lunedì 16 settembre 2013

Fra le righe dell'Inferno dantesco il peccato di sodomia riveduto dallo studioso Aldo Onorati


Il mio nuovo articolo uscito su Tempi di fraternità di ottobre
Aldo Onorati è uno studioso di fama internazionale che ha dedicato la sua vita di professore e di ricercatore a Dante e alla Divina Commedia. Durante una tiepida primavera tarda del 2009 giunse a Genova insieme al giornalista Daniele Priori, ospite del comitato organizzatore del Genova Pride, per presentare il libro appena pubblicato per i tipi Anemone Purpurea intitolato Dante e l'omosessualità. L'amore oltre le fronde. A condurre l'interessante dibattito fu la giornalista genovese Donatella Alfonso de La Repubblica. Quella che segue è l'intervista che Onorati ha accettato di rilasciarmi.
Questo articolo è stato pubblicato anche su Edizioni Tracce e su Progetto Gionata


Professor Onorati, la Sua frequentazione con Padre Dante è antica: era il lontano 1965 quando Lei cominciò a tenere conferenze sul nostro più grande poeta, sia in Italia che all'estero.



R.: Se sfoglio i primi ritagli di giornali che conservo per documentazione, molti riguardano le conferenze tenute proprio nell’anno che lei cita, il VII centenario della nascita dell’Alighieri. Da piccolo, dopo la guerra, passavo il tempo a scuola al mattino, e il pomeriggio, nel freddo di quegli inverni nevosi dei Castelli Romani, mi rintanavo nella rivendita di vino nostra, dove ascoltavo, dalla voce degli analfabeti, le terzine dantesche tenute a memoria nella tradizione orale. Un certo Oberdan recitava almeno una decina di canti dell’Inferno. Mio padre mi spronava così: “Senti? Questi signori che non sono andati a scuola conoscono i grandi poeti e tu, che studi ogni giorno, cosa sai?”. In questa maniera emulai i prodigiosi recitatori, imparando anch’io qualche verso di Dante. Pian piano, si è accresciuta la materia mandata a mente. Le mie conferenze su Dante sono gremite per la curiosità non solo delle “scoperte” strane nel Poema Sacro, ma perché non guardo il testo e recito.



L'incontro di Dante con i violenti contro natura è descritto nei canti XV e XVI dell'Inferno. L'analisi da Lei condotta nel libro Dante e l'omosessualità. L'amore oltre le fronde, è assai particolareggiata ed avviene grazie all'uso del metodo comparativo. Può spiegare in che cosa consiste?



R.: Dante è un poeta complesso, da leggersi fra le righe, ma soprattutto da esaminare tenendo presente la sua immensa opera omnia. È un autore che rimanda spesso i suoi concetti ad altre cantiche, e bisogna studiarlo tenendo presente il tutto, perché conoscere alcuni canti senza tenere in mano, a mo’ di procedimento sinottico, non solo la Commedia ma le altre sue opere (dal Monarchia al De Vulgari Eloquentia, dal Convivio alla Vita Nova etc.), è come procedere nel buio. Dunque, Dante è un trasgressivo, ha la sua visione della vita e anche delle pene e dei premi: egli segue alla lettera lo schema formale dei castighi e dell’espiazione purgatoriale, quindi la gioia in Dio del paradiso, ma fa distinzioni fondamentali fra peccatori e peccatori, pur mettendoli nello stesso luogo designato per uno specifico peccato. Dante, ad esempio, si scaglia contro alcuni personalmente (Filippo Argenti etc.), mentre sembra assolvere altri (Paolo e Francesca, di cui sente un’immensa pietà tanto da svenire al loro racconto lacrimoso). La stessa cosa fa per i sodomiti. Sono tutti posti sotto la pioggia di fuoco, ma Dante condanna apertamente alcuni, mentre ammira altri che operarono in vita per il bene della città, della politica. Bisogna non fermarsi al canto XV, cioè a Brunetto Latini, perché l’importante è quanto avviene nel XVI, all’incontro con altri omosessuali, uno dei quali è disprezzato perché ladro e imbroglione, mentre gli altri addirittura ammirati. Lo stesso Virgilio lo invita a non perdere occasione per dimostrare la stima, e, se non ci fosse il pericolo dell’”abbruciatura”, secondo Virgilio Dante dovrebbe scendere nell’arena ad abbracciarli. Cosa significa ciò? Sono tutti puniti per il peccato di sodomia, però Dante fa distinzione fra sodomiti che meritano ammirazione e quelli da disprezzare. Allora, l’omosessualità per lui è un male minore rispetto alle altre virtù o agli altri vizi degli stessi sodomiti. Di più non poteva dire, per i tempi (alcune riflessioni importanti le scrive il prefatore del libro, Daniele Priori: una prefazione indivisibile dal mio testo e, anzi, propedeutica). Ma possiamo andare avanti, per dimostrare l’autonomia del giudizio dantesco. Insomma, Dante è tutto da rivedere e reinterpretare.



