mercoledì 2 novembre 2011

La zona grigia. Le leggi dell'Unione Europea contro la discriminazione ed il ritardo legislativo dell'Italia

Questo articolo, che è stato pubblicato sulla rivista rumena Orizont Literar Contemporan (anno IV, n° 5/settembre-ottobre 2011) parteciperà all'edizione 2011 del Premio giornalistico UE “Insieme contro le discriminazioni” (http://journalistaward.stop-discrimination.info/?lang=it)

A luglio 2011 è stata diffusa, in Italia, la prima indagine riguardante i famigliari cristiani di alcune persone LGBT (acronimo per Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transessuali).
Commissionatami dal portale italiano denominato Progetto Gionata (link: http://www.gionata.org/), che accorpa i numerosi gruppi italiani di omosessuali credenti, ha potuto contare sulle testimonianze dirette di diverse persone – madri, padri e parenti stretti – che convivono con lesbiche, gay, bisessuali e transessuali (link: http://www.gionata.org/genitori-figli/genitori/testimonianze-di-fede.-i-famigliari-cristiani-di-persone-lesbiche-gay-bisessuali-e-transessuali-si-raccontano.html).
Il reportage è nato dall'esigenza di far parlare per la prima volta, nel nostro Paese, i famigliari cristiani – soprattutto cattolici – di alcune persone con orientamento sessuale altro, rispetto alla norma eterosessista vigente sul suolo nazionale, al fine di far sapere all'opinione pubblica che cosa essi pensino dell'omonegatività sociale (termine utilizzato per la prima volta nel volume Citizen Gay. Famiglie, diritti negati e salute mentale, Il Saggiatore, Milano 2007 di Vittorio Lingiardi) della chiesa cattolica.
Come è possibile leggere all'interno dell'introduzione all'indagine, «L'elemento che, più di tutti, è stato posto in risalto dalla gran parte delle persone da me intervistate, è quello della loro appartenenza alla religione di Gesù Cristo, grazie al messaggio d'amore ed inclusione contenuto nei Vangeli, il che mi ha spinta a parlare di famigliari “cristiani” e non “cattolici”. Molti genitori, infatti, hanno teso a sottolineare che si sono distaccati in modo netto dalla chiesa cattolica in quanto istituzione: è la sua gerarchia ad essere stata da loro accusata – spesso senza mezzi termini – di non mettere in pratica il messaggio evangelico e di aver bollato le persone LGBT come immorali.»
Le poco meno di venti testimonianze raccolte in questo reportage appartengono ad altrettante persone che hanno trovato il coraggio di uscire allo scoperto per denunciare la campagna discriminatoria portata avanti dall'istituto della chiesa cattolica apostolica romana (attraverso documenti come il Magistero ed il Catechismo) contro le loro figlie, i loro figli, le loro sorelle ed i loro fratelli, appartenenti al mondo LGBT. Di seguito ho riportato alcuni estratti, fra i più significativi, di quelle dichiarazioni.
