martedì 20 gennaio 2015

La transessualità è una questione sociale. Una conversazione con Egon Botteghi


Continua il viaggio di Rosso Arcobaleno all'interno del mondo transgender ed intersex. Per le lettrici ed i lettori di Rosso Parma ho intervistato un attivista transessuale assai preparato, grazie al quale ho potuto approfondire alcune questioni sociali di grande attualità, non ultima quella del binarismo di genere.




D.: La prima domanda che ti pongo è oramai di rito, per coloro che frequentano le pagine elettroniche di Rosso Parma e della rubrica di cultura LGBTQAI Rosso Arcobaleno. Chi è Egon Botteghi e che cosa fa nella vita?



Sono un uomo transessuale di qurantatré anni, nato a Livorno, con una grande passione per la scrittura e gli animali altro da umani. Ho un figlio ed una figlia, di nove e sei anni e sono buddhista. Partecipo, tra gli altri, ad alcuni progetti come la redazione di Antispecismo, il collettivo anarco-veg-femminista Anguane, il collettivo Intersexioni e l'associazione Rete Genitori Rainbow.



D.: La conversazione che vorrei fare con te ha lo scopo di partire dal tema sociale della transessualità per giungere alla questione, quanto mai spinosa, di certe correnti antispeciste, all'interno delle quali tu stesso hai ravvisato non poche trappole semantiche. Quindi, per iniziare, perché le persone gender non conforming continuano a rappresentare, con le rispettive identità personali, un mero quid sociale, cui sarebbe ora di attribuire piena titolarità – a cominciare dal nome – al fine di smettere di considerarle “qualcosa” di indefinibile, nonché ambiguo?



Questa è una domanda molto interessante che, per come l'ho compresa io, necessita di una sorta di disambiguazione: ci si muove infatti su di una linea sottilissima in cui si fondono – e quindi spesso si rischia di confondere – la necessità di riconoscimento sociale, la richiesta dei relativi diritti che può avere una persona gender non conforming e la percezione stessa che di sé ha quella persona gender non conforming.

La medesima domanda se la poneva Judith Butler, in Disfatta dei Generi, chiedendosi: «Cosa accade quando inizio a diventare qualcosa che non trova posto nel regime stabilito di verità? Che cosa posso diventare, considerato l'attuale ordine dell'essere? Cosa vuol dire respirare e cercare di amare, pur non essendo totalmente negata né totalmente riconosciuta in quanto essere: questa domanda ha a che fare con la giustizia e diventa urgente quando ci si imbatte in un umano che è ai limiti della riconoscibilità in quanto persona.»

Dal momento che “il regime stabilito di verità” che limita la giustizia e la sopravvivenza dignitosa delle persone gender non conforming è il binarismo di genere, con l'errata convinzione che per natura vi siano solo due generi – il maschio e la femmina – e che siano tra loro rigidamente distinti, la risposta a questa domanda non deve essere quella di rendere meno ambigua la persona gender non conforming, predisponendo magari un percorso che aiuti questa stessa persona a trovare una collocazione in uno dei due sessi dati, transitando da quello biologico per normalizzarsi in quello di elezione, spostandosi quindi da una casellina all'altra, ma quella di riconoscere l'esistenza sociale delle persone che non definiscono il loro genere secondo il sesso di nascita e/o che hanno una definizione di sesso e genere minoritario rispetto alla norma (transessuali, intersessuali, gender fluid, etc, etc). Per questo sarebbe importante una legge che possa consentire di cambiare i documenti senza l'obbligo a trattamenti medici/chirurgici e senza l'obbligo di dover passare dalle stanze dei tribunali.

La mia più grande paura riguardo alla transizione, che mi ha impedito di affrontare la cosa in giovane età, la espressi così in un diario che tenevo prima di fare questo passo: «La mia paura è la paura atavica insita in ogni essere umano, la paura di essere cacciato dal clan, di perdere la protezione del gruppo, di finire ai margini o, peggio, proprio fuori dal branco, solo, a morire di stenti, condannato alla desolazione fino ad una misera fine, non più umana.» La paura quindi di non essere previsto, di finire fuori dall'immaginabile, di perdere lo status di persona per trasformarsi in quella di sub-umano, di oggetto.



D.: Veniamo all'antispecismo autentico ovvero quel movimento mondiale che – cito dal dizionario Garzanti on line – «si oppone allo specismo, rifiutando l’idea della superiorità della specie umana sulle altre specie animali e sostenendo che l’appartenenza a una specie non giustifica la pratica di disporre della vita e della libertà di un essere di un’altra specie» e che, qui in Italia, ti vede lottare in prima linea. In che cosa consiste, quando hai cominciato a farne parte attiva e perché, davvero, esso rappresenta la madre di tutte le lotte civili, se affrontata nel giusto modo?



