martedì 8 novembre 2011

Perché non si farà l'edizione 2011 del Jordan Short Film Festival

Il Jordan Short Film Festival esiste da sette anni, ha attirato a sé filmaker ed opere di cinema breve di tutto il mondo, ha focalizzato la sua attenzione sui cortometraggi che si occupano di temi controversi e terribili quali la discriminazione, la reclusione per reati ideologici, la tortura, i regimi dittatoriali, eppure l'edizione 2011 non avrà mai luogo. Il perché
sta tutto nello scarno comunicato che il suo direttore artistico, il documentarista e regista giordano Hazim Bitar (autore di Growing Up in Amman's Suburbia – Giordania, 2006, 9', vincitore del premio andato al miglior documentario nel 2006, in occasione del Magma – Mostra di cinema breve – di Acireale), ha pubblicato sul sito ufficiale del concorso mediorientale.
All'interno del testo, divulgato il 27 settembre scorso, Bitar ha annunciato che il motivo della sospensione del concorso cinematografico è di pura e semplice protesta, in nome delle due persone che, dall'inizio della cosiddetta Primavera Araba, sono state uccise in modo brutale in Giordania, Khairy Jameel e Mohammad Ajouri, di 57 e 23 anni. Il comunicato ufficiale prosegue affermando: «Il bavaglio imposto dal governo ai media ha tenuto le loro storie nel buio».
Da quel nefando evento nessuna pellicola, in Giordania, è stata dedicata alla Primavera Araba, poiché i registi che lì sono nati e vivono hanno paura e mai oserebbero andare contro il regime oppressivo di re Abd Allah II, producendo film che ne denunciano al mondo la violazione dei diritti umani.
Inoltre, sempre secondo Bitar, sarebbe “intellettualmente disonesto” svolgere un festival internazionale di cinema indipendente – giordano e non – in un ambiente ostile, che mai accetterebbe di far circolare opere che trattano di un futuro di speranza per la Giordania. Fermo restando il fatto che, durante il 2012, il direttore artistico vedrà se potrà tornare sui suoi passi per riproporre una nuova edizione del JSFF oppure se eliminare per sempre il concorso.
Sottolineo che la stessa Amman Filmmakers Cooperative, che ha coordinato i lavori del festival per sei anni di seguito, non accetterebbe mai di divulgare eventi cinematografici giordani che dichiarano il falso.
Così Hazim Bitar ha concluso il suo breve intervento: «Fino a quando la situazione non migliorerà sensibilmente oppure chi ha commesso i crimini non verrà assicurato alla giustizia, non ravvisiamo ragione alcuna per cambiare la nostra decisione.»
Di recente mi sono riferita a questo importante festival internazionale di cinema indipendente per parlare di In My Prison, del regista italiano Alessandro Grande, che ha partecipato alla fase finale dell'edizione 2010 del JSFF.
Quando leggo di molte nazioni del mondo nelle quali le principali libertà sancite dalla nostra Costituzione – di parola, d'espressione, di stampa, di libera circolazione delle idee e d'associazione – non sono neppure prese in considerazione, mi vengono i brividi; sapere che in Giordania le persone vengono assassinate per aver espresso un dissenso nei confronti di un regime oppressivo, mi pone nella condizione di pensare che vivo in una nazione privilegiata, dal punto di vista dei diritti umani, nonostante i tanti tentativi di limitare proprio l'articolo della Costituzione italiana che quelle libertà dovrebbe garantire.
Ecco perché diventa essenziale che le tante autrici ed i tanti autori italiani in possesso di un qualche talento nella produzione di corti o documentari di utilità sociale escano allo scoperto e facciano conoscere i propri lavori ad un pubblico sempre più vasto. Perché? Per non perdere la memoria. Un popolo che perde la memoria è morto.

Lidia Borghi

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