martedì 10 aprile 2012

Terapie riparative: un inganno ben congegnato. Intervista con gli autori di “Curare i gay?”

Quella che segue è la versione originale dell'intervista da me fatta agli autori del libro Curare i gay? Oltre l'ideologia riparativa dell'omosessualità. La versione riveduta dalla redazione di Adista è reperibile acquistando il numero 6132 del periodico Adista notizie

A febbraio del 2012 è uscito il libro Curare i gay? Oltre l'ideologia riparativa dell'omosessualità, scritto dagli psicologi e psicoterapeuti Jimmy Ciliberto, Federico Ferrari e dallo psichiatra Paolo Rigliano.
Il testo è il frutto di tre anni di ricerche ed analisi volte a sgretolare i principi delle cosiddette terapie riparative, nate negli Stati Uniti d'America per mano di un gruppo di psicologi, tra cui Benjamin Kaufman, Joseph Nicolosi e Charles Socarides, i fondatori del NARTH (National Association for Resaearch and Therapy of Homosexuality). Il suo caposaldo è: «nasciamo tutti eterosessuali, nessuno è omosessuale, men che meno gli omosessuali, che sono solo “eterosessuali con problemi di omosessualità”». Il libro è nato con lo scopo di denunciare queste vere e proprie pratiche di conversione dall'omo all'eterosessualità che vanno a braccetto con i fondamentalismi religiosi di ogni tipo, Chiesa cattolica compresa

Nel primo capitolo del libro vi siete riferiti al Minority Stress come ad una grave questione sociale che offre all'opinione pubblica due appigli, tra cui quello di non considerare le persone omosessuali in quanto “diversamente differenti”. In che senso?
R.: Questa è una domanda davvero importante. Proprio facendo lo sforzo di superare alcuni termini cui ci si è assuefatti e anche alcuni meccanismi esplicativi ormai troppo vaghi e vecchi paradigmi e modelli interpretativi abusati, abbiamo cercato di rivedere criticamente tutte le categorie usate per pensare la condizione omosessuale. A proposito del Minority Stress abbiamo appunto pensato che ci fosse bisogno di una riflessione molto più approfondita ed abbiamo introdotto per la prima volta i concetti di invalidazione e di auto invalidazione. Essi ricomprendono le categorie dell'omofobia, dell'omonegatività e del Minority Stress, facendone propri gli elementi di spiegazione, di chiarimento, di proposta, ma cercano di superarli. Introdurre la categoria di invalidazione, infatti, ci porta a sforzarci, di volta in volta, di capire come il singolo soggetto “filtra” l'interdetto, come subisce e reagisce alle strategie per rendere la sua affettività appunto non valida, per renderla inferiore, negativa e riprovevole, come queste dinamiche sociali si riverberano, che cosa producono, che cosa provocano dentro la persona, cioè quali sono le dinamiche con cui vengono recepite e quelle da esse originate e quindi quali delle molteplici conseguenze – non ce n'è solamente una – si verificano. Quindi, l'invalidazione (e l'auto invalidazione che è appunto il processo successivo e l’effetto rinforzante della prima), si scatena dentro il soggetto stesso sulla base della lettura negativa e dell’oppressione squalificante che il soggetto fa propria e potenzia, auto-annichilendo le proprie possibilità, auto-squalificandosi, auto-negativizzandosi e quindi producendo dentro se stesso la vergogna, la bassa autostima, la sensazione di sporco, di inferiorità, di incapacità, di impossibilità e di devianza. Il concetto d’invalidazione, quindi, ha tra le sue qualità quella di connettere inscindibilmente le pressioni e l'interdetto sociale con le dinamiche interiori della vergogna, della squalifica e dell'auto-oppressione. Questo ci sembra un punto assai importante: cercare di comprendere il ruolo attivo che i soggetti hanno nel collaborare a realizzare dentro loro stessi questa squalifica di sé. La categoria dell'invalidazione ci sembra uno dei frutti più fecondi di questo libro ed è la prima volta che noi la introduciamo nel dibattito. Inoltre abbiamo voluto prendere di petto una questione che ci ha appassionato moltissimo e che abbiamo non a caso messo proprio all'inizio del primo capitolo: che cosa rende unica la condizione omosessuale, quali sono le dinamiche, i processi, i fattori e le condizioni che fanno sì che la condizione omosessuale presenti delle caratteristiche e delle qualità strutturali che la rendono non solo “diversamente differente” da altre condizioni di diversità, ma per così dire unica, del tutto distinta da altre condizioni di diversità? Questa ci sembrava una sfida importantissima e crediamo che la riflessione su questo tema sia prioritaria, ma sia un compito ancora tutto da affrontare. Noi abbiamo iniziato a farlo proprio perché riteniamo che molti gay e lesbiche e le loro famiglie, oltre a molti professionisti della salute mentale, sorvolino o aggirino questa questione. In questo modo, però, le persone rischiano di riprodurre inconsapevolmente l'oppressione sociale.