Quando nel 2008 chiusi il centro ippico che gestivo, trasformandolo in un rifugio per animali da reddito, cercando di porre fine allo sfruttamento che avevo perpetuato fino a quel momento sui cavalli, aderivo ad un'idea di antispecismo come tu la descrivi, come “madre di tutte le lotte civili” o meglio di tutte le lotte per la liberazione. C'era l'idea che, se si fossero liberati gli animali, avremmo liberato tutti gli esseri viventi.

L'antispecismo, infatti, me lo spiegavo come quel complesso di idee e di pratiche che era riuscito a far emergere del tutto la struttura piramidale della nostra società, basata sul dominio, al cui vertice sta il maschio umano, bianco, possidente ed eterosessuale ed alla cui base stanno gli animali non umani che, con la loro sofferenza, reggono tutta la costruzione e la cui oppressione informa, allena, giustifica tutte le forme di oppressione intraspecifica (si pensi a quando si dice, di un umano che si voglia degradare per giustificare la sua eliminazione e/o sfruttamento, che è simile ad un animale, che si pone a quel livello, come gli ebrei che erano come topi, i neri come scimmie, le donne come troie).

Questa immagine però funziona se si rimane vigili nel non semplificarla e si tengono gli occhi aperti sulla complessità delle relazioni di dominio all'interno della stessa piramide ed alla circolazione ed alla contaminazione dei piani all'interno della stessa. Il rischio altrimenti è quello di aderire ad una immagine acritica, che viaggia spesso per slogan, e di creare automatismi pericolosi, come quello di pensare di essere di default antirazzisti o antisessisti o anticolonialisti in quanto antispecisti, senza darsi neanche la pena di conoscere le istanze di queste altre lotte di liberazione e le richieste e la posizione dei soggetti che le portano avanti, ed anzi di guardare un po' dall'alto in basso la storia di questi movimenti – da cui invece c'è molto da imparare – e di creare ulteriori essenzialismi e piani di oppressione. Si rischia di pensarsi più avanti in quanto antispecisti, perpetuando invece dei comportamenti o convinzioni antitetiche a queste lotte per la dignità e la parità tra diversi esseri viventi.

A me è successo. purtroppo, quando mi sono visto apostrofare, da alcuni miei stessi compagni di lotta antispecisti, come contro natura in quanto transessuale o come non più puro nella lotta per gli animali non umani, in quanto consumatore di ormoni sintetici; vi invito a leggere QUI; questo pericolo è molto concreto, se si guarda a come sta avanzando l'antispecismo di destra che, fino a qualche anno fa, avrei considerato un ossimoro. Tra l'altro, si parlerà di antispecismo e di femminismo di destra nel prossimo Liberazione Generale. Giornate di studio politico e di lotte, giunto alla terza edizione, che si svolgerà il prossimo aprile a Livorno (QUI gli atti delle scorse edizioni).

Adesso quindi preferisco parlare di transizionalità tra le oppressioni e di connessione tra le lotte di liberazione, come fa Pattrice Jones, attivista eco-veg-femminista quando afferma che, per avere una qualche possibilità di scardinare un sistema che vogliamo combattere, come quello al dominio, è necessario scardinare le giunture, dove il sistema possa rilevare dei punti di debolezza e dove si possano creare lotte e progetti con un numero più elevato di alleati.



D.: Come hai accennato rispondendo al mio primo quesito, le persone transessuali, più di tante altre minoranze oppresse, fanno assai presto l'esperienza del binarismo di genere: ti chiedo di ampliare un poco il discorso, a favore di chi legge.



Basandosi sull'errata convinzione che vi siano per natura due soli sessi, maschio e femmina, ne discende l'invenzione di due soli generi, il femminile ed il maschile, con tutta una serie di caratteristiche rigidamente definite e di ruoli sociali correlati. Si crede che gli esseri umani – ed anche la maggior parte degli altri animali – siano o maschi o femmine, che si pongano in due insiemi assolutamente separati; è, questo, un modo di organizzare la realtà che non tiene conto di quello che invece si presenta realmente nel mondo.