SUSANNA, 48 ANNI, MADRE DI MATTEO, 24
«Nel momento in cui Matteo mi ha parlato della sua omosessualità ho avuto una reazione molto negativa e sono stata molto egoista perché la prima cosa che ho pensato è stata quella di non diventare nonna. Poi ho capito di aver ferito nel suo essere più profondo mio figlio, e questo vedere stare male mio figlio vederlo offeso, rammaricato, triste, era come se gli avessi lanciato un macigno addosso. Questo mi ha fatto capire quanto stavo sbagliando seguendo la "tradizione" culturale e cattolica.» Genova, aprile 2011
MILA, 60 ANNI, MADRE DI JACOPO, 32
«Spesso si parla della chiesa cattolica nella sua interezza mentre, nel caso dell'omonegatività sociale, sono soprattutto i suoi vertici ad avere un atteggiamento di chiusura, così come lo ha in merito a tante altre tematiche, che hanno spesso a che fare con la libertà individuale. Questo che sta vivendo la chiesa cattolica è un momento particolare: molte persone se ne stanno allontanando a causa della mancanza totale di adeguamento alla modernità da parte del Vaticano. (…) L'atteggiamento dei suoi vertici è, secondo me, dettato da una politica sbagliata perché, invece di affrontare, di comprendere e di riprendere il cristianesimo delle origini, al fine di riportare al centro del messaggio evangelico la sacralità della persona, va nella direzione opposta. Dio è amore per la persona! E purtroppo la chiesa cattolica è diventata un potere politico ed economico mondiale, per cui ha tutte le sue cose da curare e, magari, sta perdendo di vista tutta la parte vera della chiesa. (…) Il fulcro sta tutto qui, nel concetto di laicità di uno stato: spesso si tende a non voler capire che si può essere credenti, indipendentemente dalla confessione religiosa, pur continuando ad essere laici... Altra cosa è l'impegno civico di ognuno di noi. Ogni cittadina ed ogni cittadino ha necessariamente dei rapporti con uno stato che dovrebbe tutelare ogni persona, in modo laico, indipendentemente dal credo, dal sesso, dall'orientamento sessuale.» Livorno, maggio 2011
URSULA RÜTTER BARZAGHI, 70 ANNI, MADRE DI ENRICO, DECEDUTO PER AIDS NEL 1990
«Io dico sempre che gli esponenti della chiesa cattolica hanno bisogno di essere convertiti... All'amore... Facciano pure se il loro intento è quello di convertire il mondo al cattolicesimo. La fede non si discute. Solo che coloro che la portano in giro dovrebbero basarsi su qualcosa di veramente cristiano. Comunque io dico sempre che non è mai troppo tardi... Vedrai che piano piano li convinciamo a ritornare al cristianesimo... (…) Penso che il problema più grande delle gerarchie cattoliche abbia a che vedere proprio con l'utilizzo della vergogna come sistema di controllo e di potere... Forse si tratta di un filo della santa inquisizione che non è stato tagliato del tutto... Piccolo e modesto, sì, ma prima o poi andrà tagliato! E pensa che danno che stanno facendo! Sai che c'è? Io imporrei il copyright sulla parola “cristianità” e vieterei alla chiesa cattolica di pronunciarla, al fine di evitare che quei farabutti definiscano “cristiano” ciò che non lo è.» Milano, maggio 2011
MARIA, 55 ANNI, SORELLA DI REGINA
«Mia mamma ci ha sempre insegnato sin da piccoli a pregare; ricordo che tutte le sere riuniti intorno a lei recitavamo il rosario, ci ha educati a volerci bene ed aiutarci tra noi. (…) Mauro, chiuso nel suo dolore, lentamente riesce a riprendersi con l'aiuto del suo compagno, sì perché all'età di 25 anni inizia la sua trasformazione diventando una donna che si chiamerà Regina come nome d'arte. Tutto inizia lentamente, facendosi rifare prima il seno e, poi, ad intervenire con la chirurgia per i fianchi e i glutei. Lui diventa una lei ed avviene così una trasformazione fisica, capelli biondi, tacchi a spillo, vestiti aderenti e corti che sottolineano maggiormente seno e glutei. Questo suo cambiamento è stato per noi una grossa ferita che andava sempre di più lacerandosi nel vedere i suoi cambiamenti e le persone che continuavano ad additare per strada o nei negozi. (…) Sono passati tanti anni da questo evento, mia sorella si è trasferita a Viareggio per non creare disagi alla famiglia, e lì ha iniziato la battaglia contro l'omofobia e lo sfruttamento verso le transessuali soprattutto brasiliane, diventando la presidente di un consultorio voluto dalla regione Toscana per le persone che devono iniziare delle cure ormonali e prepararsi ad una trasformazione (Regina è vice presidente nazionale dell'associazione Transgenere - Movimento di Identità Transessuale. N.d.a.). Ho sempre cercato di non giudicarla e di non farle pesare il mio forte disagio e dolore, facendole sempre sentire il mio amore senza condannarla, c’è già un mondo che la condannerà.»
