lunedì 7 maggio 2012

Terapia riparativa per l’orientamento omosessuale? Intervista agli autori del libro “Curare i gay? Oltre l’ideologia ripartiva”

Questo articolo è uscito sul numero di maggio del periodico Tempi di fraternità

Gentili autori, nel ringraziarvi molto per avermi concesso un poco del vostro prezioso tempo, vi chiedo di accennare al concetto di “deomosessualizzazione” che, all'interno del libro, viene a volte accostato a quello del peccato che il gay commetterebbe nel momento in cui indulge alla pratica dell'omosessualità: autoinganno vs autenticità? Davvero la”sterilità esistenziale“ – per usare le vostre parole – è, per i clinici riparativi, preferibile ad un'esistenza piena e consapevole di ciò che si è?

La cosa importante è, per loro, impedire qualsiasi espressione dell'affettività e quindi della sessualità omosessuale; tutto ciò che è omosessuale va stroncato, strozzato, per così dire, sul nascere; è un peccato... E in ciò c'è anche una logica un po' diabolica: essendo un peccato, meno uno lo compie – e l'ideale sarebbe non compierlo mai – meglio è; il bene entra in campo quando il peccato non viene più agito. C'è una logica stringente, in tutto ciò, per i terapeuti riparativi: essendo l'omosessualità solo e soltanto perdizione, depravazione, devianza e negatività, già il fatto di silenziarla, non metterla assolutamente mai in atto, è di per sé bene. Così, qualunque altra condizione che non esprima, non manifesti, non realizzi, non concretizzi e non espliciti l'affettività omosessuale già di per sé è bene. Questo è il punto... È come il concetto del rubare, che rappresenta sempre un peccato: il fatto stesso che tu non rubi, di per sé rappresenta un bene, a prescindere dal fatto che tu non hai di che mangiare... E infatti la castità è un po' come non avere da mangiare... È una sorta di digiuno esistenziale e relazionale.

E veniamo alla questione religiosa tout court: dopo aver invocato la biologia quale evidenza atta a spiegare che il maschio è stato creato da Dio per completare la femmina e, così, attuare il Suo disegno umano Joseph Nicolosi, uno dei padri delle terapie riparative, afferma che la “tendenza maligna” – in quanto non voluta da Dio – dell'omosessualità dev'essere estirpata come un'erbaccia “con la fede, l'aiuto di Dio e la buona volontà”. Allora è questa la vera terapia di riorientamento sessuale? Terapie riparative e dogmi religiosi, in una parola cristoterapia. Perché i clinici riparativi puntano all'anima dei loro pazienti e non al corpo?
Perché loro sono contrarissimi ad ogni fattore che abbia a che fare con il corpo; ciò significherebbe essere inchiodati alla strutturalità dell'orientamento sessuale e invece tutta la loro lotta è per destituire di concretezza, di consistenza strutturale l'orientamento omosessuale. Per così dire i terapeuti riparativi sono contrarissimi a tutti i fattori che anche vagamente siano riconducibili – nel pasticcio epistemologico che loro hanno in testa – sono contrarissimi, dicevo, ad ogni elemento, fattore o condizione pur vagamente biologico e costituzionale, perché questo vorrebbe dire che le persone omosessuali sono tali in quanto così strutturate. A questo principio i terapeuti riparativi sono avversi in modo estremo, facendo un'enorme confusione ed enormi errori di tipo scientifico e clinico; essi ritengono che solo quello corporeo sia un elemento dalla struttura irreversibile... È come se quello psicologico fosse l'unico fattore a garantire la guarigione ovvero di flessibilità e reversibilità e quindi di cambiamento dell'orientamento omosessuale in eterosessuale. In tal senso è come se il corpo fosse fisso e strutturale e la psicologia fosse plasmabile a piacimento; davvero una gravissima mistificazione, oltre che una distorsione scientifica. Un errore davvero madornale ed imperdonabile.