Tra questi due estremi che si credono dati, maschio o femmina, ci sono invece una miriade di esseri che non corrispondono a queste caratteristiche e che la nostra cultura ha per tanto tempo tentato con successo di relegare nella patologia, nella devianza, evidentemente perché su questa separazione tra i sessi poggiava una struttura di distribuzione del potere importante.

Adesso sappiamo che tra maschio e femmina c'è una linea continua, abitata da tanti corpi e soggetti, che gettano anche una luce importante sulla rappresentazione dei generi che la nostra cultura sessista ha da sempre perpetrato. Una persona transessuale, che nella propria vita fa l'esperienza di passare da un genere all'altro, può leggere con chiarezza come i ruoli che si assegnano agli uomini ed alle donne siano spesso invenzioni, talmente radicate da sembrare naturali, determinate per natura e biologia che, quindi, spesso non vengono neanche viste, subendole come un destino.

Quella persona si accorge che, pur rimanendo nell'essenza la stessa, è trattata in maniera del tutto diversa a seconda che venga percepita come uomo o come donna. Personalmente, ad esempio, ho visto come le persone abbiano un atteggiamento, anche corporeo, molto più accogliente verso le cose che dico, da quando sono percepito come un uomo: la gente, anche sconosciuta, parlando con me cerca il mio sguardo e non mi interrompe, cosa che invece succede continuamente alle donne, che fanno così più fatica a prendere parola in pubblico.

Il binarismo di genere è stato – e continua spesso ad essere – una mannaia per le persone che, sia per propria biologia, come le persone intersessuali, sia per propria identità di genere, come le persone transessuali, non rientrano in tale dicotomia; funziona come una specie di Letto di Procuste, per cui le persone che si presentano non binarie vengono tagliate, sia fisicamente che psichicamente e socialmente, per renderle il più possibile simili a questo falso ideale di uomo e donna. Allo stesso modo, però, tale binarismo è una gabbia per tutte le donne e gli uomini, che sono costretti a vivere una vita negli angusti recinti che queste due caselle consentono, limitandone enormemente la libertà di espressione e la percezione reale di loro stessi e delle loro possibilità. Si vive una vita monca e, non avendone spesso nessuna percezione, si aderisce a tale visione del mondo, educando in tal modo anche le generazioni future.



D.: Il tuo percorso di transizione di genere ha incrociato, un giorno di alcuni anni fa, quello di Michela Angelini, la cui intervista è on line QUI: mi piacerebbe che tu , prima di affrontare il discorso riguardante il passo più importante della tua vita, parlassi in breve del rapporto profondo che vi lega.



Alle volte percepisco una curiosità morbosa di sapere come funziona un rapporto di coppia tra due persone transessuali, specialmente se queste due persone vengono da un percorso inverso di identificazione di genere, come tra me e Michela. Se ne potrebbe parlare a lungo, proprio in virtù di scardinare quella educastrazione, come la chiamava Mario Mieli, che ci impedisce di vivere le potenzialità dei nostri corpi, per incanalarci in quel binarismo di cui sopra. Anche qui, il modo di vedere la realtà e viversela, è davvero limitato e limitante. Siccome però il discorso sarebbe davvero ampio, qui mi limito a dire che io e Michela siamo solo due persone che hanno una intesa intellettuale enorme ed un grande senso del rispetto reciproco, dovuto forse in parte al rispetto che ad un certo punto abbiamo avuto per noi stessi, che ci ha portato a saltare il “recinto”.



D.: La transizione di genere di Egon Botteghi: quando è iniziata, in che cosa è consistita e perché rappresenta – come ho detto poco sopra – la tappa più considerevole dell'intera sua esistenza alla luce del fatto che, almeno nel nostro Paese, il cambio di genere da femmina a maschio risulta essere, il più delle volte, ignoto?



Come molte persone della mia generazione, io ho transitato tardi, in età più che matura, a trentotto anni. Quando penso alle possibilità che avevo di elaborare la mia transessualità rispetto alle mie conoscenze di allora, mi viene in mente una parabola di un sutra buddhista, che paragona le possibilità che ha un uomo di incontrare il buddhismo e di illuminarsi “nell'ultimo giorno della legge”, un periodo cioè molto posteriore alla predicazione di Shakyamuni (Colui che è considerato il fondatore storico del Buddhismo. N.d.r.), a quelle che ha una tartaruga marina cieca, che emerga dal mare ogni tot migliaia anni, di infilare il collo in un giogo di legno che galleggia sull'oceano. Ecco, io mi sentivo come quella tartaruga e la presa di coscienza di me stesso era quel giogo galleggiante. Come ho detto, era la gran paura di essere sbagliato e di fare qualcosa di incredibilmente sbagliato che mi ha frenato per anni nel riconoscere che quella parte di me, che già chiamavo Egon, non era il prodromo di una dissociazione mentale. Adesso, per fortuna, circolano molte più informazioni e questa intervista ne è una testimonianza.

