martedì 23 agosto 2011

Un corto di denuncia degli stupri correttivi in Sudafrica


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Questo è uno di quei temi di cui nessuna donna, in modo del tutto indipendente dal suo orientamento sessuale, vorrebbe scrivere e infatti mi è costato tanta fatica dedicare un articolo ad un corto – un breve documentario di utilità sociale – che denuncia l'atroce sistema degli stupri correttivi ai danni delle lesbiche in Sudafrica.
Non a caso ho usato il termine “sistema”, poiché questo è diventata, con il passare degli anni, un'incivile pratica maschilista.
Il video (GB, 2009, 4',41'') non ha un titolo preciso, pertanto lo chiamerò nello stesso modo in cui il quotidiano britannico The Guardian lo ha definito quando, il 12 marzo del 2009, dedicò a questa vera e propria piaga sociale un articolo a firma Annie Kelly: South Africa Corrective Rape. (Fonte)
Girato dall' ONG (Organizzazione non Governativa) Action Aid , con il sostegno del South African Human Rights Commission ed il quotidiano The Guardian, grazie al contributo di alcune donne sudafricane che, a viso scoperto, hanno trovato il coraggio di testimoniare in prima persona le violenze subite, questo cortometraggio rappresenta, ad oggi, l'unico documento visivo ufficiale pubblicato sul web che denunci in modo chiaro ed aperto gli stupri correttivi.
Un mesetto dopo l'uscita del pezzo della Kelly la giornalista Serena Corsi, una delle firme de Il Manifesto, dedicò al Corrective Rape un reportage intitolato Johannesburg: lo stupro correttivo, in cui ha sottolineato come, a soli quindici anni dall'approvazione, da parte dell'African National Congress, di un dettato costituzionale fra i più avanzati al mondo in merito ai diritti civili ed ai crimini di genere, in modo del tutto paradossale le persone LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transessuali) che vivono in Sudafrica – soprattutto le donne – subiscano un numero impressionante di abusi fisici che, per la maggior parte, restano impuniti. Fra questi, gli stupri correttivi hanno raggiunto la spaventosa cifra di 500.000 ogni anno.
Che cosa sono gli stupri correttivi? Come è possibile apprendere con le proprie orecchie – se si mastica un poco di inglese – guardando i terribili quattro minuti di video, siamo di fronte a delle violenze sessuali, spesso seguite dalla morte delle malcapitate, che i maschi sudafricani mettono in pratica sui corpi delle lesbiche, al fine ci curarne l'orientamento omosessuale. Per usare le parole di Serena Corsi, “uno sport abominevole si è diffuso nelle township (i terribili ghetti riservati alle persone di colore di cui è piena la Repubblica Sudafricana. n.d.a.)” a danno delle tante lesbiche dichiarate o presunte tali, da parte della gioventù maschile che vive nei sobborghi-ghetto fatti di lamiere, in condizioni di estrema povertà.
Come alcuni maschi intervistati da The Guardian hanno ammesso senza problemi, all'interno del corto, le lesbiche vanno riportate sulla retta via e l'unico modo per farlo è stuprarle. E, spesso, ucciderle. Come accadde a Eudy Simelane, la capitana della nazionale femminile di calcio del Sudafrica, la squadra denominata Bafana Bafana. Durante la notte del 28 aprile 2008 la ragazza venne stuprata ed ammazzata dai suoi aguzzini. All'alba il suo corpo venne rinvenuto seminudo in un campo della township di Kwa-Thema. Sul corpo gli agenti trovarono venticinque coltellate. Chi aveva ucciso la giovane lesbica si era accanito in modo accurato su diverse parti del suo corpo, piedi compresi, con la lama di un coltello affilato. Eudy era un'attivista dei diritti civili per le persone LGBT nota in tutta la nazione e la città di baracche in cui viveva fu proprio quella che vide esplodere, durante gli anni '80, il movimento omosessuale sudafricano. Fu solo grazie all'intervento dell'African National Congress che, a differenza di tanti altri casi di Corrective Rape, quello di Eudy venne risolto nel giro di pochi giorni.
Diverse sono le associazioni sudafricane nate a seguito dell'espandersi di questa piaga d'inciviltà: One of Nine, Equality Project, Powa (People Opposing Women Abuse), attiva sul territorio da una trentina d'anni e 07-07-07, il gruppo nato nel luglio del 2007, subito dopo l'uccisione, previo stupro correttivo, di una nota coppia di lesbiche, Sizakele Sigasa e Salome Massooa. 07-07-07 è un'associazione per la difesa dei diritti umani nata dall'unione di più gruppi che lottano sia perché la costituzione sudafricana venga, anche in questo caso, applicata alla lettera, sia per denunciare sempre più questi attacchi mirati alle donne lesbiche.
La denuncia congiunta di Action Aid e The Guardian, documentata dal video girato in una delle township di Johannesburg, ha portato per la prima volta sullo schermo i volti di alcuni giovani che hanno dichiarato di non aver ancora messo in pratica uno stupro correttivo solo perché non ne hanno avuto il tempo.
Come spesso accade nei luoghi in cui la povertà la fa da padrona ed il livello di scolarizzazione è estremamente basso, le donne sono le vittime privilegiate di un sistema maschilista patriarcale che ammette la violenza come metodo per mantenere un ordine che è solo apparente. E l'unico modo per contrastare il fenomeno, l'epidemia degli stupri correttivi, è quello di parlarne, al fine di denunciarli. Come ha avuto modo di dire l'attivista lesbica Phumi Mtetwa che, durante gli anni '80 e '90 iniziò e continuò la sua lotta per il riconoscimento dei diritti civili alle persone LGBT dalle fila dell'African National Congress, «In una società così pervasa dal crimine violento, non è facile nemmeno isolarlo, quantificarlo, dargli una natura specifica – lo stupro correttivo. n.d.a.Ma non possiamo certo fermarci all'aspetto giuridico. Cercare di capirne la natura che lo sottende è dolorosissimo. Quasi tutti gli stupratori sono giovani che non hanno vissuto l'apartheid né la lotta per abbatterla. Non hanno idea di cosa dica la costituzione e perché. Abbiamo fatto enormi riforme... ma non siamo riusciti a trasmetterle alla società.»
E così, ancora una volta, nonostante le leggi sudafricane siano all'avanguardia, il corpo delle donne resta, per quei giovani senza futuro, l'unico territorio sul quale ognuno di loro può esercitare una qualsiasi forma di potere.
Difficile credere, oggi, che proprio a Kwa-Thema sia nato il primo focolaio di rivolte a favore dei diritti civili LGBT, se si considera che gay e lesbiche, all'interno di questa baraccopoli di lamiere, deve guardarsi di continuo le spalle, temendo per la propria incolumità fisica. Senza contare che la chiesa cattolica, che in Sudafrica rappresenta una minoranza, spesso dà addosso ai movimenti ed alle associazioni LGBT, quando non fa finta di nulla, anziché denunciare l'abominio di un crimine che è in continua ascesa.
Nella viva speranza che il video South Africa Corrective Rape faccia il giro del mondo, cosa alquanto probabile, vista l'enorme forza propulsiva del web, concludo questo raccapricciante tema sottolineando come la società civile non possa rimanere immobile di fronte a crimini di genere che, il più delle volte, la polizia sudafricana archivia con un nulla di fatto, ammettendo così, agli occhi del mondo, il proprio fallimento.


Lidia Borghi

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