mercoledì 1 febbraio 2012

Intervista a Valerio Gigante

Valerio Gigante è uno fra i più preparati redattori del periodico Adista, una realtà editoriale cattolica davvero innovativa. Di recente è uscito, per i tipi Piagge Edizioni, il libro Cercare se stessi... Per trovare Dio – Omosessualità, Chiesa, Fede, Vangelo, Spirito. In poco più di cinquanta pagine l'autore ci offre un dialogo aperto e sincero con John J. McNeill, il teologo statunitense noto in tutto il mondo come uno dei più grandi attivisti omosessuali dei diritti civili per le persone LGBT (acronimo per Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transessuali). Quella che segue è l'intervista che Valerio ha accettato di rilasciarmi per Progetto Gionata.


D.: Valerio, nell'introduzione al tuo libro hai scritto di aver conosciuto John J. McNeill a Roma a giugno 2011, in occasione degli eventi spirituali organizzati dal gruppo romano Nuova Proposta di donne e uomini omosessuali cristiani per l'Europride. Quali sensazioni suscitò, in te, la vicinanza di un uomo dalla consapevolezza così grande, in termini di identità personale omoaffettiva?
R.: Quello che mi sorprende molto di figure come McNeill è la capacità di aprire strade nuove nella spiritualità, nella teologia, nell’approccio pastorale. Enzo Mazzi, indimenticabile animatore delle Comunità Cristiane di Base qui in Italia parlava della necessità dell’“eresia” come motore della storia. Marxianamente si potrebbe parlare del processo dialettico, ma in fondo il senso è lo stesso: i modelli, i dogmi, fissano e sclerotizzano la realtà. I cambiamenti, le nuove vie, le faticose innovazioni, le geniali intuizioni muovono la realtà, portano trasformazione. Mazzi nel suo libro Il valore dell’eresia (Manifestolibri, 2010), racconta, rifacendosi ad uno studio pubblicato qualche anno fa su Nature, l’importanza dell’eresia anche tra gli insetti. Spiega ad esempio che anche la sopravvivenza di un formicaio «è dovuta a un delicato equilibrio tra conformismo e creatività, fra obbedienza e disobbedienza, fra sequela e ribellione»: «Le formiche tendono inizialmente a seguire in fila indiana il percorso scelto dalla formica che per prima ha scoperto il cibo. I feromoni rilasciati dalla esploratrice sul percorso impediscono di deviare. Ma ad un certo punto si crea un ingorgo che impedisce di giungere al cibo. Il principio istintivo della sequela acritica mette a rischio la sopravvivenza del formicaio. Scatta un altro principio, anch’esso iscritto nell’istinto: la creatività, la disobbedienza, la ribellione. Una o più formiche si ribellano alla legge dei feromoni. E prendono un’altra strada. Il cibo è di nuovo assicurato, il formicaio è salvo». McNeill è una delle tante pazienti, geniali e testarde “formiche” che producono, a prezzo talvolta di enormi sofferenze personali, persecuzioni, incomprensioni, emarginazione, i reali processi di trasformazione della società. E della Chiesa. Che, insomma, fanno la Storia.

D.: Fede ed omosessualità: un tema controverso... Per certe associazioni LGBT italiane le due cose sono inconciliabili. Tu che cosa ne pensi?
R.: Fede ed omosessualità sono perfettamente conciliabili, perché la fede è una dimensione assolutamente personale. Chiesa ed omosessualità invece per alcuni sono due mondi incomunicabili. Io ritengo che ci si possa sentire perfettamente “Chiesa” anche se si è gay, lesbica, transessuale e bisessuale. Primo perché compito di ogni Chiesa dovrebbe essere quello di includere e non di escludere; secondo perché sentirsi “dentro” o “fuori” dalla Chiesa implica automaticamente il fatto che noi riconosciamo una autorità alla gerarchia, a qualunque gerarchia, di stabilire confini e di decidere chi sta all’interno o meno di quei confini. Ecco, io credo che un cristiano libero, un cristiano “adulto”, risponde alla propria coscienza. E se si sente parte della comunità ecclesiale non dovrebbe permettere a nessuno di farlo sentire un “escluso”, un reprobo, un “peccatore”.

D.: Torniamo al libro dedicato a J. J. McNeill: il saggio di don Franco Barbero e l'introduzione di don Alessandro Santoro sono davvero notevoli. Quali messaggi ti sono sembrati più importanti, all'interno di quegli scritti, quali parti dovrebbero essere maggiormente prese in considerazione per avviare un dialogo evangelico duraturo con la chiesa cattolica?
R.: Fine vita, omosessualità, morale sessuale: sono temi ancora oggi “di frontiera” dentro la Chiesa cattolica. Barbero e Santoro sono preti che si sono lasciati interrogare dai visi e dalle storie che hanno incontrato, rimettendo in discussione tutte quelle comodità, quei piccoli “privilegi” che la loro condizione di chierici gli avrebbe garantito. Privilegi che spesso impediscono di andare più in là e di far entrare le scomode verità che la vita e le persone ci mettono di fronte fino a sconquassare le nostre convinzioni, le nostre ideologie (cioè false coscienze), la nostre teologie. Ma se la Chiesa non entra nel ventre della storia, se non si fa interrogare dai tanti “crocifissi” della società contemporanea, di quale “profezia”, di quale progetto escatologico si fa interprete e testimone?

