martedì 11 dicembre 2012

The Butterfly Circus. Un corto sulla compassione e sull'accoglienza


The Butterfly Circus (USA, 2009/2010, 22',36'') è un cortometraggio che, da quando venne diffuso, ha ricevuto molti premi, grazie al messaggio che è riuscito a veicolare: la compassione aiuta le persone ad accogliere la diversità come qualcosa di unico ed avvicina gli individui, i quali tendono a fuggire di fronte alla disabilità per paura del mostro.


Scritto e diretto dai coniugi Joshua e Rebekah Weigel, il cortometraggio ben si inserisce nella linea editoriale da loro scelta ovvero quella di produrre dei lavori che sappiano intrattenere ed ispirare mentre ci danno da pensare in merito ad alcuni argomenti scomodi, quali la disabilità e l'emarginazione sociale.

The Butterfly Circus è ambientato negli Stati Uniti martoriati dalla recessione scoppiata nel 1929; le strade percorse dal Circo itinerante della farfalla – capeggiato da un lungimirante capo comico (Eduardo Varástegui alias Mr Méndez) – sono disseminate di persone che sono costrette a vivere allo sbando, spesso in tende di fortuna oppure in baracche fatiscenti; il carrozzone staziona per qualche tempo nei più popolosi centri abitati per presentare il suo mirabolante spettacolo, fatto da persone che sono speciali ognuna a suo modo, grazie ad una qualche peculiarità che le rende uniche come i gesti che compiono di fronte ad un pubblico esterrefatto.

Durante una delle tante soste, Méndez viene attirato da una sorta di esposizione di freaks ovvero di persone mostruose o presunte tali le cui caratteristiche fisiche hanno il potere di attirare come un magnete il pubblico pagante, imbonito da un presentatore che non esita ad insultare quelle creature particolari pur di scucire qualche moneta in più; durante la presentazione di quei fenomeni da baraccone l'attenzione di Méndez viene attirata da un omino piccino (Nick Vujicic/Will) dai lineamenti poco sottili e dagli occhi rassegnati: l'individuo è focomelico ed è mancante degli arti, ad eccezione di un piedino che spunta dall'anca sinistra. Il capo comico gli si avvicina subito dopo che l'imbonitore da strapazzo lo ha definito “una perversione della società al quale persino Dio ha voltato le spalle”, lo saluta, gli si avvicina, gli dice di trovarlo magnifico e, per tutta risposta, riceve uno sputo in faccia da quel cosiddetto rifiuto della società; per nulla scomposto dall'accaduto Méndez si scusa, augura al disabile la buona sera, gira i tacchi e lascia la sala. Stupito per non essere stato quantomeno insultato, Will viene informato dal suo vicino di sventura, l'uomo tatuato dalla testa ai piedi, che quello cui ha appena sputato è nientemeno che Méndez, colui che dirige il Circo della farfalla! Il mattino dopo la compagnia si accinge a levare le tende, non prima di aver scoperto che Will si è assopito su uno dei carri pieni di bagagli; il direttore lo accoglie come uno della famiglia, lo sfama e gli permette di scaldarsi e il piccolo uomo comincia a sentirsi per la prima volta accolto. Quel che segue è una serie di immagini rivelatrici di un finale commovente: Will decide di seguire la compagnia nel suo giro promozionale lungo le città martoriate dalla crisi economica e si convince che anche il Circo della farfalla lo utilizzerà come fenomeno da baraccone, solo che quell'attrazione itinerante non ospita freak people... Anzi. Méndez spiega al piccolo uomo che non è bene mostrare le imperfezioni umane, neppure per far soldi. Will rimane interdetto: quale sarà, quindi, il suo ruolo al fianco di Méndez e C.? Sì, perché le attrazioni di The Butterfly Circus sono fatte da persone uniche nel loro genere, soggetti che hanno abilità fuori del comune che sono in grado di stupire anche lo spettatore più avvezzo a ciò che è straordinario. Riuscirà Will a trovare la sua particolarità umana, quell'unicum che lo renderà degno di esibirsi quale attrazione speciale, a prescindere dal suo aspetto fisico?

Lungi da me rivelare il finale di questo bellissimo esempio di cinema breve – di cui è in produzione la versione lunga – giacché vale davvero la pena di vederlo sino ai titoli di coda. The Butterfly Circus è perfetto così com'è in ogni suo fotogramma ed è in grado di stupirci per il messaggio che – lo dicevo poco sopra – è riuscito a trasmetterci: la disabilità non ci rende fenomeni da baraccone degni di essere relegati in un posto buio, alla larga da sguardi indiscreti che ci scrutano per riempirci di vergogna: essa rappresenta la nostra particolarità, quella caratteristica che – volenti o nolenti – ci rende ciò che siamo, nel bene e nel male; e quella nostra particolarità non deve impedirci di fare ciò che è a noi più congeniale, solo perché la società delle persone normodotate pretende di rimuovere le imperfezioni di natura, quando non preferisce utilizzarle per fare audience e, quindi, soldi.

Consiglio la visione di questo cortometraggio a tutte e a tutti, in primis a coloro che appartengono loro malgrado ad una qualche minoranza; poi a coloro che si permettono di emarginare chi è altra/o da loro per qualsiasi motivo (e non c'è mai un motivo valido). C'è molto da imparare in The Butterfly Circus, mi credano. E non pensino che, siccome a Natale siamo tutte e tutti più buon*, la descrizione di questo corto cada proprio a fagiolo: no, questo pluri-premiato esempio di cinema breve dovrebbe essere mostrato nelle scuole al fine di prevenire ogni forma di bullismo che, lo ricordo, trova terreno fertile proprio all'interno delle quattro mura di casa. Dove, altrimenti, le giovani generazioni potrebbero apprendere ad emarginare il prossimo?



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Lidia Borghi

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