domenica 17 agosto 2014

L’amore autentico. Omosessualità e Fede, due madri raccontano


Una recensione di Maria Laura Annibali


Sono innumerevoli gli spunti di riflessione che Lidia Borghi ci regala in questo breve, intenso varco di luce testuale con cui sembra voler squarciare secoli di silenzio. Sfiora in volo, con la levità che contraddistingue la sua penna, questioni complesse come la libertà di coscienza, la ricerca della verità, la responsabilità sociale; si accende dolcemente nell’incontro/scontro tra fede autentica e omonegatività sociale della Chiesa; si scioglie nella condivisione profonda della sofferenza umana.

Il viaggio di Lidia inizia con l’approccio accademico della studiosa e della documentarista, in cerca di fonti e di piccole aperture all’omosessualità. Sembra trovarle, illusoriamente, nel Documento della pastorale familiare della Diocesi di Innsbruck là dove si legge, timidamente, che il dono di sé nella relazione ha un valore etico che non può essere disgiunto dall’atto sessuale; ma subito veniamo catapultati nell’oscurantismo del Messaggio del Comitato pastorale statunitense ‘Sempre nostri figli’, che solo apparentemente ci accoglie, per poi condannarci alla terapia riparativa e alla castità perpetua, unica fonte di salvezza per noi omosessuali disordinati, come ci definisce la Congregazione per la dottrina della fede nel documento del 1986 a firma dell’allora cardinale Ratzinger, promulgato da papa Giovanni Paolo II. In questo documento torna prepotentemente il divieto di appoggiare gruppi contrari all’insegnamento della Chiesa ed il problema dei comportamenti omosessuali, inaccettabili per la morale cattolica: relazioni complementari non feconde che minacciano l’ordine costituito (seppure non meritino le reazioni omofobe dell’intollerante società borghese). L’Ufficio per la pastorale della famiglia dell’Arcidiocesi di Torino, nelle parole di Valter Danna, ritiene addirittura più prudente per i gay non dichiararsi, sebbene, certo, la famiglia d’origine sia il primo passo per l’accettazione di sé. Soltanto uno spiraglio di speranza ci resta dall’esperienza di suor Jeannine Gramick negli anni Settanta e nella sua attività pastorale mirata a formare i preti all’accoglienza nell’auspicio di un nuovo dialogo tra l’episcopato americano e la comunità scientifica per dissipare stereotipi e pregiudizi. Grande interesse suscita infine nel lettore l’analisi del Rapporto 2010 sui gruppi di cristiani omosessuali in Italia e quello sull’omosessualità cristiana vista dalla parte dei familiari (del luglio 2011).

Ma quello che rende questo testo toccante per il cuore di noi cristiani e soprattutto di quelli che hanno avuto il dono di essere genitori, è la valorizzazione della narrazione delle due madri che hanno scelto di raccontare la propria esperienza, assurgendo, grazie all’alto valore della testimonianza, a simbolo dei valori cristiani che si fanno carne – scrive mirabilmente Elsa Tamez che la vita delle donne è l’autentico testo sacro di riferimento – in una forma di commovente condivisione e superamento corale del dolore e della sofferenza umana, di cui il Cristianesimo dovrebbe essere custode e consolatore.

Mila Banchi, la madre livornese di un ragazzo gay, rivendica per tutti noi il diritto all’amore autentico. Ci racconta come dietro alla rabbia di una madre di fronte all’omosessualità si nascondano paure e sensi di colpa, bisogno autentico di protezione dei propri figli dal dolore della croce. Dalla sua narrazione limpida emerge la conquista imperitura, grazie proprio all’insegnamento del figlio, della sincerità nei rapporti familiari, fuori per sempre da quella scissione del sé che conduce senza scampo alla follia; la capacità acquisita di lasciar decantare la realtà per trovare persone autentiche in grado di condividere i nostri percorsi e le nostre sofferenze; la consapevolezza di poter essere credenti rimanendo laici nel nostro servizio civile nel mondo. Ci lascia la perla cerulea di un piccolo sogno: quello di dedicare veglie e fiaccolate alle vittime dell’omofobia, per tentare di gettare un ponte tra mondi che sembrano ancora lontani, uno dei due trincerato dietro un’idea di famiglia-modello che forse non esiste più e che sembra non voler vedere nelle famiglie altre il maschilismo e la violenza sulle donne, così come nelle scuole si dimentica la solitudine di tanti bambini.

A provocare infine un catartico viaggio nel dolore è la testimonianza di Ursula Rütter Barzaghi, che ha avuto la forza di accompagnare il proprio figlio nel calvario dell’AIDS, di quel gattino innocuo, come definì il virus il professor Peter Duisberg, che ancora oggi miete tante vittime. Nelle parole di questa madre coraggio ritroviamo la presenza di una Chiesa amorevole e viva, che si fa uomini e donne nelle tante associazioni cattoliche di base che assistono i malati, quando è necessario, per sopravvivere, abbattere i muri dell’indifferenza (ottavo vizio capitale per Andrea Gallo). E allora, come scriveva Douglas Mallok, se non potete essere un pino sulla vetta del monte, siate una scopa nella valle, ma siate la miglior piccola scopa sulla sponda del ruscello. Lo ribadisce anche Gaia di Ponti sospesi nella sua testimonianza che chiude il libro: l’amore - quello delle famiglie - si dimostra sul campo. E come dice ancora Ursula - contro quegli sporcaccioni perbenisti che si sentono autorizzati ad entrare nelle camere da letto altrui - bisogna convertire la Chiesa cattolica all’amore, ricostruirla per aprirla all’accoglienza, portando i nostri diritti di cittadinanza non solo nel mondo, ma anche nella casa di Dio. Del resto, come scrive nella premessa Franco Barbero, la strada di Gesù crea persone sovversive. Col giusto senso della vergogna, aggiungo io: non quella che ci paralizza e ci impedisce di vivere la nostra identità, ma quella che ci conduce all’indignazione: l’indignazione contro il pregiudizio violento e contro l’indifferenza. Soprattutto, la strada di Gesù ci rende liberi, e questo è scritto anche nella Dignitatis humanae del Concilio Vaticano II: la persona umana creata da Dio deve godere di libertà. Frutto di questa libertà è la maggiore responsabilità verso la comunità e la società, come ci viene indicato dal messaggio rivoluzionario di papa Francesco. Lo diciamo, da cristiani e non da cattolici, confidando nel fatto che questo distinguo possa non essere un’eterna dicotomia, ma possa condurre - rispetto all’impostazione dogmatica della chiesa romano-gerarchica – al pluralismo pastorale e all’inclusione vera delle persone, che come noi sono omosessuali e cristiane.

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