martedì 16 agosto 2011

Vino nuovo in otri vecchi. Lettera aperta a Luciano Moia e Marco Tarquinio

Egregi Luciano Moia e Marco Tarquinio,

quando ho letto le parole che avete riservato al matrimonio fra la deputata italiana Paola Concia e Ricarda Trautmann, una volta superato il primo momento di stupore, mi è venuta alla mente la frase del Vangelo di Luca (contenuta nei versetti 5, 36-39) che si riferisce al vino nuovo in otri nuovi.
Nella sostanza – e fuor di parabola – le parole di Gesù riportate dall'evangelista stanno a significare che, in caso di conflitti sociali rilevanti fra le autorità religiose e le espressioni di civiltà di una parte di cittadinanza attiva, appartenente ad uno stato che dovrebbe essere laico e democratico, risulta improduttivo e del tutto sterile, per quelle autorità, continuare con incomprensibile protervia ad aggrapparsi ad inverosimili principi di legge naturale, al fine di continuare a colpire, giusto per fare qualche esempio chiarificatore, le persone che vorrebbero fare la comunione pur non avendo contratto il matrimonio religioso oppure le donne e gli uomini di orientamento omosessuale che vorrebbero sposarsi. No, signori miei, nessuna persona dotata di senno si sognerebbe mai di mettere il vino nuovo negli otri vecchi, poiché la fermentazione di quel vino farebbe scoppiare l'otre; infatti il vino nuovo deve essere posto all'interno di otri nuovi. Allo stesso modo, nessuna donna o nessun uomo con la testa sulle spalle penserebbe mai di riuscire a contrastare l'inarrestabile ondata di cambiamento – in tema di pari diritti e pari dignità per le persone omosessuali rispetto al resto della popolazione – con argomentazioni sterili, che affondano nelle sabbie mobili della fallacia, come quando Luciano Moia ha scomodato la Costituzione della Repubblica Italiana, citandone gli articoli 29, 30 e 31, per bollare il matrimonio fra Paola Concia e Ricarda Trautmann come incostituzionale. Né giova al fin troppo acceso dibattito nazionale in merito alle unioni fra persone dello stesso sesso il continuo ricorso – dal quale non si sono dimostrati esenti neppure Moia e Tarquinio – alla cosiddetta legge naturale o alla presunta complementarietà fra sesso maschile e sesso femminile, al fine di difendere con le unghie e con i denti un atto carnale che, nel caso di coppie eterosessuali sterili, non è certo finalizzato alla procreazione. E invece, dalle pagine dell'Avvenire, l'organo ufficiale della CEI, si continua a voler disconoscere l'enorme portata dei diritti civili per i gay e per le lesbiche, in nome di una tradizione cattolica vieta e fuori del mondo, con l'avallo di un governo che latita e che si è permesso di bocciare per incostituzionalità una legge che avrebbe dovuto punire i reati di omofobia, violando l'articolo 3 della Costituzione repubblicana, quello che dovrebbe garantire a tutti i cittadini ed a tutte le cittadine – il verbo al condizionale è d'obbligo – “pari dignità sociale“ ed uguaglianza “davanti alla legge, senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Ribadisco che non è possibile far convivere le due opposte posizioni. O l'una o l'altra. Sic et sempliciter. Come, allora, non fu possibile far coincidere la novità del messaggio di Gesù con le vecchie usanze religiose così, oggi, lo stato italiano non può continuare a dar retta alla retriva mentalità cattolica, che continua a tenere in scacco un'intera nazione, più volte richiamata all'ordine dall'Unione Europea in merito alla negazione dei diritti civili ai gay ed alle lesbiche italiane. Ebbene sì, egregio Moia, quello del matrimonio fra Paola e Ricarda costituisce un caso, volenti o nolenti. E il perché non risiede nelle sterili motivazioni da Lei espresse all'interno del Suo articolo della scorsa settimana, prima fra tutte il presunto oltraggio al dettato costituzionale. Con un'abilità dialettica degna del più capace teologo della morale cattolica, Lei si è parato le spalle sottolineando che il Suo fine non era certo quello di “pronunciare verdetti di condanna o parole di assoluzione”, per poi affondare il colpo nell'acceso dibattito pubblico, con un'abile mossa da schermidore, al fine di sottolineare che parole come “sposata” e “fidanzata” sono state da Lei usate in modo consapevolmente “improprio”, affrettandosi a chiedere venia proprio ai teologi morali per la necessaria manovra. E, dopo essersi profuso in un profluvio di accuse – per altro non rispondenti al vero e pertanto ben lontane da quel modello di giornalismo che il Suo direttore si è affrettato a difendere, nella replica seguita al commento di Concia al Suo pezzo – relative al fatto che Paola e Ricarda avrebbero venduto i diritti della cerimonia nuziale ad una nota rivista internazionale, senza preoccuparsi