Ricapitoliamo: Dante è sulla riva del fiume infernale con Virgilio e, a causa del fitto fumo derivante dalla pioggia di lapilli incandescenti, a malapena riesce a scorgere la fila di anime che gli passano accanto, poco sotto; il suo maestro di retorica e filosofia medievale, Brunetto Latini, alquanto meravigliato di incontrare in quella valle di lacrime il suo allievo lo scorge e, per attirarne l'attenzione, gli afferra un lembo della veste. I due cominciano a parlare: Latini si rivolge all'Alighieri con affetto quasi paterno e lo prega di conversare un poco con lui, se ciò non gli arreca disturbo. Nel Suo testo si legge: “L'omosessualità del personaggio non inquina né modifica né influenza la sua grandezza morale. Di grandezza morale, infatti, si tratta.” (pag. 56. n.d.a.) Può illuminarci di più su questo passo?



R.: Nei testi coevi a Dante, nessuno parla della sodomia di Brunetto Latini, e lo stesso Brunetto deplora, nel “Tesoretto”, questa deviazione, chiamiamola così per intenderci. Dante era suo allievo, perciò doveva pur conoscere il particolare dell’omosessualità. È l’unico che ne ha scritto, però. Una lecita curiosità mia: ha fatto ciò per il grande coraggio insito nel suo carattere combattivo o perché ha voluto dimostrare che, nonostante il suo “peccato”, Brunetto meritasse tutta l’ammirazione di un discepolo intelligente e grato? A me è sembrato, dall’esame testuale e comparativo effettuato nei due canti suddetti, che l’Alighieri non desse grande importanza alla colpa di omosessualità, tant’è vero che la sua totale ammirazione verso il maestro la dice lunga. Dante ha espressioni di grande affetto per Latini. Brunetto Latini educava all’eternità del ricordo, e quindi non poteva deviare dalla regola morale della virtù nell’operare. Ma in questo insegnamento c’è, oltre le basi della retorica (materia importante a quei tempi), la rettitudine della politica per il bene pubblico e della città-stato di Firenze. Inoltre, Dante non è uomo da sbracciarsi in vani complimenti. L’amore e la gratitudine che sente per il Maestro è cosa che lascia pensare in positivo. Poi, nel canto XVI, si esplicita il pensiero del Sommo Poeta nei riguardi degli omosessuali. Insomma, Dante non era omofobo, né condannava tout court le persone appartenenti a uno stesso peccato: le mette in uno stesso posto, ma le differenzia secondo l’ammirazione personale o il disprezzo. Ciò rivoluziona tante posizioni superficiali di alcuni dantisti e moralisti di facciata.



A pagina 60 del Suo libro Lei ha affermato che “Ai tempi di Dante la sodomia non era tollerata come oggi, e tanto meno compresa, anche se ugualmente praticata. Ma i secoli eran quelli. Roma, e più ancora Atene, erano passate. Il sesso, col Cristianesimo (…) man mano era divenuto peccato fuori da certi schemi (ma ai primordi non era così, e tanto meno con Cristo, il quale ha relegato di straforo il problema, tanto poco gli pareva inerente e importante alla sua immensa rivoluzione)”. Può spiegare meglio il concetto da Lei posto fra parentesi?



