mercoledì 12 agosto 2015

Disturbo della quiete

di Lidia Borghi

Il 17 maggio di ogni anno si ricordano in tutto il mondo le vittime dell'odio omo/transfobico; questa data offre quindi l'occasione per dedicare al tema eventi, convegni, spettacoli teatrali, proiezioni di video, ecc; inoltre, nelle città in cui siano presenti gruppi più o meno organizzati di persone LGBTQI credenti a vario titolo, si organizzano veglie di preghiera. In Italia le circa trenta compagini presenti trovano ospitalità nei locali di congregazioni religiose cristiane mentre, in alcuni casi, a garantire un luogo in cui pregare, sono le chiese cattoliche.
Da cinque anni a questa parte è stato così anche per il Gruppo Bethel di persone LGBT credenti liguri, almeno fino alla metà di maggio 2015 quando, in modo del tutto inatteso, la Curia genovese ha opposto il suo veto. Per capire il perché ho fatto una chiacchierata con la referente laica di Bethel, Laura Ridolfi.

Il nostro scambio di parole ha finito per toccare la storia di un gruppo che nacque nel 2009, dopo la sfilata del Genova Pride, grazie all'amore ed alla dedizione di don Piero Borelli, allora parroco del Don Bosco di Genova; egli diventò il Padre spirituale di Bethel e, come ha ricordato Ridolfi, lo scopo delle riunioni fu quello dell'accoglienza di persone “che abbiano difficoltà a conciliare la propria fede con l'omosessualità, senza che necessariamente una cosa debba escludere l'altra, per dar loro una mano a riconciliarsi con il vero messaggio evangelico: l'amore; noi ci saremo finché anche solo una persona avrà bisogno della nostra accoglienza”.

Dopo la morte di don Piero alla fine del 2011, Bethel rimase privo di una guida spirituale, sino a che a farsi avanti non fu il diacono Claudio Boldrini; in quel periodo il gruppo venne ospitato da don Gallo nella parrocchia di San Benedetto al Porto di Genova.
Veniamo ai giorni nostri: la veglia di preghiera di Bethel è stata organizzata nei locali del Comune di Genova che da tempo ne ospitano le riunioni mensili poi, grazie ad un amico che aveva chiesto al parroco della Sacra Famiglia di poter pregare in una chiesa, s'era deciso di cambiare luogo ma, pochi giorni prima della data stabilita, il 20 maggio 2015, è giunto il no della Curia genovese.

Mi spiega Ridolfi: “Sì, (la Curia) gli aveva negato il permesso per via delle imminenti elezioni amministrative. In un secondo momento il parroco disse che il “diktat” non era venuto dalla Curia, ma che fu lui stesso a non aver ritenuto che fosse il caso di ospitarci. La seconda versione, dal nostro punto di vista, peggiorò le cose: non solo la Curia aveva trovato una scusa per non ospitarci, ma addossava tutto al parroco.

Ridolfi ha quindi emesso un comunicato stampa in cui ha espresso il suo rammarico per una decisione incomprensibile, che negava a Bethel l'accesso ad una qualunque chiesa genovese per pregare, con il pretesto dell'imminenza di un evento politico, anche se il messaggio sotto traccia recitava così, come ha sottolineato la referente: “Voi siete fuori e se volete pregare fatelo fuori dalla Chiesa”.

Quel comunicato è stato preso in considerazione dal solo quotidiano La Repubblica, nel più totale silenzio da parte di cittadinanza e media locali; Ridolfi mi ha quindi parlato di una ferita “per i figli della Chiesa stessa, per le persone che credono e si sentono parte dell'ecclesia e peggio per chi, più fragile, si sente condannato e respinto da Madre Chiesa.

Quest'ultima imposizione curiale suona più come un'accusa di disturbo della quiete nei confronti di chiunque voglia offrire una qualsiasi offerta di apertura ai vertici vescovili, che si rifanno ad una Tradizione incrollabile, malgrado le indubbie aperture di Papa Francesco; è come se ci trovassimo di fronte a due Chiese, quella del rinnovamento e quella del fondamentalismo.
 
La Curia genovese non è nuova a prese di posizione del genere solo che, nella fattispecie, quel veto è tanto assordante da aver suscitato clamore in tutta Italia, tranne che a Genova.

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