di accertarne la veridicità (non è questo uno dei requisiti fondamentali di ogni giornalista, come sta scritto nell'elenco dei precetti deontologici dell'Ordine dei giornalisti?) che cos'ha pensato bene di fare? Di colpire le due donne, novelle spose, nella parte più personale della loro storia d'amore, definendo il loro matrimonio “un momento comunque intimo in un episodio segnato da una pesante etichettatura ideologica“, come a dire che le persone omosessuali hanno sì il diritto di amarsi – né in Italia esiste una legge che impedisca ciò – ma che si giunga a pretendere di “convolare in Germania, con gran seguito di reporter e fotografi”, questo proprio no, non sta bene. E che dire, poi, del fatto che le due sventurate si sono spinte ad un punto tale di sfacciataggine da “rammaricarsi per l'ingiustizia – a loro dire – della normativa italiana che impedisce a due persone dello stesso sesso di unirsi in matrimonio“? Per poi affrettarsi a sottolineare che in Italia tutte le persone che si dicono favorevoli alle unioni fra persone dello stesso sesso, considererebbero stravagante quella parte del dettato costituzionale che “riconosce e regola la famiglia (articoli 29, 30 e 31)”. Stravagante, egregio Moia? O forse la Sua presa di posizione, che non fa altro che gettare benzina sul fuoco di un dibattito fin troppo acceso, è un pochino di parte, soprattutto per aver Lei passato sotto silenzio il fatto che, all'interno di quei tanto controversi articoli, mai si fa menzione di un uomo e di una donna, bensì di due persone – definite coniugi – che si uniscono nell'istituto matrimoniale, “ordinato sull'eguaglianza morale e giuridica dei coniugi (articolo 29)” su cui si fonda la famiglia intesa come “società naturale”, quella che comprende tutte e tutti noi, in modo del tutto indipendente dall'orientamento sessuale? Malafede o ignoranza, la Sua, Moia? Io propenderei più per la prima ipotesi, visto il Suo incontrovertibile coinvolgimento con i vertici della chiesa cattolica. E che dire, poi, di termini come ideologia (“pesante etichettatura ideologica”), politica (“C'è un gesto politico, una scelta strumentale per scatenare l'ennesimo, sterile, scontro”) ed ontologia (“Matrimonio e unioni omosessuali appartengono a categorie ontologicamente diverse”), da Lei usati nello stesso articolo? Per quanto riguarda il primo termine, mi risulta che l'ideologia riguardi l'insieme dei principi morali ed etici sui quali si fonda la società di un popolo o di una nazione, per cui non ravviso alcun motivo per cui Lei abbia dovuto scagliarsi contro un gesto che è sì ideologico, ma proprio perché così dev'essere, per il fatto che anche le persone omosessuali fanno parte del popolo e della nazione italiana e, come tali, hanno il diritto di esprimere i loro pareri (Costituzione della Repubblica italiana, Titolo I – Rapporti civili), a maggior ragione se si tratta di sottolineare che lo stato italiano latita in tema di leggi che conferiscano una volta per tutte alle persone dello stesso sesso i medesimi diritti delle persone eterosessuali. Passando al secondo vocabolo, il gesto di Paola e Ricarda è davvero politico e nel significato più stretto del termine. Essendo, infatti, la politica l'arte di governare la comunità delle cittadine e dei cittadini, secondo il significato aristotelico della parola greca πολιτικός (politicós), per il bene di tutte e di tutti, in relazione a quello spazio pubblico cui uomini e donne partecipano in quanto facenti parte di una comunità umana, non ravviso l'utilità della Sua sottolineatura e, venendo alla terza parola, occupandosi l' ontologia dei cosiddetti “caratteri universali dell'essere in quanto tale, a prescindere dalle sue qualità particolari o fenomeniche” (dal dizionario Hoepli della lingua italiana) ed essendo essa, in quanto branca della metafisica, strettamente connessa alle sue caratteristiche immutabili ed oggettive e, in quanto tali immutabili nel tempo, dovrebbe avere strette relazioni con lo Spirito. Perché mai, quindi, il matrimonio – che Lei ha scritto con l'iniziale maiuscola – e le unioni omosessuali dovrebbero “appartenere a categorie ontologicamente diverse”? Forse che agli occhi di Dio le persone omosessuali occupano un gradino inferiore rispetto a quelle eterosessuali e, pertanto, non possono essere considerate come esseri collegati all'Assoluto? Forse che la Sua sterile distinzione contiene in sé il pericoloso germe della discriminazione, che mi risulta essere un atto vietato dalla costituzione della Repubblica Italiana? Forse che ad oltraggiare il dettato costituzionale è Lei, egregio Moia, con le sue pericolose affermazioni – pubblicate sull'organo ufficiale della CEI – e non due persone, due esseri umani che hanno scelto, in nome