domenica 15 dicembre 2013

Caterina Sciuto, classe 1912

Nata alla fine di dicembre dell’anno precedente, ma suo padre, Alessio, un vecchio combattente della prima Guerra mondiale (tornato a casa con una gamba di legno), ne registrò la nascita a gennaio del ’12. Una donnina splendida, dalla bellezza rara. Alta un metro e cinquanta centimetri, portava l’ottava misura di reggiseno. Una forza della natura. Una femmina dalla volontà ferrea.
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Quando chiese al padre di poter studiare, lui le rispose che ad una “fimmina” lo studio non serviva, così lei lo obbligò a comperarle un pianoforte verticale con tanto di candelabri, fatto giungere a Lentini dalla lontana Austria, modello Steinback o qualcosa del genere. Su quello strumento Caterina imparò a suonare da autodidatta in modo così preciso che, qualche decennio più tardi, poté insegnare a suonare e addirittura a solfeggiare a nipoti e figlie/i di conoscenti. Non paga di ciò, si fece acquistare i classici di tutti i tempi della Letteratura mondiale. Quando giunse il momento di affrontare scrittori come Tolstoi, dostoevskij & C. non si perse d’animo e, nonostante la lunghezza dei tomi, se li divorò in pochi mesi. A malapena riuscì a terminare le scuole elementari, ma la sua proprietà di linguaggio era inarrivabile, in casa nostra. Quando incontrò Carlo, l’uomo che l’avrebbe sposata, fu amore a prima vista. E dolore. Tanto, sordo, irrimediabile. Per mio nonno, classe 1912, di Caltagirone (Ct), era sufficiente che le femmine che gli capitavano vicino respirassero. Il resto lo faceva la natura. Geloso marcio, fece di Caterina una reclusa in casa sua. Nel 1940 Carlo vinse un concorso in dogana: mete a scelta Savona o Genova. Il mio nonno materno scelse il capoluogo ligure. Nonna era in attesa di mia madre. Il viaggio da Catania a Genova fu interminabile. Per mano la piccola femmina ribelle di casa Sciuto teneva Giovanni, nato nel 1935 ed Enrico, classe 1937. A Genova, in pieno secondo conflitto mondiale, nacque mia madre, genovese per un pelo, sorella di catanesi e figlia di siciliani. Appena giunta in terra di Liguria la famiglia Sagone venne alloggiata in una stanza a pagamento sita in via di Porta Soprana, all’interno di una palazzina con bagno in comune che ospitava alcune donne che i benpensanti definiscono puttane. La vita non era facile ma, grazie al cielo, il rifugio antiaereo era a due passi, a ridosso di piazza Matteotti. Ogni volta che la sirena annunciava l’imminente arrivo dell’aviazione britannica (Genova fu una delle città del nord Italia fra le più bombardate), nonno prendeva baracca e burattini e si dirigeva nel rifugio, ma lui non entrava del tutto. Restava sulla soglia, moglie figli e figlia al sicuro – pensava lui – nella speranza di non fare la fine del topo in trappola, nel caso una bomba inglese fosse esplosa lì vicino. Nonna Caterina maturò la sua curiosa sindrome qualche decennio più tardi, quando le miserie del dopoguerra furono cessate, ma la fame patita negli anni ’40 era un ricordo ormai indelebile. Sino alla pensione sociale Caterina fece la governante a servizio nelle case della Genova “bene” del circondario, anche se non si doveva sapere. Era buona d’animo e, perciò, facilmente manovrabile. Diverse volte venne turlupinata da personaggi assai loschi. Le dedico le ricette che faccio e, ogni volta che anche io vengo presa da quella particolare forma di rifiuto, amo pensare che quello è il modo con il quale la mia amata nonnina formato mignon viene a bussare alla porta del mio cuore per dirmi che non mi dimenticherà mai. E lo stesso è per me.

Lidia Borghi

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