FRANCESCO, 50 ANNI, PADRE NON BIOLOGICO DI STEFANO
«Siamo una coppia di 50 e 51 anni, io Francesco credente ma non praticante, Edo si dichiara ateo. (…) Stefano studia medicina a Genova e lo fa con molto impegno (…). Naturalmente come nucleo familiare non potevamo vivere sotto una campana di vetro, le nostre rispettive famiglie sanno tutto, io frequento quasi tutti i parenti di Edo e mi sembra che non ci siano problemi, non è così per Edo che per opposizione di mia madre fervente cattolica praticante da più di vent’anni appartenente ad un movimento integralista all’interno del cattolicesimo (i Focolarini. n. d. a.), non accetta questo rapporto d’amore perché a suo dire peccaminoso, mi ha proibito di venire anche solo in vacanza con Edo, per cui pur sapendo sia mia madre sia mio fratello, Edo non è conosciuto dalla mia famiglia d’origine che sa tutto di me (…). Stefano in questo momento è single, ma con noi è molto aperto ci racconta di sé e dei suoi desideri e sogni, se un giorno avrà qualcuno/a al suo fianco, dimenticavo di dire che Stefano e bisessuale, nonostante la gelosia di Edo lo accoglieremmo come un altro/a figlio/a. perché vogliamo il suo bene e che sia felice più di quanto lo siamo stati noi alla sua età. All’inizio nel presentarmi mi sono definito credente ma non praticante questo perché non mi sento di far parte di una chiesa dove i vertici non accettano e non riconoscono la mia persona e la mia relazione, li trovo disumani e poco coerenti con il messaggio d’amore di Gesù Cristo. Non voglio e non mi interessa aver nulla a che fare con questa gente, io so che Dio mi ama per quello che sono e mai mi condannerebbe perché condannerebbe se stesso che mi ha creato gay.» Savona, marzo 2011
L'attuale legislazione dell'Unione Europea, in merito ai provvedimenti giuridici antidiscriminazione, si basa sul Trattato di Lisbona, stipulato il 13 dicembre del 2007 ed entrato in vigore il primo dicembre 2009. Gli articoli di legge presenti al suo interno in parte sostituiscono ed in parte integrano quelli del precedente Trattato di Amsterdam e sono stati studiati allo scopo di irrobustire le norme a tutela dei diritti fondamentali dell'essere umano.
All'interno dell'articolo 1 bis del Trattato di Lisbona si legge: «L'Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell'uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze. Questi valori sono comuni agli Stati membri in una società caratterizzata dal pluralismo, dalla non discriminazione, dalla tolleranza, dalla giustizia, dalla solidarietà e dalla parità tra donne e uomini.» In particolare, l'Unione Europea, attraverso il Trattato di Lisbona, «combatte l'esclusione sociale e le discriminazioni e promuove la giustizia e la protezione sociali, la parità tra donne e uomini, la solidarietà tra le generazioni e la tutela dei diritti del minore.» (articolo 2)
Se si analizzano un po' più nel dettaglio gli articoli di legge dedicati alla lotta contro tutte le discriminazioni si può desumere che, in base al principio democratico che regge l'Unione Europea, essa si è posta quale fine ultimo il rispetto del principio d'eguaglianza delle cittadine e dei cittadini, i quali «beneficiano di uguale attenzione da parte delle sue istituzioni, organi ed organismi (...)» (articolo 8b).
Inoltre, all'interno dell'articolo 8c viene sottolineato che i parlamenti nazionali degli stati membri possono e debbono contribuire al buon funzionamento dell'Unione Europea, in particolare «vigilando sul rispetto del principio di sussidiarietà secondo le procedure previste dal protocollo sull'applicazione dei principi di sussidiarietà e di proporzionalità» e «partecipando, nell'ambito dello spazio di libertà, sicurezza e giustizia, ai meccanismi di valutazione ai fini dell'attuazione delle politiche dell'Unione in tale settore, in conformità dell'articolo 61 C del trattato sul funzionamento dell'Unione europea, ed essendo associati al controllo politico di Europol e alla valutazione delle attività di Eurojust, in conformità degli articoli 69 G e 69 D di detto trattato».