D.: All'interno dell'intervista a McNeill ho potuto leggere, fra le righe, a mo' di leit-motiv, un richiamo costante – seppur appena sussurrato – al comandamento che, di recente, il teologo italiano Enzo Bianchi ha definito “la regola d'oro” (Enzo Bianchi, Massimo Cacciari, I comandamenti-Ama il prossimo tuo, Il Mulino) ovvero “Amerai il prossimo tuo come te stesso”, un precetto difficile da mettere in pratica e che – da cristiani – ci pone di fronte alle nostre responsabilità di accoglienza nei confronti di chi è altro da noi, sia esso straniero o nemico. Quanto hai avvertito, in McNeill, questa esigenza di accogliere, di “farsi prossimo” nei confronti di chi lo ha osteggiato fino ad espellerlo dalla chiesa cattolica?
R.: Direi soprattutto un amore che non conosce rancore. McNeill sottolinea che nella lotta per i diritti delle persone LGBT la rabbia non serve alla causa, non giova alle persone. La rabbia è un sentimento distruttivo ed autodistruttivo. E riconosce importanza e potere su di noi a chi non dovrebbe averne più. La rabbia rende schiavi, non liberi. Per questo McNeill afferma più volte di non avere nessun rancore nei confronti di quella gerarchia che lo ha condannato ed emarginato. Essere liberi, essere quindi disponibili ad aprirsi all’amore (per chi ci crede, anche all’amore di Dio) significa anzitutto trovare serenità interiore e ed equilibrio. Del resto, è la Chiesa-istituzione che con i suoi documenti e la sua sorda intransigenza dimostra la totale assenza di ogni senso di amore e compassione nei confronti dei gay, come di tanti altri credenti. Per questa Chiesa clericale, omofoba e maschilista McNeill sostiene non ci sia speranza di cambiamento. Il cambiamento, quando avverrà, arriverà piuttosto dal basso.


D.: Quando le persone omosessuali credenti mettono in atto il coming out nella piena consapevolezza che Dio è dalla loro parte e che non le condanna – posso dirlo per esperienza personale – la loro tensione al divino si acuisce, conferendo alle loro vicende umane un valore aggiunto notevole, così come lo stesso John McNeill ci ha testimoniato in molti dei suoi libri; alla luce di ciò, che cosa ti senti di dire a coloro che, in quanto lesbiche o gay cristiani, continuano a vivere nella tormentata condizione di peccatrici o peccatori presunti, all'interno della chiesa cattolica? C'è un messaggio di speranza anche per loro?
R.: Ho fatto una domanda analoga a McNeill e lui, più autorevolmente di me, suggeriva di mantenere forte l’impegno comunitario, perché non ci si libera mai da soli, ma sempre all’interno di un processo collettivo. Per i gay credenti in particolare, riprodurre l’isolamento in cui sono stati, loro malgrado, relegati dalla Chiesa-istituzione credo sia deleterio. Poi McNeill aggiungeva che «Dio è tra di noi e l’unico modo per diventare una sola cosa con quel Dio è diventare una cosa sola con il proprio autentico sé». Insomma, accettarsi e volersi bene, oltre che giusto, doveroso e sano psicologicamente, è anche indispensabile per vivere una dimensione di fede matura.

D.: Una delle accuse che, più di altre, le persone lesbiche e gay muovono a chi usa denigrarle, è quella di parlare “di” loro senza aver parlato “con” loro. Citando le parole di McNeill: «Noi cattolici gay e lesbiche non dobbiamo permettere che i nostri nemici fuori di noi definiscano chi siamo. Dobbiamo lasciare che sia lo Spirito di Dio, lo Spirito di amore che dimora nei nostri cuori, a dirci chi siamo. E poi dare testimonianza di tutte le grandi cose che il Signore ha fatto per noi.» Anche tu pensi che le testimonianze dirette possano contribuire a sgretolare i pregiudizi che gravitano intorno al mondo di lesbiche e gay, mentre narrano a coloro che di continuo le denigrano del sommo potere che hanno la grazia e l'amore di Dio anche nei cuori delle persone omoaffettive?
R.: Soprattutto nella Chiesa c’è sempre qualcuno che parla in nome di qualcuno. Nella maggior parte dei casi è la gerarchia che si esprime, ormai a tutto campo, a nome “dei cattolici”. Ma la Chiesa è una realtà plurale, e finché ciascun credente non sente su di sé la responsabilità diretta di intervenire e partecipare alla costruzione della “città dell’uomo”, allora, inevitabilmente, l’opinione pubblica laica, i media, la società in generale continueranno a pensare che la Chiesa è invece un blocco monolitico e che i pastori orientano pensieri ed azioni dei credenti, scelte e comportamenti. E che quando parla Ruini o Bagnasco, o Bertone, tutti i cattolici la pensano come loro. Non è così, ovviamente. Ma finché non ci riprendiamo la parola che ci è stata sottratta, non riusciremo a dimostrare che “il re è nudo” che cioè la gerarchia parla ormai solo per se stessa. Ecco, io la questione dei gay credenti la inserirei nel più generale discorso di tutte quelle realtà “non allineate” che l’istituzione ecclesiastica tende a negare. Perché deve tentare di sopravvivere a se stessa…