Il capitolo quinto del vostro libro si apre con l'introduzione di un concetto: l'omosessualità è, per i clinici riparativi, “una malattia dello spirito” e come tale va curata. La questione che resta aperta è la seguente: davvero esistono malattie dello spirito?
Secondo i terapeuti riparativi sì, certo. La visione dell'omosessualità che emerge dai loro pensieri è oggi perfettamente coerente e congrua con gli insegnamenti delle chiese fondamentaliste, ma anche della Chiesa cattolica che, a mio avviso, sta rinnovando con armi micidiali la sua guerra plurisecolare contro la fertilità omosessuale; si vedono ogni giorno le scintille di questi attacchi, ad ogni pie' sospinto se ne vedono le conseguenze; c'è un inasprirsi, un involgarirsi, come nel caso delle parole pronunziate durante il funerale di Lucio Dalla: se vogliamo captarle bene e codificarle, son tutti segnali inquietanti di un grave arretramento anti evangelico. Quindi non dobbiamo mai dimenticare che in questa missione che si è costruita e che va involgarendosi ed estremizzandosi in maniera drammaticamente lesiva, l'omosessualità è il crogiolo di una serie di negatività, di depravazioni e di mancanze e rivela il peggio del peggio, è una sorta di simbolo della negatività dell'uomo moderno, un uomo del tutto secolarizzato, quanto mai relativista, avverso a Dio, avverso alla Chiesa, avverso ad ogni forma di valore. Questa è una visione che noi autori invitiamo a considerare nella sua consistenza... Essa è una visione demoniaca e demonizzante dell'affettività omosessuale, perché esprimerebbe, nella sua piccola e deviante minoranza, appunto l'essenza dei peccati moderni, soprattutto la pretesa di farsi legge a se stessa e di se stessa. Questa è l'accusa che io ritengo la Chiesa cattolica rivolga all'affettività omosessuale: farsi legge di se stessa sulla base di una depravazione personale. Siamo di fronte al relativismo per eccellenza: la propria relatività misera e deviante eletta a criterio di giudizio. Questo è quello che sempre di più pensa la Chiesa cattolica. D'altronde questa è una posta di straordinaria potenza, per cui io credo che la Chiesa cattolica si stia incartando sempre di più in questa lotta contro l'affettività omosessuale.

Da qualche anno le terapie riparative sono giunte anche nel nostro Paese. Sempre dal capitolo quinto cito quanto segue: «Siccome il pubblico cui questi terapeuti si rivolgono è – per ora in Italia – soprattutto quello degli oratori, delle parrocchie e dei gruppi educativi cristiani, possono presentare estrapolazioni indebite e dati fasulli ma semplici, che possono essere “compresi” senza nessuna competenza critica o preparazione». Come è possibile, nella nostra nazione, cominciare a sgretolare questa ideologia cattolica, basata sul rafforzamento dei tanti pregiudizi popolari che circondano gli omosessuali maschi?
Per esempio a partire dalle risposte che abbiamo provato a dare nel libro; la risposta risiede nel pensiero su cui il testo riposa: noi riteniamo che vada costruita sempre di più, organizzata, strutturata e diffusa una cultura con la “c” maiuscola, complessiva, profonda, non estemporanea, mai reattiva, mai polemica, mai conflittuale, mai, mai e assolutamente mai violenta, mai aggressiva, ma sempre e solo costruttiva, rigorosissimamente argomentata, basata su dati di fatto, su evidenze scientifiche, sulla critica scientifica, su affermazioni, categorie e parametri convalidabili, interamente umani ovvero che non facciano appello ad argomenti extra umani, che fanno salvi tutti i parametri di etica, di deontologia, di professionalità e di correttezza e, soprattutto, le terapie riparative vanno e andranno battute anche e soprattutto dentro la fede religiosa grazie al messaggio evangelico di Gesù, perché questa io ritengo sia la posta in gioco. Queste deformazioni, queste depravazioni della fede cattolica vanno combattute basandosi sui principi stabiliti proposti e realizzati entro il messaggio di Gesù. Siamo di fronte ad una battaglia culturale e sociale – prima ancora che politica, istituzionale e legislativa – da rendere diffusa, di cui tutti, i gay, le lesbiche e le loro famiglie devono farsi portavoce. Lasciami essere molto esplicito e chiaro: tutti i gay e tutte le lesbiche, oltre alle loro famiglie, devono essere i protagonisti di una lotta che li veda impegnati indefessamente in prima persona in tutti i luoghi. Abbiamo scritto questo libro faticosissimo affinché ognuno possa da sé fornirsi le armi non violente per una battaglia sociale e culturale che deve vedere ognuno protagonista, ognuno capace di impadronirsi degli strumenti e delle conoscenze fornite, forse per la prima volta, dal libro stesso: si tratta di conoscenze importantissime e basilari anche ai professionisti della salute mentale, per avere uno schema interpretativo ed esplicativo di che cosa vogliano dire termini quali identità sessuale, orientamento sessuale, identità di genere. Il testo dà dei modelli che abbiamo cercato di rendere il più possibile semplici, chiari e fruibili per concettualizzare la propria esperienza e soprattutto per poterla comunicare a se stessi e agli altri. Il libro è costruttivo, creativo e propositivo e mira a sollecitare una coscienza di sé libera ed emancipata, che vale per tutte le persone, eterosessuali ed omosessuali, che possa rendere tutti molto più consapevoli e artefici del proprio destino e delle proprie relazioni e quindi permetta di vivere con una consapevolezza aumentata la propria vita affettiva ed amorosa.

