lunedì 14 novembre 2011

L'innovativa e coraggiosa idea di teatro di Giovanni Meola


Alla fine del 2007 ebbi l'onore ed il privilegio di conoscere Giovanni Meola, giovane drammaturgo, nonché autore teatrale fra i più importanti, oggi, in Italia.
Il nome di Meola è legato non solo al cosiddetto Teatro della legalità (è suo, infatti, l'ormai decennale progetto Teatro & Legalità), il cui scopo principale è quello di denunciare, attraverso le rappresentazioni teatrali, la presenza delle mafie nel tessuto sociale italiano, ma anche alla formazione teatrale nelle scuole della Campania. Da anni, infatti, Meola è impegnato a «divulgare il messaggio della legalità partendo proprio dalla base della popolazione, quella rappresentata dai giovani e dai fanciulli, avendo sempre in mente un elemento sopra a tutti, quello del teatro della legalità» (http://lidiaborghi.blogspot.com/search/label/Giovanni%20Meola) che da ben quindici anni porta avanti senza l’appoggio di alcun partito politico. Quella che segue è un'intervista che, tra un impegno e l'altro, sono riuscita a strappargli, non senza un certo orgoglio. Quello di aver conosciuto una persona speciale, che ha fatto della lotta alle mafie una ragione di vita nel solo modo che conosce, attraverso le arti visive.


Ciao Giovanni. Mi piacerebbe che tu ripercorressi i punti principali della tua carriera di autore e regista teatrale (ricordo, alle lettrici ed ai lettori di Tracce, che i tuoi lavori teatrali, per non parlare dei cortometraggi cinematografici, hanno partecipato a più di trenta finali di altrettanti concorsi artistici ed hanno ricevuto diversi premi), prima di parlare delle attività che ti vedono impegnato oggi. Com'è nata in te la passione per il teatro?

Il teatro ha cominciato ad affascinarmi poco prima dei vent’anni. Nel momento in cui ho capito la forza dirompente che aveva il rito dell’uomo che rappresenta il qui e ora (l’hic et nunc dei latini) davanti ad altri uomini, è come se mi si fosse aperto il terzo occhio. La grande invenzione del teatro, che appartiene alla nostra storia ultra millenaria, ma che non esiste in altre civiltà – o comunque non esiste con le stesse modalità nostre – ha il dono enorme di creare, in chi vede e sente e riceve lo spettacolo, se lo stesso è efficace ed è ben pensato e fatto, un’identificazione che porta alla catarsi. Che dono poter vivere e sentire come personaggi le cui vite non potremmo mai vivere né sentire direttamente! Ecco in che cosa consiste la grande invenzione del teatro. Ed ecco la grande rivelazione che mi si pose davanti agli occhi quando ne scoprii le potenzialità.



E poi c'è la compagnia Virus teatrali, con la sua propaggine, Virus film (Hinter – Land, Il pinocchio carognone e In apnea) oltre al nuovissimo Bando di concorso, vincitore, di recente, del premio Golden Spike dell'edizione 2010 del concorso Lavori in corto. Ti va di approfondire questi due argomenti?

VIRUS TEATRALI è una compagnia indipendente che ho fondato e dirigo dal 2003. Per chi, come me, non ha mai avuto “padrinati” artistici e politici, l’indipendenza è diventata necessaria per garantire a me stess, – e a tutti coloro i quali hanno avuto finora la voglia e il piacere di collaborare con me – la possibilità stessa di esistere. Non è facile lavorare dovendo fare, spesso e volentieri, compromessi di bassa lega pur di realizzare ciò che si ritiene indispensabile, artisticamente parlando. Essere indipendenti regala serenità e libertà di giudizio anche se preclude spesso la possibilità di entrare all’interno di circuiti prestigiosi ed importanti. Anche se, nella vita e nel lavoro, arrivati a un certo punto, si deve capire che cosa è più importante e per me è fondamentale poter decidere senza quei condizionamenti che impedirebbero al mio lavoro di esprimersi al meglio. VIRUS FILM è invece un’articolazione che nasce con la produzione del docu-corto e dei cortometraggi che citavi tu, tutti frutto di investimenti (piccoli, è vero, ma di importo non indifferente per noi) derivanti dalle stesse attività teatrali che di fatto finanziano l’attività cinematografica.