D.: Omoaffettività e sessualità: l'atto fisico tra persone dello stesso sesso rappresenta un peccato cui rimediare con l'astinenza – o, come la chiama la chiesa cattolica, castità – oppure una ricerca sacrosanta, per onorare la volontà divina che vuole la donna e l'uomo realizzati solo se in compagnia di una/un loro simile? Colpa o esperienza giocosa, come la chiama McNeill?
R.: Le relazioni, tutte le relazioni, abbracciano la dimensione psichica e quella fisica. La Chiesa invece scinde continuamente la dimensione corporea da quella spirituale. Ma questa visione manichea, che deriva dal platonismo e che separa anima e corpo io non l’ho mai capita. Come non capisco - se non come forma di controllo sulle persone, a partire dalla loro parte più intima e che più fortemente ne condiziona l’identità, cioè la sessualità - questa ossessiva insistenza sul sesso. In particolare quello tra le persone LGBT, che probabilmente sfugge ancora di più a quel preteso concetto di normalità o, peggio, di “natura” su cui la gerarchia ecclesiastica pretende di avere il monopolio.

D.: In primavera si svolgerà il secondo forum italiano dei gruppi di omosessuali cristiani. La tre giorni di incontri e dibattiti – che sarà impreziosita dalla presenza del teologo italiano Vito Mancuso – affronterà molti temi, non ultimo quello della situazione attuale delle tante aggregazioni che, nel nostro Paese, continuano a riunirsi periodicamente, nonostante l'opposizione netta del Vaticano. Di recente Andrea Rubera, uno degli animatori di Nuova Proposta, ha sottolineato – dalle pagine di Adista – come i gruppi italiani non sentano la necessità di essere accettati dalla chiesa cattolica: «il dialogo con la Chiesa è senz'altro un'attività fondamentale, ma più con l'obiettivo di fare informazione sull'accoglienza delle persone omosessuali che di attendere una legittimazione.» Che messaggio senti di voler dare alle tante persone che, ogni giorno, animano quei gruppi?
R.: Consigli cerco di non darne... non mi sento così autorevole... Posso semmai formulare un auspicio: che i gruppi rompano l’isolamento e che vengano portati avanti. Che il dialogo con i parroci e le diocesi prosegua. Che le realtà ecclesiali capiscano ed accolgano in misura sempre maggiore le istanze che vengono dal mondo LGBT. Non si tratta di avere legittimazioni, quelle io francamente non le chiederei a nessuno, tantomeno ai vescovi, ma di aprire percorsi di condivisione e comprensione di storie e vissuti finora avvertiti come “lontani”, se non ostili, dalla Chiesa “ufficiale”: in questo modo, tanti gay e lesbiche cattolici potrebbero finalmente capire che la loro condizione di paura, vergogna, marginalità può essere superata. Che la presenza di gruppi gay nelle parrocchie, la presenza di una pastorale a livello diocesano rivolta alle persone LGBT testimonia finalmente l’uscita dalle “catacombe” dell’anonimato e della insensata condanna.

D.: Concludo chiedendoti che cosa ti ha lasciato questo scambio di idee così profondo con un uomo che, nonostante l'età avanzata ed il corpo ammalato, mantiene un'incredibile lucidità d'animo...
R.: Io oltre che il giornalista faccio l’insegnante... in entrambi i lavori è determinante l’incontro con le persone. Si cresce se si è curiosi ed interessati a capire le ragioni e le storie degli altri. Anche a scuola il processo educativo funziona se le conoscenze si “co-costruiscono” insieme. Se si resta fermi nei propri “recinti” difficilmente si raggiungono risultati e si produce un pensiero veramente originale. Nel mio percorso, sin da quando ero ragazzo, sono stato sempre incuriosito da personaggi di frontiera, da personalità di “rottura” come McNeill che, specie nella Chiesa, hanno prodotto lotte, avanzamenti, trasformazioni, pur tra vittorie e sconfitte (che, comunque, non possono mai annullare del tutto ciò che ormai è stato conquistato, che è orami diventato patrimonio collettivo). Teologi, preti, vescovi, cristiani impegnati come McNeill mi hanno insegnato una storia che non conoscevo, perché la “cultura” ufficiale tende a rimuoverle, a renderle disponibili solo a chi intenda fare un lavoro di ricerca, di scavo “archeologico” nel proprio passato: la storia di una generazione di persone che ha creduto, e crede tuttora, in una Chiesa non clericale, in una Chiesa in cui tutti sono uguali, in una Chiesa dove nessuno domina sull’altro. Dove l’unità risiede nella pluralità (del resto, il nostro è pur sempre un Dio trinitario...). Dove l’ascolto precede l’intervento. E dove la comprensione e il confronto prendono il posto della condanna.



Lidia Borghi

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