R.: Cristo accenna di sfuggita al sesso. Non era quello il problema di fondo del suo immenso messaggio, della sua rivoluzione di fronte alla quale ogni altra sbiadisce. Cristo perdona l’adultera che stava per essere lapidata; affida il messaggio di resurrezione per prima a una donna, Maddalena, una di non esemplare reputazione, rivela per primo a una donna, e per di più samaritana, la sua missione. Il passo avanti che Cristo fa compiere alla donna non ha eguali. La differenza dei sessi, e il problema del sesso, non costituiva per Gesù né un tabù né un problema. Se vogliamo, anche Dante pone i lussuriosi all’inizio dell’inferno e al sommo del purgatorio, per dimostrare che quello era il male minore fra tanti altri più pericolosi (in Inferno, le pene sono tanto più gravi per quanto i peccatori vengono posti più in basso nell’imbuto; al contrario, in Purgatorio, i peccati sono considerati meno gravi man mano che si sale alla vetta del monte). Col passare del tempo, si è stati sempre più dalla parte di Tertulliano, moralista della castità. Ma non dimentichiamo che i primi cristiani, i preti e i vescovi dei primordi, si sposavano. Il divieto di unirsi in matrimonio con la donna per il sacerdote è avvenuto intorno al Mille per motivi esterni alla interiorità religiosa, tant’è vero che la Chiesa non tiene in conto di dogma il celibato dei preti. Un domani può avvenire pure che essi possano contrarre nozze come fanno i luterani, etc.



Le tante anime incontrate da Dante lungo il cammino della Cantica infernale spesso strappano al Sommo poeta un vero e proprio moto di ammirazione per le opere svolte in vita, come a dire che quei corpi martoriati dalle perenni torture appartenevano a persone che da vive hanno spiccato per grandezza d'animo. Ciò non cozza con l'apparente ortodossia dantesca all'apparato teologico cui il Nostro dichiara di voler aderire?



R.- No, perché l’ammirazione di Dante per alcuni dannati non invade la sfera della pena. Mi spiego. Farinata degli Uberti è un eresiarca, cioè un eretico, che non crede all’immortalità dell’anima. Eppure Dante lo ammira, nonostante siano nemici politici. La sua profonda stima per Farinata nasce dal fatto che il ghibellino, pur potendo tornare a Firenze armato e distruggere la sua città, ha preferito restare in esilio ma salvare la patria. Vede, il Sommo Poeta si immedesima in alcuni personaggi e li elegge proprio per qualche somiglianza con lui e le sue vicende, al punto che, durante il dialogo, viene preso come da un forza centripeta che lo assimila all’altro attore (così per il conte Ugolino). Insomma, il Poeta-giudice, il pellegrino che percorre l’itinerarium mentis in Deum, non è in contraddizione, perché non ammira mai il dannato per quella colpa per cui è punito, ma per altre grandezze che esulano dal peccato principale e determinante.



D.- Nel suo recente romanzo “Le tentazioni di frate amore” edito da Tracce, esaurito in un mese ed ora in ristampa, molte problematiche affrontate nell’intervista coesistono nella narrazione. Un cenno?



R.- È la storia di un frate cappuccino, un mistico che, però, si innamora di una donna provocante e seducente. Come vanno a finire le cose non posso dirlo per non togliere al lettore il gusto della trama e dei colpi di scena, però, oltre la tematica di un amore proibito, affronto la questione del sacerdozio alla donna, la Comunione ai separati e divorziati, l’unione fra omosessuali di entrambe le parti, e il matrimonio dei preti. Queste sono, secondo me, le realtà pericolose da affrontare, non i soliti rimasugli di beghe del politichese, o le biografie delle veline e degli sportivi!



Lidia Borghi

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