Quello che valuto molto importante è il fatto che si dia la possibilità alle persone transessuali di raccontarsi, di prendere parola. Personalmente ho fatto molte testimonianze, ho raccontato molte volte la mia storia, per essere di incoraggiamento agli altri, come prima altri hanno fatto con me (si legga, ad esempio, QUI).

Credo che la cosa che mi caratterizza sia il fatto di aver transizionato con una vita alle spalle già ben strutturata, con un matrimonio, due figli ed un'attività a cui mi dedicavo tantissimo. Uno psichiatra che doveva, come purtroppo ancora succede in Italia, diagnosticare la mia transessualità come fosse un disturbo, mi chiese perché mai io volessi transizionare, pur riconoscendomi come transessuale, dal momento che ero una persona intelligente e che mi ero adattato fino a quel momento (sic!) Allora risposi che evidentemente non riuscivo più ad adattarmi, altrimenti non sarei arrivato fino ad accettare una psichiatrizzazione pur di vedere riconosciuto il mio genere. Ed in effetti la forza che ci vuole per smuoverti da quell'adattamento ed affrontare le acque tempestose di una transizione da donna a uomo, per una persona percepita fino ad allora come una gran madre lavoratrice e moglie, è tanta.

La paura di perdere tutto è forte e, nel mio caso, ero terrorizzato di poter fare del male a* mie* bambin*, che allora avevano sei e tre anni: credevo che sarebbero potut* impazzire, vedendo la loro madre trasformarsi in un uomo e stavo quasi per abbandonare il percorso, piegato da questo timore e dai sensi di colpa.

Per fortuna ho avuto l'appoggio di una psicoterapia fatta bene (quindi non forzata, ma percepita come una cosa di cui avevo bisogno, perché spaventato ed ansioso), che mi ha dato gli strumenti per affrontare la transizione con i miei bambini, strumenti che sono in realtà molto semplici: innanzitutto dovevo risolvermi con me stesso e sciogliere i miei nodi e, successivamente, parlare ai bambini, sempre con sincerità ed aspettando le loro domande.

Soprattutto, però, dovevo essere a loro molto vicino, dimostrando che la loro mamma, benché cambiasse fisicamente, non se ne stava andando e non li stava abbandonando. In questo percorso il mio modo di essere genitore è cresciuto ed al momento il rapporto che ho con i miei bambini è splendido, tanto che mio figlio un giorno mi ha detto “Mamma, quando sarò genitore voglio essere come te”.

Per questo ritengo un dovere per me dare appoggio agli altri genitori transessuali ed ho accettato di essere referente della genitorialità trans per l'associazione Rete Genitori Rainbow, che accoglie genitori omosessuali, bisessuali e transessuali che hanno avuto figli da relazioni etero.

È importante che i genitori transessuali non si colpevolizzino, non perdano fiducia in loro stessi e nelle loro capacità genitoriali, capacità che non si giudicano dall'aspetto fisico o dal ruolo sociale, ma dall'amore, dal sostegno e dalla consapevolezza che si può dare ai propri figli.



D.: In conclusione della nostra chiacchierata ti domando di dedicare un pensiero di speranza a tutte le persone che – in ogni parte del mondo – si trovano ad affrontare la questione personale del gender non conforming con un atteggiamento di grande dolore. A tal proposito, ricordo che alla fine del 2014 ha cominciato a diventare virale, in rete, la notizia del suicidio di Leelah Alcorn, la giovane donna transgender dell'Ohio, la quale aveva perso la speranza di poter vivere un'esistenza dignitosa (ne abbiamo parlato QUI).



Come ho detto prima, secondo me è importantissimo lo scambio tra pari e, quindi, è fondamentale non chiudersi, ma cercare appoggio e domandare aiuto a chi può darti degli strumenti di comprensione, perché ha già vissuto quello che stai vivendo tu. Questo riesce anche a farti comprendere che non sei solo, che non sei l'unico, che non sei sbagliato, che non sei un mostro che non avrebbe dovuto nascere. Perdonare se stessi, perdonare gli altri ed accogliere la vita, forse è questo quello che dovremmo riuscire a fare.



Link di pubblicazione - Rosso Parma
Link di pubblicazione - Rete Genitori Rainbow


Lidia Borghi

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