Inoltre, l'articolo 10 del suddetto trattato è quello che contiene le direttive più chiare in merito alla lotta contro le discriminazioni: «L'Unione mira a combattere le discriminazioni fondate sul sesso, la razza o l'origine etnica, la religione o le convinzioni personali, la disabilità, l'età o l'orientamento sessuale», laddove il precedente trattato, stipulato ad Amsterdam, restringeva l'obbligo dell'integrazione al solo genere. Qual è la novità più importante contenuta nel dettato emesso a Lisbona? L'intera sua missione è stata inserita nella Carta dei diritti fondamentali, che viene così resa vincolante, a livello giuridico, in tutta l'Unione.
Da qui prende il via la sfida più grande per l'Unione Europea, iniziata nel 2009, per dirla con le parole di Viviane Reding, vicepresidente della Commissione Europea nonché commissaria responsabile per la giustizia, i diritti fondamentali e la cittadinanza ovvero «concretizzare questo impegno nella società europea». Con queste parole la Reding ha teso a sensibilizzare i governi locali degli stati membri affinché essi continuino a portare avanti la loro opera di collaborazione fattiva con gli enti pubblici, le organizzazioni non governative (ONG), i gruppi sindacali, i mass media, le imprese e quant'altro, al fine di creare una base comune di lavoro che porti ad abbattere le barriere innalzate dalle tante forme di discriminazione. Viviane Reding ha poi sottolineato che «per essere veramente “fondamentali”, i diritti non devono essere considerati un settore politico isolato (…), aggiungendo che (...) siamo tutti influenzati dalla società in cui viviamo, ma ne siamo anche responsabili. Auspico vivamente che si possa continuare a lavorare tutti insieme, in modo proficuo, per raggiungere un'effettiva parità in un'Europa priva di discriminazioni.» (fonte: Promozione delle pari opportunità: attività del 2009 per contrastare la discriminazione, Commissione europea, Direzione generale per l'Occupazione, gli affari sociali e le pari opportunità, unità G.4, giugno 2010)
Risulta di fondamentale importanza sottolineare la portata giuridica dell'entrata in vigore del Trattato di Lisbona: nonostante il fatto che di rado i casi di discriminazione giungano in tribunale, quelli che vi arrivano rappresentano altrettanti punti di riferimento imprescindibili per il diritto degli stati membri, al fine di garantire sempre la giustizia alle vittime di attacchi discriminatori. In tal senso risultano assai importanti gli studi emessi da Eurobarometro, grazie ai quali i dati rilevati a livello nazionale, all'interno degli stati membri, vengono messi a confronto con quelli delle nazioni candidate ad entrare nell'UE, garantendo una visione a tutto tondo della situazione europea. Per fare un esempio concreto, ancora a novembre del 2009, stante la relazione di Eurobarometro stilata fra maggio e giugno, è stato rilevato come la discriminazione, in particolare quella sui luoghi di lavoro, sia ancora ben salda, nella fattispecie quella che prende le mosse dai motivi più ricorrenti, razza, etnia, età, disabilità, orientamento sessuale, genere, religione e convinzioni personali. Il tutto nonostante la severità delle norme europee in tema di discriminazione. Se si entra un poco più nel merito della discriminazione a causa dell'orientamento sessuale, si nota inoltre che sono state rilevate differenze anche importanti fra i diversi stati membri: per esempio, il 68% delle cittadine e dei cittadini olandesi ha dichiarato di avere amiche ed amici LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transessuali), mentre solo il 3% delle cittadine e dei cittadini rumeni ha dichiarato la stessa cosa. Inoltre, sempre dall'indagine 2009 dell'Eurobarometro è emerso che «sempre più persone hanno amici di orientamento sessuale o etnia differente. Non è quindi una sorpresa che queste persone siano più sensibili ai problemi della discriminazione e meno inclini ad avere pregiudizi. Possiamo pertanto aspettarci una diminuzione della discriminazione se i gruppi sociali più vicini alle persone continuano a rispecchiare la diversità nella società che le circonda.» (fonte: http://ec.europa.eu/public_opinion/archives/ebs/ebs_317_en.pdf)
