mercoledì 7 ottobre 2015

Sale d’attesa: la storia di Aurora, primo caso in Italia di cambio di sesso senza intervento chirurgico (2)

di Lidia Borghi

Segue da questo articolo

Aurora ha avuto accesso alle cure ormonali a metà del 2014; l’intera famiglia organizza in quel periodo l’inizio della transizione vera e propria della figlia. A guardarla adesso, suo padre ne è orgoglioso e non solo per la bellezza fisica. Pochi mesi dopo hanno avuto inizio i problemi burocratici: la giovane studente ha cominciato a rifiutarsi di andare all’Università, tale era il suo malessere nel vedere che i volti degli impiegati e delle impiegate della segreteria, oppure del corpo insegnante, le rimandavano stupore misto ad imbarazzo ogni volta che lei, di aspetto inopinatamente femminile, si presentava per ritirare qualche documento oppure per dare un esame con la carta d’identità intestata ad un maschio biologico.
Di seguito il pensiero di suo padre.



«Anche questo è un vuoto della società: la disinformazione, unita all’ignoranza abissale, fanno sì che una persona transessuale provi enormi disagi che finiscono per ripercuotersi sulla sua salute psicofisica. Spesso la gente non si rende conto che l’incongruenza che si viene a creare tra il nome scritto sui documenti e l’aspetto fisico fa male, oltre a ledere la dignità di tante persone, che vengono lasciate sole dallo Stato. Mi riferisco alla scelta del bagno pubblico oppure a quella della fila giusta, quando si va a votare, per non parlare delle Forze dell’ordine, qualora ti fermino per un qualsiasi controllo che preveda di tirare fuori la carta d’identità. (…) Quante persone comprendono il malessere che prova un individuo in transizione di genere, nel momento in cui chi di dovere controlla i dati anagrafici e, alzando gli occhi, nota la mancata corrispondenza dei tratti somatici a quelli presenti sulla fotografia? Perché dobbiamo essere così vincolati a quei due generi fissi, maschio e femmina? Inoltre nella mente dei genitori – come è accaduto anche a noi – scatta il pensiero: “Mai avrei pensato che tutto ciò sarebbe accaduto a noi”».

Per non parlare del percorso sanitario: spesso le persone in transizione di genere e i loro congiunti si trovano a dover fare i conti con medici di base mal disposti a prescriver loro gli ormoni, pur se di fronte ad una precisa diagnosi medica specialistica; i farmacisti, dal canto loro, non possono distribuirli se non dietro presentazione di ricetta regionale, il che rappresenta un’enorme ostacolo, poiché ogni confezione di estrogeni, nella fattispecie, dura solo due o tre giorni e il ritorno in studio dal medico di medicina generale, diventa un’inevitabile dilatazione dei tempi della terapia, per non parlare del dispendio di energie.

L’ultimo blocco, quello che fino alla sentenza del giudice Bonanzinga non consentiva alternative, è rappresentato dalla riassegnazione chirurgica dei genitali primari che, prima della sentenza messinese, era la conditio sine qua non per avere il cambio anagrafico sui documenti d’identità.

Per Aurora e i suoi genitori si è trattato di «una battaglia continua – ha spiegato il padre – fatta di opposizione spesso umiliante e continui intoppi burocratici», per tacere del bullismo e delle derisioni, a causa delle quali la figlia ha cominciato a non uscire più, poiché il suo aspetto androgino era diventato fonte di ulteriore disagio, «sempre a causa di questi assurdi modelli sociali, che io abolirei del tutto, insieme ai termini uomo/donna, perché siamo tutte persone», è la conclusione del padre.

A livello amministrativo la famiglia di Aurora si è mossa in modo tempestivo.

«L’incongruenza tra il genere presente sui documenti e quello percepito le provocava malessere, poiché dall’altra parte c’erano quasi sempre persone non preparate dalla società. Questi e altri impedimenti hanno fatto sì che mia moglie e io ci attivassimo per aiutarla a eliminare al più presto il disagio psicologico, così abbiamo ricominciato a documentarci e abbiamo scoperto che la legge impone la riassegnazione chirurgica per poter modificare il genere sui documenti ma, in Italia, le liste d’attesa per l’operazione sono lunghissime – si parla addirittura di due/tre anni – e tu ti rendi conto che non puoi dire a tua figlia che dovrà subire tutto quel disagio per così tanto tempo, solo perché la legge impone quanto le ho appena riferito. Tanto più che, una volta effettuato l’intervento, le dosi ormonali vengono diminuite alquanto, evitando alla persona molti di quegli effetti indesiderati che tanto influiscono sul corpo. L’alternativa è rappresentata dalle strutture che si trovano all’estero, ma chi può permettersele? I costi sono elevatissimi e i Paesi che li offrono lontani. Infine, ammesso e non concesso che Aurora avesse accettato di aspettare, non avrebbe avuto garanzie in merito all’esito dell’intervento ricostruttivo: durante le mie tante ricerche di testimonianze, sono incappato in una donna MtoF (Male to Female, dicitura della lingua inglese che indica la transizione di genere dal maschile al femminile, ndr), che si è vista costretta a fare causa a un ospedale di Roma; in ciò io ci leggo, purtroppo, un atavico rifiuto da parte della mentalità maschilista italiana di tutto ciò che esula dal binarismo di genere, per non parlare dell’associazione transessuale femmina = prostituzione».

Per la giovane transgender e i suoi genitori ha avuto così inizio un secondo calvario, rappresentato per l’una dalla reclusione entro le quattro mura domestiche e per gli altri dal fatto di dover azzerare vent’anni di declinazioni al maschile, ogni volta che si rivolgevano ad Aurora; anche il passaggio dal nome anagrafico a quello di traguardo è stato fonte di fatica iniziale, per non parlare del fatto, già sottolineato, di dover cominciare da zero nel documentarsi con il poco materiale a disposizione.

