martedì 19 giugno 2012

Vito Mancuso e l’accoglienza degli omosessuali e transessuali nella chiesa in cammino


31 marzo 2012, Albano laziale (Rm): intervento di Vito Mancuso al II FCOI (Forum Cristiani Omosessuali Italiani). Audio riversato da Lidia Borghi
Prima parte
Penso che la prima forma di accoglienza sia la comprensione, l'intelligenza. Il primo luogo nel quale avviene l'accoglienza è la mente... e poi il cuore. Se non si sciolgono le barriere della mente, anche le barriere del cuore fanno fatica a essere abbattute ed è per questo che la nostra chiesa per secoli e ancora oggi fa fatica ad accogliere l'amore omosessuale.
Non è per cattiveria, è proprio per alcuni blocchi mentali, in particolare due, che tenterò di affrontare. Quindi, senza conoscenza, senza la luce della conoscenza, non si può accogliere. L'ignoranza genera il contrario dell'accoglienza oppure è un'accoglienza di serie B, di serie C, un'accoglienza che sa tanto di tolleranza, quindi è per questo che io ho scelto questa mattina, con voi, di affrontare le due obiezioni più forti in ambito cristiano contro l'amore omosessuale. Sono entrambe molto forti, molto radicate: quali sono queste due obiezioni, che cosa dicono e perché a mio avviso si possono, si devono superare? La prima è l'obiezione nel nome della natura, la seconda è l'obiezione nel nome della Bibbia. La prima è preminente in ambito cattolico. La seconda è preminente in ambito protestante, ma ambito cattolico e ambito protestante spesso si ritrovano uniti e quindi anche in ambito cattolico spesso vi sono obiezioni contro l'amore omosessuale esattamente a partire dalla Bibbia e immagino che anche in ambito protestante si possano fare obiezioni nel nome della natura. L'obiezione contro l'amore omosessuale nel nome della natura è la grande obiezione del Magistero ecclesiastico ed è la teologia ufficiale che ne dipende. Dice quanto segue: “C'è un imprescindibile dato di fatto naturale che si impone nella coscienza di qualunque persona retta...” Un imprescindibile dato di fatto naturale che si impone al punto da diventare legge, una legge naturale e tale legge stabilisce che il maschio cerchi la femmina, la femmina cerchi il maschio e che ogni altra ricerca di affettività sia innaturale e quindi immorale. Ciò che è innaturale è necessariamente anche immorale. È un obiezione da poco? No, non è un'obiezione da poco, non lo è, visto che la vita si diffonde così per quanto riguarda noi Homo sapiens sapiens da duecentomila di anni e si diffonde così da milioni di anni, se consideriamo gli altri... gli ominidi per esempio e da miliardi di anni, se consideriamo gli esseri viventi; escludendo qui i batteri, che si riproducono in modo asessuato, per il resto tutte le specie di esseri viventi si riproducono esattamente così, unione sessuale di maschio più femmina. Ciascuno di noi, qui oggi presente, è venuto al mondo così. Come rispondere a questa obiezione? Io ci ho pensato... Ho pensato che noi siamo in primavera, siamo anche fortunati adesso che è una bellissima giornata di primavera; io quindi vorrei partire dal significato profondo del termine primavera e dalla sua connessione con il termine verità: riflettere sulla primavera ci può aiutare a comprendere come questa identificazione della natura con la necessità e con la legge (natura=necessità=legge che si impone) è parziale e quindi è sbagliata. Come si dice in latino primavera? Si dice “ver”, genitivo “veris”, “ver/veris”; è la medesima radice da cui viene l'aggettivo “verus-vera-verum”, da cui viene l'avverbio “vere”, da cui viene il sostantivo “veritas/veritatis”. Questa stretta connessione primordiale tra verità e primavera ci fa comprendere che verità è ciò che fa fiorire la vita, ciò che consente alla vita di passare dal gelo dell'inverno al tepore primaverile da cui sorge la vita. Verità=vita, verità=logica della vita, verità=primavera. Siamo sì in presenza di una legge naturale, certo; è la legge naturale, questa? Sì, è la legge naturale ma non è una legge naturale nel senso di nomos/norma, ma è una legge nel senso di logos/logica. Nomos/norma è una legge che ti imprigiona, che ti incatena alla necessità naturale, che ti dice “è così e non può essere che così, fai così”. Logos/logica è una legge dinamica, che ti pone all'interno della processualità della vita e che ti fa fiorire, fa fiorire te in quanto pezzo di mondo che vive dentro di sé la primavera, la stagione della primavera, della fioritura, cioè dei legàmi e che, per gli esseri umani, al di là della dimensione semplicemente stagionale e temporale, si dà come