dell'amore, di unirsi nel sacro vincolo del matrimonio, davanti a Dio e alle donne ed agli uomini? Ed è Lei stesso ad aver messo per un momento da parte il “matrimonio religioso così come delineato dalla Chiesa cattolica” per fare che cosa? Per ricordare che esiste un diritto naturale (la cui definizione, sempre secondo il dizionario Hoepli della lingua italiana è ilcomplesso delle norme non scritte ritenute irrinunciabili perché corrispondenti alla natura stessa dell'uomo) secondo il quale le persone omosessuali non sarebbero degne di mettere al mondo creature. Come a dire che solo le coppie eterosessuali, a patto di non essere sterili (altra grave discriminazione), hanno il diritto naturale di sancire sul piano pubblico le loro unioni e di definirle matrimoniali, per poi sottolineare che un matrimonio, per poter essere reso pubblico, deve rispondere a questi soli requisiti. Che dire, poi, della replica che il Suo direttore si è affrettato a pubblicare, subito dopo la reazione dell'onorevole Concia alle indecenti parole contenute nel Suo articolo? Tarquinio ha definito serio e garbato il dissenso ivi espresso (sul primo aggettivo ho qualche riserva, mentre ritengo superflua la sottolineatura sul secondo), per poi tornare a parlare di ideologia. Mi chiedo: davvero ce n'era bisogno? È come se esistesse un'ideologia buona – quella cattolica – ed una meno buona – quella di tutte le altre persone che non la pensano come i vertici del Vaticano – ed è come se la natura non riguardasse che una specifica parte della popolazione mondiale, che il buon Dio avrebbe creato privilegiata in quanto in grado di mettere al mondo delle creature (come se le persone omosessuali non fossero capaci di fare altrettanto). Marco Tarquinio non fa che aggiungere scempiaggine a scempiaggine, poi, quando ribadisce che “un tale dato di realtà e di verità (sic!) è solennemente riconosciuto (non fissato, ma lo ripeto riconosciuto come pre-esistente e fondativo) dalla nostra Carta costituzionale che (…) richiama esplicitamente i concetti di 'famiglia naturale', di 'paternità' e di 'maternità'”. Sfido chiunque a trovare, all'interno degli articoli 29, 30 e 31 della Costituzione italiana, riferimento alcuno al padre ad alla madre. O dovremmo forse prendere in considerazione gli eventuali pensieri sottintesi – a patto che ve ne siano stati – che potrebbero aver animato il gruppo di donne e uomini della Costituente, alla fine del secondo conflitto mondiale? Concludo con un ultimo riferimento al mestiere del giornalismo: Egregio Tarquinio, a chiusura del Suo scritto apologetico pro Moia, Lei ha sottolineato che Voi fate i giornalisti e lo fate “da sempre, anche tornando su eventuali imprecisioni o, come in questo caso, completando le informazioni fornite, altri evidentemente fanno piani di guerra mediatica e giuridica”. Tralasciando la superficialità con la quale Moia ha liquidato la faccenda dei diritti di esclusiva, poiché mi sono soffermata fin troppo sulla questione – né la Sua sottolineatura, Tarquinio, servirà a togliermi dalla mente il fatto che Lei abbia una grande coda di paglia, credo Lei convenga con me che quello del giornalismo sia un mestiere difficile da svolgere se non si ha l'onestà intellettuale dalla propria, oltre ad un'alta considerazione per la deontologia di un'attività che risulta fin troppo facile imbrigliare in linee di pensiero poco limpide e del tutto di parte rispetto al potente di turno o, nel Suo caso, nei confronti del potere vaticano. Ecco perché mi sento di consigliare a Lei e al Suo collega Moia di moderare i termini, dopo averli soppesati alquanto, quando Vi riferite a questioni civili di estrema importanza per quella consistente parte della società italiana che non gode degli stessi diritti di tutte e di tutti e che viene discriminata – anche da Voi – in nome di una non meglio definita tradizione cattolica portata avanti dai suoi vertici, i quali hanno da tanto tempo abbandonato il messaggio evangelico d'amore e di accoglienza e che si ostinano ad escludere dal disegno divino le persone omosessuali, discriminandole anche grazie all'avallo di uno stato italiano che, lungi dall'essersi liberato dal giogo cattolico, se ne nutre a piene mani, nell'assurdo tentativo di rimandare all'infinito l'approvazione di leggi civili a tutela delle persone omosessuali. A quanto pare gli scellerati Patti Lateranensi di mussoliniana memoria sono ancora assai vivi nella mente di molti politici nel nostro Paese. Se ne ricordino, Moia e Tarquinio, la prossima volta, prima di giudicare con superficialità il suggello di un atto d'amore fra persone dello stesso sesso.
Un saluto da Lidia Borghi, giornalista pubblicista in Genova, 10 agosto 2011.

Lidia Borghi

Nessun commento:

Posta un commento