Partendo dal concetto dello “sviluppo dell'identità di orientamento sessuale”, vi chiedo infine di dedicare un pensiero al tema della psicoterapia con clienti omosessuali: come è possibile per le lesbiche ed i gay, oggi, conciliare la propria identità personale con la fede in Dio?
È possibilissimo. Questa è una domanda cruciale. Questa ipotesi è alla base del nostro lavoro: è possibile proprio facendo appello e riferimento al messaggio di Gesù. Io credo che non si scappi da questo e che non ci sia un'alternativa. È nel messaggio di Gesù la strada della liberazione. È un messaggio di accoglienza delle diversità, di glorificazione delle differenze delle persone e tra le persone, perché ogni persona sia vista come portatrice di una sua differenza inconculcabile, ineliminabile e questa è ricchezza, non è difetto. Questa è possibilità umana, non è relativismo becero, questo è il segno di un impegno volto a conoscere l'altro nella sua unicità e a celebrarlo nella possibilità che lui realizzi a partire dalle sue condizioni di vita e dalle sue condizioni strutturali di vita profonde le proprie prerogative, i propri diritti e le proprie istanze di realizzazione amorosa. Credo che questo sia il punto che oggi deve vedere tutti impegnati perché si specifichi questo messaggio; il messaggio di Gesù è un messaggio di accoglimento delle differenze a partire dalle condizioni di vita di ciascuno. È un messaggio di sollecitazione perché ogni persona, diversa da tutte le altre persone – ed ogni persona è portatrice di una diversità e di una unicità – questa unicità sia vista come un momento, una possibilità ed un'occasione straordinaria di incontro ed un impegno ad incontrarsi e non sia visto come la creazione di un ghetto in cui rinchiudere la diversità omosessuale. Io credo che, oggi, sia questa la posta in gioco e invece mi pare che la chiesa voglia costringere le persone, tutte, a rinchiudersi dentro un ordine vecchio, veterotestamentario, superato del tutto dal messaggio di Gesù, ma in questo modo la Chiesa si condanna ad un fallimento abissale con gravi ripercussioni su tutti noi e direi – e non mi pare di essere enfatico od eccessivo – su tutta l'umanità. La Chiesa, in questo modo, impedisce di confrontarsi con la ricchezza delle differenze, delle diversità di condizioni e di strutture dell'umanità e così facendo arreca un danno micidiale ad ognuno di noi.


Lidia Borghi

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