Perché Teatro & Legalità, strettamente connesso alla tua attività di formatore teatrale nelle scuole superiori italiane? Ricordo ancora con grande nostalgia quell'evento della fine del 2007, ad Aversa, quando, poco dopo la rappresentazione di Ass' 'e Marz' (del duo Gina Oliva/Giovanni Granatina) al cinema-teatro Metropolitan, ebbi l'onore di conoscerti. Ricordo anche che, di lì a qualche giorno, sarebbero stati rappresentati i tuoi lavori intitolati L'infame e Frat' 'e sanghe.

L’infame e Frat’ ‘e Sanghe sono due dei principali spettacoli prodotti e distribuiti da Virus Teatrali. Il primo ha debuttato addirittura nel 2003 e da allora è rimasto in continuo allestimento, raggiungendo un traguardo molto importante per noi, finora: le centoventi repliche totali tra spettacoli serali in giro per l’Italia (anche se, pensa, non ha mai debuttato ufficialmente a Napoli!) e le “mattinare” per le scuole, che sono il 25% circa del numero totale di rappresentazioni. Proprio in quest’ultima stagione, questo spettacolo è stato invitato al festival più antico e prestigioso della nostra regione (la Campania. N.d.a.) ma anche uno dei più importanti d’Italia, ovvero Settembre al borgo, a Casertavecchia, oltre ad essere stato insignito del premio Enriquez 2008, un prestigioso riconoscimento nazionale datomi per la mia drammaturgia di stampo civile e sociale. Il suo interprete, Luigi Credendino, è uno degli attori che più hanno condiviso la mia poetica e i miei progetti ed è anche il protagonista o co-protagonista dei miei lavori cinematografici brevi. Il secondo, Frat’ ‘e sanghe, vanta due edizioni, una del 2004 e una del 2007, tuttora in allestimento. Nel cast di quest’ultimo sono riuniti i tre attori che più di tutti hanno lavorato e lavorano con me; Credendino, Enrico Ottaviano e Pio Del Prete. In quanto al progetto che menzioni (vincitore del premio Girulà 2007), l’attività ad esso legata è molto variegata ed articolata: laboratori nelle scuole e fuori, convegni, letture drammatizzate, spettacoli mattutini nelle scuole e in teatro ma, soprattutto, la creazione di un gruppo, la Compagnia della Legalità, nella quale si sono alternati decine di attori/non attori (tra cui gli unici due che hanno intrapreso poi l’attività professionale, Credendino, appunto e Alessandro Palladino, altro giovane talento) provenienti dagli ormai tantissimi laboratori scolastici da me tenuti nel corso di tutti questi anni. Con questo gruppo è nato un progetto intitolato Tetralogia Barbara, che ha compreso la realizzazione di quattro spettacoli (Bar Brazil, La trasferta, Arcangelo S., Omicida e ‘O scarto) messi più volte in scena nel corso di questo decennio con gruppi di giovani diversi, ma sempre animati dalla stessa energia che ho intuito potessero avere, quando decisi di far nascere questa proposta. Anche in questo caso, nonostante la valenza del progetto, non abbiamo mai avuto alcun aiuto istituzionale.



Fra i tuoi lavori, uno di quelli che più mi hanno colpito è Il sulfamidico, che narra di un dialogo assai particolare, fra un ragazzo italiano ed uno argentino. Ti va di parlarmi in modo più diffuso di questa tua opera?

Il sulfamidico, monologo interpretato da Enrico Ottaviano, altro mio fedelissimo attore/collaboratore, sembra un racconto incentrato sul calcio e sull’Italia della fine degli anni ’70. Poi però lo spettacolo vira e ci racconta del dramma dei desaparecidos argentini e dell’incontro appunto tra l’io narrante e un uomo argentino scampato, chissà come, alla follia autoritaria dei generali nell’arco di tempo che va dal marzo ‘76 al 1983. Mi premeva raccontare di un momento storico che, anche se apparentemente lontano da noi, illustrava invece una condizione perennemente sul punto di concretizzarsi in molte altre realtà, geografiche e/o storiche. Anche in Italia si è sfiorata in quegli anni una deriva del genere e, così come per le atrocità nazifasciste, ricordare e raccontare è l’unico antidoto alla dimenticanza che può sempre generare mostri, all’apparenza nuovi ma in realtà antichi come l’uomo, che è l’essere più violento e feroce in natura. Lo spettacolo ha il patrocinio, difficilissimo da ottenere, di Amnesty International Italia e ha ricevuto l’invito per rappresentare in un teatro di Buenos Aires la prossima primavera e ovviamente mi auguro che la cosa possa andare in porto.