Durante i mesi precedenti l'entrata in vigore del Trattato di Lisbona diverse sono state le iniziative – proseguite per tutto il 2010 – volte a divulgare la cultura dell'antidiscriminazione. Per citare solo le più importanti, il 24 aprile 2009, a Praga, ha avuto luogo il primo incontro della Piattaforma UE per l'inclusione dei Rom; meno di un mese più tardi l'Accademia del Diritto Europeo (ERA) ha indetto il primo seminario a tema antidiscriminazione rivolto alla formazione di giudici, procuratori, operatori della giustizia e docenti universitari; alla fine di giugno, a Budapest, si è svolta la conferenza in materia di antidiscriminazione che ha visto la partecipazione delle organizzazioni sindacali e delle ONG; all'inizio di settembre, ad Helsinki, un seminario ha chiarito quali buone pratiche siano necessarie affinché l'antidiscriminazione porti ad una reale integrazione; tra l'inizio e la metà di ottobre, a Nicosia prima ed a Lisbona poi, si sono svolte le Giornate della diversità; a fine ottobre è stata la Svezia ad organizzare, a Stoccolma, le Giornate svedesi della diversità; a novembre Eurobarometro ha pubblicato i risultati delle più aggiornate ricerche effettuate dagli stati membri dell'UE in merito all'antidiscriminazione; infine, all'inizio del 2010, in diverse città dell'Unione Europea si sono svolti seminari e convegni le cui attività avevano lo scopo di divulgare l'inclusione sociale e la non discriminazione; fra i luoghi sede di questi incontri ricordiamo Budapest, L'Aja, Madrid, Cordoba, Metz, Bruxelles, Berlino, Varsavia, Atene ed ancora Bruxelles.
A che punto è, nell'Unione Europea, l'applicazione delle nuove norme antidiscriminazione? Come ho già sottolineato, il Trattato di Lisbona impone agli stati membri dell'UE di attenersi a tutte le leggi del diritto comunitario, anche in materia di antidiscriminazione, in quanto la Carta dei diritti fondamentali è divenuta vincolante a livello giuridico. Nella fattispecie, all'articolo 21, la Carta Europea recita: «È vietata qualsiasi forma di discriminazione fondata, in particolare, sul sesso, la razza, il colore della pelle o l’origine etnica o sociale, le caratteristiche genetiche, la lingua, la religione o le convinzioni personali, le opinioni politiche o di qualsiasi altra natura, l’appartenenza ad una minoranza nazionale, il patrimonio, la nascita, la disabilità, l’età o l’orientamento sessuale.» Mentre l'articolo 51 prevede quanto segue: «1. Le disposizioni della presente Carta si applicano alle istituzioni, organi e organismi dell’Unione nel rispetto del principio di sussidiarietà, come pure agli Stati membri esclusivamente nell’attuazione del diritto dell’Unione. (…)
2. La presente Carta non estende l’ambito di applicazione del diritto dell’Unione al di là delle competenze dell’Unione, né introduce competenze nuove o compiti nuovi per l’Unione, né modifica le competenze e i compiti definiti nei trattati.»
È stato inoltre creato lo strumento delle procedure d'infrazione, con il quale la Commissione Europea si impegna a segnalare le carenze e/o l'errata ricezione, da parte degli stati membri, della legislazione comunitaria in tema di antidiscriminazione all'interno dei vari diritti nazionali. Ciò ha comportato che entro il primo gennaio 2007 tutti gli stati membri avrebbero dovuto porre rimedio ad eventuali ritardi legislativi in merito, con particolare riferimento all'uguaglianza razziale (2000/43/CE) ed alla parità di trattamento in materia di occupazione (2000/78/CE).
