lunedì 24 ottobre 2011

I corti dell'edizione 2011 del Gender DocuFilm Festival


Questo articolo è stato pubblicato anche sul sito del DGP

Dal 25 al 27 agosto 2011 si è svolta a Roma la seconda edizione del Gender DocuFilm Festival, il concorso per film e documentari ideato da Imma Battaglia e dal suo nutrito gruppo di collaboratrici e collaboratori del Di' Gay Project, l'associazione romana che da anni si occupa di promuovere i diritti del mondo LGBT (acronimo che sta per lesbiche, gay, bisessuali e transessuali).

Svoltasi nell'ambito del Gay Village del decennale, questa rassegna cinematografica ha l'indubbio merito di aver, per prima, analizzato “le forme mutevoli dell'identità di genere”, come è possibile leggere in home page sul sito ufficiale dell'evento romano narrando, attraverso le opere in gara, l'evoluzione sociale del concetto di maschile e femminile.
Fra i sette lavori che hanno passato la selezione iniziale vi sono un lungometraggio (Pyuupiru 2001-2008, Giappone, 2010, 95'), quattro mediometraggi (The Table With the Dogs-Kathakali, India, 2010, 40'; Le ciel en bataille, Francia, 2010, 45'; I Shot my Love, Israele, 2010, 55'; Regretters, Svezia, 2010, 60') e un paio di cortometraggi, dei quali mi occupo qui.
Romeo & Julius (Danimarca, 2010, 25') è l'interessante corto della regista danese Sabine Hviid che riscrive l'opera shakespeariana Romeo e Giulietta in chiave omosessuale. Vincitore del Premio Logan al San Giò Video Festival di Verona lo scorso luglio per aver espresso meglio di tutti gli altri “l'eleganza delle immagini in movimento”, questo lavoro racconta di una compagnia di teatro – The Theatre Factory – composta di studenti alle prese con un'edizione in forma gay del dramma dei Montecchi e dei Capuleti: la resa sul palco vedrà infatti due interpreti nei panni di Romeo e Giulio. La finzione si mescolerà ben presto alla realtà dei sentimenti con cui i due protagonisti si trovano a dover fare i conti. L'abilità della regista sta infatti nell'aver mescolato con sapienza le scene che descrivono le prove in teatro con la vita reale dei due attori che, dietro le quinte, si scoprono innamorati l'uno dell'altro. A quel punto il dramma della finzione teatrale lascia il posto a quello vero; riusciranno i due eroi della vicenda a risolvere in modo positivo una storia personale che, nel momento in cui si mescola a quella shakespeariana, li pone nella difficile condizione di vivere una storia altra? Il tema vero del cortometraggio della Hviid, quello che rimane al di sotto della trama, mescolato ai frammenti di vita reale, è quello dell'amore, chiave di volta di ogni vita che vuol dirsi autentica.
Face (Australia, 2010, 26') è il documentario corto di Adele Wilkes che fa parte di un film in tre capitoli intitolato Anatomy Series n° 2-Face, Eye & Mind. In esso la protagonista è una fotografa di temi erotici che si occupa di documentare il progetto collettivo Beautiful Agony, all'interno del quale ha il compito di filmare i visi di alcune persone volontarie nell'attimo dell'orgasmo. L'atto di voyeurismo estremo contenuto nel progetto finisce per sconvolgere l'artista, la quale si rivelerà incapace di rivolgere su di sé la macchina da presa per provare a documentare le sue espressioni al momento della piccola morte. Questo documentario esplora in modo assai approfondito un tema del tutto personale ed intimo della vita di ognuna ed ognuno di noi e finisce per rendere pubblico l'atto forse più individuale del genere umano. Osservando questo corto così particolare, più di una volta si è portate e portati a chiedersi dove finisca l'esperienza universale/individuale e dove inizi l'espressione artistica.
Face è composto in realtà di tre documentari (Face, Eye e Mind), nati dal successo della controversa prima serie di Anatomy Series, che esplorava per la prima volta in assoluto i labili confini di corpo, sesso e arte; in questo caso le tre parti del nostro essere, il viso, l'occhio e la mente, consentono alla regista di rappresentare, nel loro insieme, un intimo ritratto a tutto tondo della sessualità umana, che si fa mezzo di divulgazione dell'arte visiva. Un viaggio che è allo stesso tempo individuale ed universale del piacere sessuale.
Già durante la sua prima edizione, il Gender DocuFilm Festival ci aveva sorprese e sorpresi per la grande capacità espressiva di un tema, quello dello stravolgimento dei confini di genere, che è ancora oggi capace di sconvolgere anche le menti più preparate, in merito a tabù e pregiudizi. Ebbene, l'edizione 2011 della rassegna diretta da Giona A. Nazzaro è riuscita ad andare oltre – grazie al mezzo visivo del documentario – nel narrarci la multiforme natura dell'identità di genere. Per usare le parole di questo illuminato direttore artistico: «Questo piccolo festival ha confermato il ruolo chiave del documentario che non è un format televisivo pigro ma la forma cinematografica per eccellenza; la forma più viva, l'equivalente della new wave nel cinema. Autoproduzione, sguardi leggeri, capacità di sfidare e interrogare il presente fanno del documentario il genere cinematografico più stimolante e eccitante. Questo festival ha come missione e ambizione di porsi al cuore di uno snodo politico, formale e dialettico di sempre maggiore apertura. Il documentario è vita e il Gender DocuFilm Fest uno dei luoghi dove questa vita è possibile toccarla con mano.»
Cito, per dovere di cronaca, la prestigiosa giurìa internazionale, quest'anno guidata da Luca Guadagnino, con la collaborazione di Sonja Henrici, Robert Greene e Alberto Lastrucci.


Lidia Borghi

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