martedì 28 febbraio 2012

Corti illustri. Omaggio a Carlo Verdone


Il due marzo 2012 uscirà nelle sale cinematografiche di tutta Italia il nuovo lungometraggio di Carlo Verdone – Posti in piedi in paradiso – mentre a metà marzo le persone appassionate potranno leggerne una sorta di biografia, dal curioso titolo de La casa sopra i portici. Prendo spunto da questo prezioso volume edito da Bompiani per parlare dei cortometraggi di Verdone, che sono tre o, meglio... quattro.

Come molti cineasti famosi in tutto il mondo, anche Carlo Verdone ha iniziato a masticare cinema a partire dal linguaggio dei corti quando, ad appena diciannove anni, la mitica Isabella Rossellini gli vende una telecamera per video in formato Super-8. La prima opera breve, della durata di 20' circa, è intitolata Poesia solare, con le musiche dei Pink Floid e dei Greatful Dead. Ad essa seguirà, due anni più tardi, Allegoria di primavera, mentre la terza è del 1973 e si intitola Elegia notturna.
Di più non sappiamo di queste sperimentazioni cinematografiche anche perché, ahimè, a quanto pare i tre corti illustri non esistono più, in quanto si sono smarriti nei meandri degli archivi RAI. Un vero peccato.
E così, non ci resta che acquistare il volume biografico di Verdone, se vogliamo conoscere tanti succosi particolari in più della straordinaria vita di questo grande regista italiano il quale, grazie alla sterminata cultura del padre, Mario, docente di critica cinematografica all'università di Roma, poté nutrirsi di cinema fin dalla più tenera età, a stretto contatto con i più importanti personaggi dell'epoca che frequentavano la casa sopra i portici in cui Carlo era nato, insieme al fratello ed alla sorella.
E così, in un crescendo di comicità e nostalgia, il regista romano è riuscito a mettere da parte il suo pudore per aprirci le porte delle stanze di un appartamento che, con il passare dei decenni, divenne una casa museo, piena zeppa di volumi, libri, spartiti musicali, sceneggiature e tele, tante tele, appese ai muri oppure arrotolate qua e là.
La porta di casa Verdone si aprì, di volta in volta, per accogliere personaggi del calibro di De Sica, Fellini, Rossellini, Zeffirelli, Masina, Pasolini e Antonioni – anche se l'elenco potrebbe continuare ancora a lungo – consentendo alle tre creature di casa, Carlo, Luca e Silvia (oggi moglie di Christian De Sica) di stare a strettissimo contatto con interi pezzi della cultura italiana, cinematografica e non, degli anni '50, '60 e '70.
Perché dedicare un libro a tutto ciò? Perché quella casa, in quanto tale, oggi non esiste più. Una clausola del contratto stipulato all'epoca da Mario Verdone con la curia romana voleva che, alla morte del capo famiglia, l'appartamento ritornasse al Vaticano. E così, quando i figli di Verdone misero mano alla sistemazione degli oggetti presenti in casa, al fine di organizzarne il trasloco, si dovettero rimboccare le maniche e mettere in atto una vera e propria catalogazione di tutti quei pezzi di cultura essendo nel frattempo diventate, quelle storiche stanze, una sorta di museo a due passi da piazza Campo de' fiori, a Roma.
È per questo motivo che Carlo ha voluto scrivere il libro ed è per onorare la memoria di quel pezzo di storia paterna che, videocamera alla mano, ha girato diversi minuti di riprese, immortalando le tante stanze dell'appartamento che, ora del tutto spoglie ora svuotate in modo parziale, fino a pochi giorni prima quel museo lo avevano protetto da sguardi indiscreti. Con il cuore reso piccolo piccolo dalla commozione, Carlo ha voluto fissare nella memoria della pellicola quei muri dai parati sbiaditi – sui quali ancora si vedevano i segni dei quadri, rimasti appesi per decenni –, quelle finestre dalla vista suggestiva, quegli angoli e quegli scaffali che avevano contenuto così tante vestigia dei tempi che furono.
Ecco perché, all'inizio del mio post, mi sono riferita a quattro cortometraggi e non a tre: il quarto sarà proprio quello che ha preso vita subito dopo il trasloco di casa Verdone. Infatti, come ha affermato lo stesso regista Carlo, durante la puntata di domenica 26 febbraio 2012 di Che tempo che fa, il girato potrebbe presto diventare un corto di non più di venti minuti che, come il libro biografico in uscita a metà marzo, intende suscitare il ricordo, affinché quel pezzo di storia della nostra cultura non possa morire mai. Ottanta anni di vicende famigliari che si intrecciarono, legandosi in modo indissolubile a quelle della nazione italiana.
Così, non ci resta che attendere che quel girato venga selezionato e montato, se Carlo Verdone vorrà, per poter apprezzare il quarto corto di uno dei cineasti italiani più sensibili e più abili nel fissare sulla pellicola cinematografica i tic, le nevrosi e le piccole fobie di tanti personaggi che, chi più chi meno, assomigliano un poco a tutte e tutti noi.

Lidia Borghi

5 commenti:

  1. Ho visto Posti in piedi in Paradiso pochi giorni fa. L'ho trovato interessante perché con ironia racconta la vita di molti uomini attuali, mariti separati, non più giovani, e con un piede a pochi millimetri dal precipizio economico e psicologico. Una favoletta del quotidiano che finisce bene: la fortuna viene incontro ai personaggi che in realtà la stanno cercando (chi con modi ortodossi chi manipolando il concetto di correttezza), ma soprattutto c'è l'affetto dei figli che alla fine li salva. Padri sgangherati che ritrovano la rotta grazie ai figli! E penso che fuori rotta non ci siano solo gli uomini di quel tipo. Tu lo hai visto?
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  2. Il film di Verdone ancora mi manca... In ogni caso trovo davvero notevole il suo approfondimento di certi tipi umani.

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  3. In questo Verdone è insuperabile. L'essere fuori rotta, come hai scritto tu, è oggi proprio di molti uomini e di molte donne. Lui è riuscito a sottolineare tutto ciò con sintesi e profondità. :)

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  4. Sì, è vero, è/è stato originale. Io me ne sono resa conto solo pochi mesi fa, quando ho visto un suo film che era uscito nel 1981, e che avevo evitato come la peste: "Bianco, rosso e verdone". Pensa, mi è stato regalato in cassetta (scolorita e ormai pronta per l'immondizia), e mi sono stupita della sua bravura di attore e della sua acutezza nel descrivere i tre personaggi, diversi ma possibilissimi, tipici. Tre tipi di maschio italiano, di persone. E' bravo. E poi, non è maschilista, neanche per scherzare, anzi, direi che non evita l'autocritica.

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    1. Sì, è vero, non è maschilista. Io lo trovo molto umano e vero, una di quelle persone che i più definiscono fesse, facilmente manipolabili, solo perché antepongono il cuore e la lealtà al sopruso ed al raggiro. Merce rara, visti i tempi...

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