È a partire dal 2007, l'anno europeo delle pari opportunità per tutte e per tutti che la Commissione europea ha deciso di estendere la tutela giuridica contro le discriminazioni, attraverso nuove misure di diritto europeo, alle altre situazioni sociali che, mercato del lavoro a parte, vedono il proliferare delle discriminazioni che originano dal credo, dalle convinzioni personali, dalla disabilità, dall'età e dall'orientamento sessuale. Questa campagna ha avuto come risultato, il 2 luglio del 2008, di una nuova proposta di legge che vieta ogni forma di discriminazione – anche quella che si fonda sul sesso – nell'ambito della protezione sociale, dell'assistenza sanitaria, dell'istruzione e dell'accesso a beni e servizi.
L'ampliamento della copertura giuridica a tutela delle vittime di parzialità pone l'accento sul divieto delle discriminazioni sia dirette che indirette e delle molestie che ne conseguono, mentre vuole introdurre nuovi diritti che favoriscano le persone affette da disabilità «per garantire condizioni di accesso non discriminatorie e soluzioni appropriate, tranne nei casi in cui tali obblighi comportino un onere sproporzionato» (fonte: Promozione delle pari opportunità: attività del 2009 per contrastare la discriminazione, Commissione europea, direzione generale per l'occupazione, gli affari sociali e le pari opportunità, unità G.4, giugno 2010). Una fra le caratteristiche più salienti di questa nuova proposta di legge è quella che riguarda l'istituzione di enti per le pari opportunità che siano in grado di promuovere il principio della parità di trattamento.
Veniamo ora alla relazione generale del Trattato di Lisbona emessa a marzo del 2010: essa ha teso a sottolineare, fra le altre cose, l'obiettivo strategico denominato Europa 2020 della Commissione europea, adottato lo stesso anno al fine di porre gli interessi delle cittadine e dei cittadini dell'UE al centro dell'azione europea. In particolare, la gestione Barroso, attuale presidente del Parlamento europeo, ha dato vita ad una serie di iniziative dedicate ai diritti fondamentali delle persone che vivono nell'Unione europea.
In particolare, grazie alla svolta operata subito dopo la ratifica del Trattato di Lisbona, è stato sempre più possibile dar voce alle cittadine ed ai cittadini europei in merito alle questioni più pressanti in termini di giustizia sociale. Nella fattispecie « Quando un numero sufficiente di cittadini condivide un’opinione, segnalata attraverso la raccolta di almeno un milione di firme, l’iniziativa dei cittadini può consentire loro di invitare la Commissione a presentare proposte legislative in settori che, a norma del trattato, rientrano nell’ambito di competenza dell’UE.
Considerato che tale strumento offre la preziosa possibilità di avvicinare l’Unione ai cittadini, in seguito ad un’ampia consultazione pubblica effettuata all’inizio dell’anno la Commissione ha proposto regole per l’istituzione dello strumento, in modo che i cittadini possano iniziare ad esercitare il nuovo diritto il più presto possibile.
In dicembre il Parlamento europeo e il Consiglio hanno raggiunto un accordo su tali regole, che garantiranno che le iniziative dei cittadini siano rappresentative dell’interesse dell’UE, garantendo che lo strumento resti di facile impiego per i cittadini (…).» (fonte: Relazione generale 2010; agenda dei cittadini: mettere la persona al centro dell'azione europea).
Poco prima che quest'articolo fosse pubblicato, l'Unione Europea aveva emesso un provvedimento in merito alle discriminazioni per orientamento sessuale ed identità di genere: il 28 settembre 2011 il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione sui diritti umani che intende ribadire il messaggio più volte lanciato da Strasburgo alla volta degli stati membri dell'UE: “dotatevi al più presto di norme giuridiche antidiscriminatorie che siano efficaci nella lotta all'omofobia ed alla transfobia”.
