sabato 10 ottobre 2015

Le invisibilità manifeste


Un dialogo sulle famiglie arcobaleno con Sara Kay, autrice di Genitori G.A.Y. Good As You (Tempesta Editore 2014)

di Lidia Borghi

Versione integrale dell'intervista appena pubblicata sul numero di ottobre del mensile Tempi di fraternità



Venticinque anni, milanese, giornalista pubblicista e, da maggio del 2014, scrittrice, anche se Sara è molto altro ancora e infatti le domando di presentarsi alle lettrici ed ai lettori di Tempi di fraternità.
Grazie per l’introduzione, Lidia. Come hai detto, mi chiamo Sara e ho 25 anni. Lavoro nell’ambito comunicazione ed eventi da circa tre anni e sono diventata giornalista pubblicista l’anno scorso. Ho sempre avuto voglia di mordere la vita e berne il succo più buono, ma non sempre sono riuscita. Mi reputo un’entusiasta, nonostante ogni tanta venga pervasa da malinconia. Sin da piccola sono stata curiosa e alla ricerca di qualcosa: questa ricerca mi ha portato ad interrogarmi spessissimo sui perché e i percome, a cui cerco di rispondere ancora oggi leggendo libri e documentandomi il più possibile. Tra le attività che prediligo, oltre a leggere e scrivere, ci sono la danza, che pratico da molti anni e mi ha messo in contatto con parti più recondite del mio essere e, da poco, yoga e meditazione. Ho sempre parlato tanto, ma mi sono accorta nell’ultimo periodo che le parole stancano e rubano energia: sto capendo solo ora quanto sia prezioso e ricco il silenzio.

Parlare di sé non sempre è facile, soprattutto quando di mezzo c'è il coming out: com'è avvenuto il tuo, la prima volta?
Il mio primo coming out fu al liceo. Mi ero presa una cotta per una compagna di scuola, fortunatamente ricambiata e ci scambiammo un bacio in palestra, dopo la lezione di educazione fisica. Circa una settimana dopo, una delle mie più care amiche di allora mi disse che ero strana da qualche giorno. Sfuggente, diceva. Non sei qui, ma non capisco dove sei. Non riuscendo più a tenere dentro questo segreto le proposi di pranzare insieme quel giorno e, davanti ad un panino che non riuscivo a toccare, glielo dissi: “Ci siamo baciate!”. Dopo una prima reazione di stupore, che le fece andare di traverso il boccone, mi sorrise e ne parlammo a lungo. Capii subito di avere trovato un’alleata fidata, che non mi avrebbe giudicata. Questo fu per me un grande regalo, anche perché lei per lungo tempo fu l’unica persona a saperlo. Fu la testimone e la confidente di tutti i batticuori, le incertezze, i dubbi, la paura che ebbi in quella prima relazione. Senza questa amica, con cui oggi per diverse vicissitudini ho perso i contatti, temo davvero che sarei implosa.

Sara è fidanzata. Progetti famigliari?
Io e la mia fidanzata conviviamo da circa sei mesi e stiamo molto bene. È stato un passo importante di cui sono felice. Progetti familiari? Ci sto ancora lavorando. Raffaella ha ancora qualche dubbio sulla maternità, ma ha fatto grandi passi avanti, per questo sono fiduciosa. Io invece non ho dubbi sul fatto che vorrei una famiglia numerosa.

Veniamo al tuo esordio letterario: un anno e mezzo fa circa uscì il libro Genitori G.A.Y. – Good As You, edito da Tempesta. In questo saggio hai affrontato ed approfondito il tema dell'omogenitorialità a partire dai dati scientifici in nostro possesso: che cosa è venuto fuori da quell'analisi? Davvero è possibile scardinare la convinzione secondo cui una creatura, per crescere bene, ha bisogno di un padre ed una madre?
Dall’analisi e dagli studi che ho potuto raccogliere, è emerso che essere buoni genitori non dipende assolutamente dall’orientamento sessuale. Attenzione, amore, accudimento, competenza, non derivano da questo. Esistono la funzione materna e quella paterna, ma non devono essere per forza incarnate in una madre e in un padre. Anzi Lidia, ti dirò di più: non poche persone etero che hanno letto il libro mi hanno riferito stupite che nella loro famiglia, pur essendo una mamma e un papà, le funzioni sono invertite. Alla domanda se sia facile scardinare la convinzione secondo cui si cresce bene solo con una mamma e un papà invece, purtroppo devo risponderti di no. Ma ho notato che è molto più “semplice” far ragionare sull’argomento persone confuse, piuttosto che persone estremamente convinte del contrario e che si ritengono portatrici di verità assolute.