Arriviamo ai giorni nostri. Che cosa stai rappresentando nei teatri e nelle scuole, insieme alle colleghe ed ai colleghi della compagnia Virus teatrali?

Abbiamo appena terminato le repliche de Le preziose ridicole, un atto unico di Molière da me adattato e diretto. Avevo già affrontato un altro cosiddetto classico, qualche stagione fa, con Pirandellando, due atti unici di Pirandello dal segno opposto (uno drammatico e uno leggero e brioso) ma adesso sentivo il bisogno di misurarmi con un campione della drammaturgia e della commedia, un gigante che tre secoli e mezzo fa aveva già radiografato e fotografato la nascente classe dominante, quella borghesia di cui noi siamo gli epigoni. Il meccanismo messo in campo in questa commedia è ancora oggi valido, con i suoi tempi e i suoi giochi scenici ma, in più aveva, a mio avviso, la freschezza di un’attualità non scontata proprio perché basata su temi come l’apparenza che ostacola e complica le relazioni sociali. Inoltre, Le preziose ridicole (di cui sono in programma delle date estive in Calabria e la ripresa napoletana del prossimo autunno, dopo questo recente debutto nazionale nato in collaborazione con un’altra piccola produzione, Le Pecore Nere e nel quale sono coinvolti gli attori Credendino, Ottaviano, Palladino e le tre attrici Melania Balsamo, Chiara Vitiello e Sara Missaglia, oltre alla collaborazione della mia preziosa assistente alla regìa Vittoria Smaldone) sono il classico esempio di quei testi apparentemente minori, ma di grande spessore, che sto cercando di individuare e mettere in scena negli ultimi anni. A parte questo debutto, come ogni anno a breve porterò a termine i laboratori da me condotti nelle scuole superiori del territorio. E poi siamo ovviamente in piena preparazione per il nuovo cortometraggio con Massimo Dapporto, una grande persona oltre che un grande attore. Dapporto sarà il protagonista de Il sospetto, una mia sceneggiatura.



Ti chiedo di soffermarti sul corto Bando di concorso, nel quale narri le grottesche vicende camorristiche di un particolare gruppo di malviventi.

Bando di concorso è un progetto al quale sono particolarmente affezionato perché, al di là dei riconoscimenti formali, sta ottenendo un grande riscontro tra chi fa il mestiere del cinema e questo, per me che provengo dal teatro; è come se fosse una vera e proprio investitura, come se mi venisse riconosciuta la qualità per cimentarmi con la regìa cinematografica a tutto tondo. Del resto, a parte la vicenda grottesca che racconto, di un boss che decide di eliminare il suo peggior rivale attraverso un concorso indetto tra i killer più feroci del suo clan, i quali però dovranno affrontare una prova del tutto inattesa ovvero la lettura di una poesia, è la realizzazione stessa del corto che ha rappresentato una grande sfida e un grande impegno. Innanzitutto per le prove effettuate con il ‘coro’ dei killer, con il gruppo cioè dei sette giovani e giovanissimi attori, alcuni per la prima volta in assoluto sullo schermo, prove complesse e difficoltose ma di grandissimo spessore. E poi, per le bellissime collaborazioni con direttore della fotografia e compositore, Roberto Lucarelli e Bruno Milano, con i quali abbiamo condiviso la creazione di un universo apparentemente realistico ma in realtà del tutto reinventato. Ecco, il gioco di squadra è stato davvero notevole e questo, sia che avvenga in teatro che sul set, mi sembra essere la vera, grande essenza di un lavoro così complicato e privo di certezze, come quello che cerco di fare io, sia sul palcoscenico che sul set.

Vai alla pagina Facebook di Virus teatrali

Vai alla pagina Facebook di Giovanni Meola



Lidia Borghi

Nessun commento:

Posta un commento