Dopo aver elencato i più importanti documenti prodotti da diversi organismi internazionali, che il Parlamento europeo ha fatto propri per produrre detta risoluzione (in particolare quello del 22 marzo 2011 – dichiarazione comune del Consiglio dei diritti dell'uomo in merito all'eliminazione delle violenze che si fondano su orientamento sessuale ed identità di genere e delle violazioni dei diritti umani ad esse collegate e quello del 17 giugno 2011 – risoluzione del Consiglio per i diritti dell'uomo delle Nazioni Unite – A/HRC/17/19), la risoluzione in oggetto chiede ai vari stati membri di adeguare le rispettive legislazioni ai principi contenuti nella risoluzione ribadendo, fra le altre cose, «la propria preoccupazione per le numerose violazioni dei diritti umani e le diffuse discriminazioni connesse all'orientamento sessuale e all'identità di genere perpetrate sia nell'Unione europea che nei paesi terzi», rammaricandosi che all'interno dell'UE i diritti delle persone LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transessuali), fra cui quello all'integrità fisica, alla vita privata ed alla famiglia, il diritto alla libertà d'opinione, di espressione e di associazione, il diritto alla non discriminazione, il diritto alla libera circolazione anche per le coppie omosessuali e le relative famiglie, il diritto di accedere alla prevenzione sanitaria e di ricevere cure mediche, oltre al diritto all'asilo, non siano ancora del tutto riconosciuti e rispettati. In particolare, all'articolo 7 della risoluzione si dice che l'Unione Europea: «condanna con assoluta fermezza il fatto che, in alcuni paesi, anche all’interno dell’Unione, l’omosessualità, la bisessualità o la transessualità siano ancora percepite come una malattia mentale e chiede agli Stati membri di affrontare questo fenomeno; chiede in particolare la depsichiatrizzazione del percorso transessuale e transgenere, la libera scelta del personale di cura, la semplificazione del cambiamento d’identità e una copertura da parte della previdenza sociale»; infine, al punto 15 il Parlamento europeo «esorta gli Stati membri e la Commissione (…) ad affrontare in modo completo le disuguaglianze in questione; ribadisce la sua richiesta che la Commissione elabori una tabella di marcia globale contro l’omofobia, la transfobia e le discriminazioni fondate sull’orientamento sessuale e l’identità di genere».
A che punto è l'Italia in merito all'applicazione delle leggi emanate dall'Unione Europea contro le varie forme di discriminazione? Il nostro Paese ha recepito la direttiva 2000/78/CE emettendo il decreto legislativo n° 216/2003, che definisce l'orientamento sessuale come segue: «in astratto: preferenze o inclinazioni di una persona di ordine sessuale; in termini concreti: condotte, pratiche, espressioni o manifestazioni varie (fisiche, verbali e non verbali) di natura sessuale.» (fonte: Walter Citti, servizio anti-discriminazioni ASGI – Associazione per gli Studi sull'Immigrazione – di Trieste, Seminario antidiscriminazione, Firenze, 21-22 gennaio 2011)
La direttiva in oggetto trova il suo maggior campo di applicazione in ambito lavorativo, al fine di non escludere le persone con orientamento omosessuale dall'accesso all'occupazione, a partire dalla selezione del personale; in particolare, vengono compresi nel dettato di legge i casi di licenziamento o di mancata promozione; rappresenta invece eccezione al principio di parità di trattamento sancito dal dettato di legge quella caratteristica che « costituisce un requisito essenziale e determinante per lo svolgimento dell’attività lavorativa, in relazione alla natura dell’attività o del suo contesto e sempre nel rispetto dei requisiti di obiettività e proporzionalità».