Genitore biologico e genitore sociale: quali le differenze e quali le possibilità di sgretolare, dati alla mano, l'errata convinzione secondo cui a fare la famiglia non sarebbero i legàmi affettivi?
L’unica differenza che ho notato tra il genitore biologico e quello sociale è che quest’ultimo non ha legami di sangue con il figlio. Ma a parte ciò, che differenza ci può essere? Certo, da un punto di vista legale non ci sono tutele: è terribile pensare che in caso di morte del genitore biologico, il genitore sociale dovrebbe iniziare una battaglia per vedere riconosciuto un diritto fondamentale non soltanto per sé ma anche per il figlio. Anche perché gli strenui difensori della famiglia tradizionale, evidentemente, non si rendono conto che a fare le spese della loro visione bigotta e conservatrice sono soprattutto dei minori che hanno il diritto e il dovere di essere tutelati. Non è certo il legame di sangue a creare la famiglia: proprio nel mio libro parlo di diverse realtà culturali dove la famiglia non ha la stessa struttura occidentale. Ci sono tribù di diverse famiglie che si considerano famiglia, cugini che si considerano fratelli, nipoti che vengono considerati figli… Io stessa, per quanto sia legata alla mia famiglia di sangue, devo ammettere che senza i miei amici più cari, non ne conto più di quattro o cinque, sarei crollata. Loro sono stati la mia famiglia quando mi sentivo rifiutata.

Il tuo libro contiene anche un corposo dibattito culturale, per mettere insieme il quale sei riuscita a dialogare con molte persone addette ai lavori fra le più preparate oggi, nel nostro Paese, in fatto di psicologia ed avvocatura; infine, sei andata diritta alla fonte ed hai lasciato la parola alle dirette ed ai diretti interessati ovvero le madri ed i padri, biologici e non che, malgrado la mancanza di leggi a tutela delle loro figlie e dei loro figli, tutti i giorni fanno i conti, nelle relazioni interpersonali, con quell'assenza legislativa. Che quadro ne è venuto fuori?
Ho notato un grande sconforto soprattutto da parte degli avvocati e con mio grande dispiacere. Non hanno molta fiducia nei progetti politici volti a concedere diritti alla comunità lgbtqa+. Gli psicologi non hanno fatto altro che confermare ciò che “di pancia” ho sempre saputo: si può essere bravi genitori anche se omosessuali. I figli crescono liberi, con meno sovrastrutture e con la possibilità di sperimentare attività e giochi che di default vengono considerati lontani dal proprio genere di appartenenza. Addirittura, da studi effettuati su ragazzi americani ormai maggiorenni e cresciuti in contesti omogenitoriali, è emerso che hanno livelli più elevati di socialità e inferiori problemi di depressione, alcolismo e droga rispetto a coetanei cresciuti in famiglie cosiddette tradizionali. Questa, per me, è l’ennesima dimostrazione che l’orientamento non basta a renderti un buon genitore. Se bastasse questo, il mondo sarebbe pieno di persone oneste, integerrime, con dei valori sani… Vivendo in società ogni giorno mi accorgo che, purtroppo, non è affatto così. Parlando con i genitori è emerso che la società è più avanti della politica: ho incontrato bambini molto sereni che finora non hanno incontrato particolari problemi nonostante vivano in una società eteronormativa.

Le presunte aperture papali in merito all'omosessualità sembrano essersi infrante contro lo spesso muro rappresentato dal documento finale del Sinodo straordinario della famiglia (ottobre 2014); da quel dettagliato resoconto sarebbero scomparsi gli indubbi progressi che, a metà dei lavori, erano usciti fuori dalle varie discussioni sinodali. Leggendo le fonti giornalistiche più accreditate sembra, inoltre, che il mondo cattolico sia diviso tra chi difende a spada tratta l'operato di Papa Francesco e chi invece non crede che quella messa in atto dal Pontefice sia un'evoluzione. Tu che cosa ne pensi?
Penso sinceramente che l’Italia dovrebbe essere uno Stato Laico dove la Chiesa non interferisce in questioni così delicate e che, per altro, non la riguardano. Possono continuare a vivere nella loro bolla di vetro, dove tutto è statico e nulla cambia, dove la famiglia “Mulino Bianco” esiste, senza impedire al resto del mondo, che invece vive nel mondo reale, fuori dalla bolla, di vivere come gli pare. Non credo più nella Chiesa, l’istituzione guidata da potere e fame di denaro che pretende di insegnare a noi poveri plebei cos’è la morale, cos’è l’etica, cos’è la famiglia.

Infine ti chiedo quali siano i tuoi progetti a più breve termine.
Al momento sono molto concentrata sulla promozione del mio libro: dopo diverse presentazioni nella mia città natale, Milano, sono stata invitata prima a Roma, dove sono intervenuti come relatori l’avvocato Antonio Rotelli, il papà Dario De Gregorio e importanti esponenti del PD, Giulia Tempesta e Sara Lilli e di SEL, Imma Battaglia, oltre alla Presidente del Municipio I di Roma, Sabrina Alfonsi e il Presidente del Circolo Mieli, Andrea Maccarrone; successivamente sono stata a Foggia grazie ad AGedO, dove sono stata accolta con grande calore dalla Presidente Maria Rosaria di Spirito e da tutta la comunità e dove sono intervenuti l’Avv. Dimitri Lioi, l’antropologa Rosa Parisi e la Presidente di Famiglie Arcobaleno, Giuseppina La Delfa. Sarò ospite a Treviso in ottobre e sto organizzando un’altra presentazione a Mantova. Certo, non nego che mi piacerebbe scrivere ancora, gli argomenti che mi appassionano sono tanti, uno su tutti la transessualità, ma voglio aspettare ancora un po’ prima di rimettermi a studiare.

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