Il principio su cui si fondano le terapie riparative è legato al fatto che non esistono persone omosessuali, perché Dio non ne ha previsto l'esistenza. Vi chiedo di spiegare meglio questo concetto.
R.: Le terapie riparative hanno vari filoni: uno sicuramente importantissimo è quello derivante dalle scienze della psiche, dai vari modelli psicoterapeutici e psichiatrici e, fra questi, una rilevanza straordinaria, davvero difficile da minimizzare, l'hanno i modelli psicanalitici; l'altro filone, importantissimo, è quello religioso, che fa riferimento a una lettura integralista dell'essere religiosi. Ciò che i terapeuti riparativi di oggi hanno fatto è di mettere insieme dentro un paradigma fondamentalista di marca religiosa dei modelli psicanalitici. Hanno riesumato cioè la straordinaria tradizione di decenni e decenni di oppressione o di vera e propria persecuzione che gli psicanalisti hanno attuato per cercare di ricondurre le persone omosessuali all'ordine eterosessuale. Ciò che ci si presenta oggi, dunque, è una sorta di miscuglio in cui frasi, pensieri e teorie o pseudo teorie psicanalitiche – qualunque cosa, in realtà – vengono messi insieme in tutti i modi possibili, dentro una cornice fondamentalista che non viene mai interrogata. C’è quindi un gioco di rispecchiamento tra modelli psicanalitici e premesse e categorie interpretative di tipo fondamentalista. Quindi si crea una specularità tra false affermazioni psicologiche e dogmi fondamentalisti. Un circolo vizioso drammatico.

Di valori non negoziabili la chiesa cattolica ha parlato più volte. Nel testo li avete definiti “verità assolute e intangibili”. Tutto ciò che devìa dai suoi rigidi schemi ricade nella patologia ed è da curare. Da qui il concetto di “teopsicologia”. Di che cosa si tratta?
R.: Sì, abbiamo individuato noi questo concetto e ad esso siamo affezionati, perché richiama la mistificazione rivelata e denunciata da Orwell: “teopsicologia” è un termine orwelliano. Un elemento importante che ci piace mettere in evidenza è che essa, con tutte le operazioni mistificatorie che determina, si rivolge a vari interlocutori: soprattutto alle persone gay e lesbiche, alle loro famiglie, ai professionisti ma, in modo eccezionale, a tutto il popolo dei credenti, soprattutto a quello dei conservatori, tradizionalisti e integralisti. Nelle intenzioni strategiche di questi ideologi si mira a creare e nello stesso tempo a sollecitare l'enorme zona grigia della popolazione generale – di cui fanno parte anche quei credenti tradizionalisti ed integralisti – che è tale appunto perché è formata da coloro che non hanno un'opinione ben fondata, precisa e sicura in merito all'umanità delle persone gay e lesbiche, riguardo ai loro diritti, alle prerogative di una sessualità e affettività e relazionalità non riportabili immediatamente all'ordine eterosessuale. Ci pare che il terreno di battaglia per i fondamentalisti sia proprio quello rappresentato da quella zona grigia. Loro in qualche modo danno per persi le lesbiche e i gay, danno per persi i protagonisti dell'affermazione dei diritti delle persone omosessuali, i veri laici e le persone autenticamente liberali e democratiche, per rivolgere la loro attenzione all'enorme serbatoio che quella zona grigia per loro rappresenta; quello è il loro terreno di caccia e di conquista. Da questo punto di vista il colpo di genio dei terapeuti riparativi consiste nello spacciare come terapie e percorsi psicoterapeutici di guarigione gli strumenti, i metodi e le tattiche da sempre impiegati contro le persone omosessuali da parte delle società repressive e quindi il nascondimento, la simulazione, il fatto di farsi passare per eterosessuali, tutto ciò che aveva rappresentato l'insieme delle strategie di sopravvivenza delle persone omosessuali in tutti i regimi oppressivi. Finanche gli omicidi vengono presentati come il risultato e addirittura lo scopo della terapia ovvero la guarigione: essa non è e non può essere altro che una strategia oppressiva ben riuscita.

Lidia Borghi

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