Se si esclude il suddetto decreto legislativo n° 216/2003, il nostro Paese ha dimostrato di essere alquanto in ritardo nell'applicazione della normativa europea antidiscriminazione. Il 26 luglio 2011 la Camera dei deputati del parlamento italiano ha bocciato per incostituzionalità – per la seconda volta dopo due anni – la legge contro l'omofobia promossa dalla deputata Anna Paola Concia. Il disegno di legge aveva lo scopo di introdurre l'aggravante per motivi omofobici in alcuni reati penali nei quali la vittima è stata sottoposta ad una qualche forma di violenza, mentre la maggioranza delle e dei deputati italiani ha teso a considerare le persone con orientamento omosessuale delle cittadine e dei cittadini uguali a tutti gli altri, contestando in modo netto ed aperto «ogni trattamento giuridico specifico e differenziato – sono parole di un deputato della maggioranza di governo – che come tale ammetterebbe e accentuerebbe una diversità, sostanzialmente incostituzionale. (...) Il disegno di legge offre una protezione privilegiata alla persona offesa in ragione del proprio orientamento sessuale e in particolare discrimina fra chi subisce forme di violenza, perché vi è una tutela rafforzata rispetto invece a chi subisce altre forme di violenza.» (fonte: http://www.repubblica.it/politica/2011/07/26/news/gay_stop_a_legge_su_omofobia_passa_pregiudiziale_costituzionalit-19651125/)
Le parole dell'ex deputata Vladimir Luxuria, a commento delle dichiarazioni di alcuni colleghi che hanno contribuito ad affossare la legge, non hanno lasciato spazio a dubbi: «non si può accogliere il Trattato di Lisbona, che è contro la discriminazione sessuale e poi, a livello nazionale, non considerare una punizione o un'aggravante per i reati di odio commessi nei confronti di gay, lesbiche e trans».
La bocciatura da parte del parlamento italiano di una legge che porrebbe l'Italia alla pari, rispetto all'Unione Europea, in merito al delicato tema della discriminazione è la prova del notevole ritardo culturale, oltre che civile, del nostro Paese; la laicità dello stato italiano è sancita dalla Costituzione italiana (articoli 7 e 8), anche se le origini di questo indirizzo civile sono da rinvenire nel pensiero di Camillo Benso, conte di Cavour, uno dei massimi fautori dell'unità d'Italia, di cui ricorre quest'anno il centocinquantesimo anniversario. Il concetto cavouriano di “libera chiesa in libero stato” ha ceduto il passo, con il trascorrere dei decenni – nell'Italia appena unificata prima e durante il ventennio fascista poi – ad una serie di provvedimenti, di chiaro influsso vaticano, volti ad imporre allo stato italiano assurde norme comportamentali che, in materia di antidiscriminazione, non fanno che incrementare l'omonegatività sociale. Ciò comporta, come si è appena visto, la mancata approvazione di leggi a respiro europeo che porrebbero il nostro Paese, se non alla pari, almeno un po' più vicino agli altri che fanno parte dell'Europa dei ventisette stati, la maggior parte dei quali all'avanguardia in merito alla garanzia di pari diritti per le persone lesbiche, gay, bisessuali e transessuali. In tutto ciò si ravvisa un fin troppo evidente patto scellerato tra lo stato estero del Vaticano e quello italiano.
Di recente ho chiesto un parere in merito a questo scottante tema a Franco Barbero, il prete della chiesa di Roma che la Congregazione per la Dottrina della Fede, con un'ordinanza emessa nel 2003, ha ridotto allo stato laicale senza sottoporlo ad alcun processo canonico. Quelle che seguono sono le sue parole: «Patto scellerato tra governo italiano e vaticano? (...) Si tratta di una reciproca prostituzione, con vergognosi scambi di collaborazioni e di privilegi. (...) Eppure dovremo pure un giorno rimettere mano alla “Questione Concordataria – Patti Lateranensi” per andare verso una forma di reciproco riconoscimento (...) . Se il caso italiano è una vera e propria vergogna in Europa e nel mondo, se il Parlamento non legifera (ma esegue le volontà vaticane) è perché l’influenza dei signori dei sacri palazzi è ancora ben potente.»
Leggendo le parole di Franco Barbero mi sorge spontanea una domanda: fino a che punto lo stato italiano è disposto a continuare a negare pari diritti civili e, quindi, pari dignità, ad una parte così consistente della sua popolazione, relegandola in tal modo in una sorta di zona grigia, in nome di quel patto scellerato, mentre continua a seguire i dettami di un istituto religioso, la chiesa cattolica di Roma, che si ostina in modo pervicace a governare l'intera sua comunità – l'Ecclesia – grazie ad un sistema che si fonda in modo quasi esclusivo sul «monopolio del potere e della verità, – sono parole di Hans Kung – il giuridismo e il clericalismo, la sessuofobia e la misoginia e un uso della forza religioso e anche profano»?

Lidia Borghi

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