dimensione costitutiva di ogni nostra manifestazione. Poi, anche nel pieno dell'inverno, anche il quattro novembre possiamo fiorire e fioriamo, abbiamo aspetti di primavera, di questa dimensione di una legge naturale che è logos/logica. Perché, vedete, quando parliamo di vita, soprattutto quando parliamo di vita umana, noi sbaglieremmo – togliamo pure il condizionale – noi sbagliamo se ci limitiamo a pensare che la vita sia “bios”; qui ci viene in aiuto l'altra grande lingua classica, il greco antico: gli antichi greci quando parlavano di vita sapevano bene che non avevano a che fare unicamente con la vita come “bios”, tant'è che in greco antico per dire vita ci sono tre termini, non uno solo: c'è la vita “bios”, la vita biologica, ma vita in greco si dice anche “zoé”, è la vita animale, la vita della zoologia e noi siamo vita biologica ma siamo anche vita animale; vita in greco antico si dice “psyché” ed è la vita psichica, la vita del carattere, del temperamento, delle emozioni, dei sentimenti. Il fenomeno umano poi prosegue. Non è semplicemente e solo “bios”, vita biologica, vita animale, vita psichica, giunge anche a essere “logos”, vita della mente, vita razionale, vita progettuale, calcolante e giunge a essere “noùs”/“nòesis”, “noùs”, che è intelletto e anche spirito ed la dimensione della libertà e ciò significa che noi siamo sì determinati dalla nostra biologia, siamo sì determinati dalla nostra zoologia, siamo sì determinati dalla nostra psicologia, ma non al punto tale da essere necessitati da tutto ciò. Noi possiamo talora oltrepassare tutto questo, produrre qualcosa di nuovo, creare, essere capaci di creatività. L'amore è il momento più alto della creatività. Quindi nel suo senso più radicale la verità è strettamente connaturata alla natura, scaturisce dalla natura e l'obiezione che viene fatta nel nome della legge naturale va presa sul serio: non ci può essere alcun pensiero adeguato che si contrapponga alla natura. Noi siamo natura. Non c'è nessuna possibilità di pensarsi in contrapposizione, di pensarsi a prescindere dalla natura, ma quello che io ho sottolineato è che questa legge naturale non è una norma che congela il fenomeno umano unicamente sul “bios”, ma è una legge che favorisce la logica della relazione armoniosa, perché il fenomeno umano possa fiorire in tutti questi suoi cinque aspetti costitutivi, fino a giungere alla creatività, alla libertà della vita spirituale. Questa secondo me è la vera legge naturale: questa armonia relazionale che fa fiorire la vita in tutti, in tutti i suoi aspetti. Un approfondimento al riguardo. Primo polo: io personalmente non ho dubbi sul fatto che la relazione fisiologicamente corretta sia quella della complementarietà dei sessi – maschio+femmina, femmina+maschio – la relazione fisiologicamente corretta... Cioè, cosa vuol dire “fisiologicamente corretta”? Vuol dire che esiste appunto un “logos”, una “ratio”, una logica all'interno della “physis”, all'interno della natura e vi è una clamorosa innegabile attestazione della natura al riguardo. Poi, tra l'altro, per noi cristiani c'è anche l'esplicita attestazione biblica in Genesi 1, 27 e in tanti altri passi anche del Nuovo Testamento e così via; secondo polo: non ci sono neppure dubbi, però, che il fenomeno omosessualità avviene, si dà, si è sempre dato, sempre si darà, sia negli esseri umani, sia negli altri esseri viventi, quindi sono questi due poli che occorre tenere insieme: esiste una fisiologia di fondo ed esiste una variante rispetto a tale fisiologia. La questione diventa: come definire tale variante? Difformità? Alterità? Alterazione? Trasgressione? Normalmente la storia e non solo la storia, anche la cronaca dei giornali nei nostri giorni, presenta due interpretazioni superate dalla scienza: malattia e peccato. Questa variante o è una malattia o è un peccato o tutte e due. A mio avviso nessuna delle due è convincente e occorre lavorare a livello del pensiero – il pensiero è importantissimo – lavorare sulla cultura, lavorare sulle idee, è decisivo, è importantissimo, perché ci possa essere effettivo progresso. Decisivo. Quindi bisogna lavorare per sconfiggere questa modalità che ancora oggi è largamente maggioritaria secondo cui appunto l'omosessualità è o una malattia o un peccato. Non lo si dice magari... Perché si sa che non è più “politically correct”, però mi pare di poter affermare – non sono un esperto a riguardo – che nelle dimensioni profonde del nostro Paese, ancora questa sia la convinzione e occorre lavorare per superarla, perché l'omosessualità non è una malattia da cui qualcuno