martedì 28 agosto 2012

Dieci corti d’autore. Il museo dei sogni di Luigi Comencini


Luigi Comencini nacque quattro anni dopo Michelangelo Antonioni. È considerato il padre della commedia all'italiana e, in effetti, dopo le sue prime opere, il cinema del Bel Paese cominciò a prendere una piega diversa. Molti registi che vennero dopo di lui gli devono davvero tanto.
Memorabile il film giallo tratto dal fortunato libro di Fruttero & Lucentini, La donna della domenica, in cui un grande Marcello Mastroianni è costretto a dipanare l'intricata matassa di un'omicida seriale particolare come l'oggetto utilizzato per fracassare le teste delle sue vittime.
Il museo dei sogni (Italia, 1949, 10') è un corto singolare a cominciare dal tema, quello della sorte che toccava un tempo alle vecchie pellicole italiane ovvero il macero. Comencini aveva al suo attivo già alcuni film importanti quando decise di dirigere questo corto in cui documenta l'attività di uno stabilimento di Busto Arsizio, un comune alle porte di Milano, al cui interno trovano la morte culturale tutti quei lavori per immagini che vengono ritenuti di nessun interesse commerciale, nonostante quello culturale sia indubbio.
Per questo motivo Gianni e Luigi Comencini, insieme ad Alberto Lattuada, fondarono la Cineteca Italiana di Milano, che aveva il nobile fine di salvare da morte certa tante opere importanti della fabbrica cinematografica mondiale che rappresentano altrettanti pezzi di storia narrata per immagini.
L'andamento iniziale della breve pellicola ricorda i film muti di un tempo, anche se il commento del fine dicitore ci riporta ben presto al periodo corrente. Davvero efficace la parte che ci mostra le tante persone curiose che, attratte dai cartelloni dei film in programmazione nelle sale cittadine, si fermano per leggerne di protagonisti e regista. Chissà se entreranno per acquistare il biglietto?
E poi che rimaneva di quelle pellicole, dopo che anche gli oratori parrocchiali le avevano riprodotte sul grande schermo? L'infiammabile celluloide di cui sono fatte le pizze ovvero i rulli contenenti il girato montato, veniva sistemata in grandi archivi inerti, prima di passare per le mani degli addetti ai lavori che, a colpi d'ascia, cominciavano la lenta distruzione dei chilometri di pellicola. Quintali di sogni cinematografici, pieni di elementi inquinanti come i sali d'argento, venivano ammucchiati nei grandi piazzali degli stabilimenti preposti al particolare smantellamento. Un perfetto esempio di raccolta differenziata ante litteram quello documentato da questo corto d'autore. Una volta ripulita di tutti gli agenti pericolosi, la candida celluloide, con tutte le sue trasparenti strisce, era sminuzzata, fusa e ricomposta in diversi oggetti, come pettini e giocattoli.
Il resto di questo prezioso video va visto sino alla fine. Merita davvero. Un piccolo grande pezzo di storia del cinema italiano salvato in extremis dalle grinfie del macero. Grazie a Lattuada ed ai Comencini.

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Lidia Borghi

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