, nel corto, viene recitata dalla voce fuori campo dell'attrice britannica che impersona Nietta Aprà nei fotogrammi di fiction:
«Ho 36 anni e una grande, pazza voglia di vivere. Questo rapido, felice battere del cuore nessuno lo vede, solo tu, Fla cara. Lavoro ad una pubblicazione sugli Impressionisti ed anch’io sono pazza d’azzurro. (…) Con un desiderio di darle il mio cuore, di scaldarle l’anima con la mia anima, trepidante d’amore, di desiderio, di bene, di darle il riposo e la sicurezza del mio bene».
Il corto Pazza d'azzurro, vincitore del premio del pubblico al Festival Immaginaria di Bologna del 1997, non ha sbavature stilistiche né cedimenti o vuoti. Esso è perfetto così com'è. Con questo corto Gabriella Romano è riuscita a rendere nota l'enorme parte della vita di Nietta e Flafi che in Italia, all'epoca, non si doveva sapere, mentre ci offre uno spaccato di esistenza lesbica che appartiene alla nostra storia sociale e civile. Nonostante quel pesante silenzio che, ancora oggi, grava sulle storie di tante amanti lesbiche.

Lidia Borghi

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