possa guarire né tanto meno un peccato che uno volentieri commette. C'è il documento della Congregazione per la Dottrina della fede del 1986 secondo cui l'omosessualità è una manifestazione del peccato originale. Potete leggere questo documento firmato dall'allora prefetto Joseph Ratzinger. Il paragrafo 6 dice: “Il deterioramento dovuto al peccato continua a svilupparsi nella storia degli uomini di Sodoma. Non vi può essere dubbio sul giudizio morale ivi espresso contro le relazioni omosessuali”. Ecco, io sono del tutto contrario a questa prospettiva. Combatto, combatterò, ma rimane il problema: che cos'è, allora? È importante... Come la definiamo questa variante, questa altra manifestazione? Io penso che questo sia il compito che ciascuno di voi deve fare per se stesso. Io non ho nessun titolo per parlare al riguardo. Dico solo: quelle due modalità o peccato oppure malattia sono inaccettabili, vanno superate. Io mi limito a dire due cose al riguardo. Primo: tale stato di fatto si impone al soggetto. Non c'è una scelta da parte sua, così come gli eterosessuali non scelgono di essere eterosessuali; è la natura che esibisce dentro di noi questa attrazione, di cui noi siamo a volte persino vittime. Se penso alle prime manifestazioni della mia sessualità, della mia attrazione per il sesso femminile, beh, sono dolorose a volte queste situazioni di dipendenza. Si è necessitati da questo punto di vista, c'è qualcosa che si impone, c'è qualcosa di più forte di noi che ci si impone. Secondo: tale stato non deve in nessun modo essere negato, represso, messo a tacere. Aggiungo: può essere sublimato questo stato? Lo avverto, ne sono consapevole, ma non lo esercito attivamente, lo sublimo. Può esserlo? Sì, io ritengo di sì. La spiritualità cristiana presenta esempi molto luminosi di sublimazione della sessualità, ovviamente sia eterosessuale sia omosessuale. Alcune delle persone migliori che conosco sono esattamente persone che hanno sublimato questa forza della sessualità che agisce dentro di loro, in funzione di un amore più grande. Ancora nell'ultimo libro che è adesso arrivato in libreria del cardinal Martini, che è un dialogo con Ignazio Marino (Credere e conoscere, pubblicato da Einaudi. n.d.r.) si ribadisce questa sua profonda convinzione secondo cui la forza della sessualità può essere sublimata in funzione di un amore più grande. E quindi la risposta è sì. Vedete, per gli animali normalmente intesi non c'è questa possibilità di sublimazione, perché la forza della sessualità diventa una costrizione. Visto che noi possiamo giungere anche ad essere “noùs”, il momento più alto della vita umana, cioè la libera creatività spirituale, esattamente per questo noi possiamo sublimare l'energia sessuale. Però questo vale per tutti e soprattutto questo non significa che la condizione omosessuale debba essere necessariamente sublimata, come vuole il Magistero attuale. Lo si può fare ma non deve essere necessariamente così. La sublimazione della sessualità non può essere imposta a nessuno, né agli eterosessuali, né agli omosessuali. Perché? Perché noi siamo passione. Dal punto di vista emotivo qual è la caratteristica che ultimamente definisce noi stessi? Secondo me è esattamente la passione. Noi siamo passione. L'intelligenza, la volontà, l'istinto ultimamente convergono, sono uniti, sono definiti dal nostro essere passione e il nostro essere passione naturalmente può essere distruttivo, ma una sola cosa è sicura: se si spegne la passione si spegne la vita. Allora, se la sublimazione è in funzione di una più alta passione, va bene. Se la sublimazione è in funzione dello spegnimento della passione, va male e va combattuta. Ecco, questo è il succo del primo punto di questo mio intervento: c'è un'obiezione nel nome della natura, questa obiezione è seria, non è un'obiezione ridicola, ha un preciso fondamento, ma si supera nella misura in cui si comprende che la legge della natura non è una norma che si impone al soggetto come qualche cosa che lo schiaccia e che lo definisce unicamente in funzione del suo essere vita biologica e vita zoologica o di essere in funzione della riproduzione. Non è una legge che si impone in questi termini, ma questa legge naturale, per gli homo sapiens sapiens si dà anzitutto come fioritura di tutti i livelli della vita, tutti, il principale dei quali, il più alto dei quali, è la vita come “noùs”, come spiritualità e quindi è conforme alla vera legge naturale ciò che fa fiorire la vita del singolo individuo concreto in tutti i suoi aspetti.

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