«Molte associazioni da tempo organizzano convegni e dibattiti di sensibilizzazione, con distribuzione di opuscoli che diano la possibilità alle persone di conoscere per capire, poiché manca tutto un linguaggio Lgbtqai (acronimo che indica le persone lesbiche, gay, bisessuali, transessuali/transgender, asessuali ed intersessuali). Io ero ignorante completamente, nei confronti di mia figlia, poiché non conoscevo la differenza tra identità di genere e orientamento sessuale e oggi, invece, so che lei ha un’identità femminile e un orientamento omosessuale. Se io avessi avuto del materiale informativo allora, quando tutto ancora era da fare, avrei affrontato la condizione di mia figlia in modi più diretti, più veloci e non brancolando nel buio, da solo. Aurora avrebbe imparato anche da quel materiale informativo ciò che lei sentiva di essere. In quel modo chiunque potrebbe, oggi, far tesoro di notizie riguardanti condizioni perfettamente riconosciute dalla società sulle quali magari anche la Chiesa avrà messo lo zampino, pur di non far sapere nulla. Io sono credente, ma non mi considero più cattolico, poiché non accetto in toto la Dottrina, se deve andare contro le persone transessuali e mi rendo conto, dopo questa esperienza, che la Chiesa cattolica ha una pecca notevole; pensi che dobbiamo a Benedetto XVI un provvedimento – non saprei come altro definirlo – in base al quale a tutte le parrocchie è stato intimato di non modificare né il nome né il sesso di qualsiasi soggetto nato, poiché il battesimo è equiparato al certificato di nascita. Se un domani mia figlia andasse in chiesa con la sentenza e tutti gli attestati medici, le rifiuterebbero il cambio di nome sul documento battesimale».

La questione è ancora più complessa, come ha confermato il padre di Aurora, nel caso del cambio anagrafico del genere, previa operazione di riassegnazione dei genitali primari e con tanto di certificati medici e psichiatrici, oltre alla sentenza del giudice, la Chiesa cattolica non riconosce le persone transessuali, poiché per la sua Dottrina sia la terapia ormonale sia l’intervento di demolizione prima e di ricostruzione poi, sotto i ferri, sono tanto superficiali da non poter modificare l’intimo della persona, che è stata creata femmina o maschio da Dio, senza se e senza ma; il problema, che la Chiesa sembra non aver mai preso in considerazione, è che i soggetti transgender nascono in quanto tali, a prescindere dalla transizione chirurgica, per cui non saranno gli ormoni o il bisturi a cambiare la loro natura: tutto l’iter che stiamo analizzando rappresenta solo un modo per riadeguare il corpo ovvero l’aspetto esteriore, sessuale e morfologico alla mente, al sentire profondo ed all’identità personale, che è sempre stata quella.

Invece la Chiesa nel suo insieme è fissata sul fatto che, essendo una persona battezzata, sia nata così com’è e che la trasformazione avvenga dopo, il che dà vita ad un’assurdità poiché, nel caso in cui due persone trans non operate si mettessero insieme e volessero sposarsi, avrebbero la facoltà di farlo e la Curia non potrebbe opporsi; invece, nel caso di due soggetti che si siano sottoposti alla riassegnazione chirurgica, il Diritto Canonico riterrebbe l’unione matrimoniale nulla, poiché la persona operata non può affrontare il rapporto sessuale mediante penetrazione.
Il padre della giovane siciliana così ha commentato la questione.

«Nella Dottrina non si parla quindi di mancato concepimento per sterilità, altrimenti la Chiesa dovrebbe rifiutare il matrimonio alle persone sterili. La generazione è stata messa a margine, a favore della più importante penetrazione, che avviene durante la copula. Cose da vergognarsi! Nel caso nostro, mia figlia potrebbe ancora sposare una donna e la Chiesa non potrebbe muovere un dito, ma dovrebbe acconsentire al fatto che ad unirsi siano due donne. Vorrei tanto sapere che cosa ne direbbe il Papa: se non mi permettete di modificare il genere sul documento battesimale e poi avete da ridire sul mio matrimonio, c’è qualcosa che non va, una evidente incongruenza, degna di menti davvero perverse, a mio avviso. Quei duecento grammi in più o in meno sono tanto importanti per la Chiesa cattolica? E pensa quante cose ho scoperto, grazie a mia figlia, e quanti impedimenti assurdi ha imposto la Chiesa al nostro vivere civile!»

Gli scopi della presente inchiesta sono molteplici, come i colori dell’iride e le sue infinite sfumature, e abbracciano l’identità personale, i diritti umani, la dignità di ogni essere vivente, l’amore dei genitori nei confronti della prole e viceversa, il Diritto, il Legislatore, il Parlamento, oltre a quel sentire profondo che ci spinge o meno ad abbracciare la fede e la spiritualità; ecco perché il papà di Aurora mi ha confessato di provare commozione, ogni volta che riprende in mano il testo della sentenza del giudice Bonanzinga, per leggerla oppure per mandarla a qualche associazione o privato/a che ne voglia analizzare gli esiti, al fine di ottenere lo stesso diritto all’autodeterminazione che, con costanza e volontà, Aurora e i suoi genitori hanno perseguito, fin da quando il disagio della figlia venne fuori. Oggi quel padre, forte di una documentazione costante e di una grande consapevolezza, si esprime in codesti termini.

«Quello che a me sconcerta, alla luce dell’esperienza che ho potuto maturare grazie a mia figlia, è il fatto che all’interno delle famiglie in cui sia presente una persona omo/bi/transessuale ci debba essere uno sconvolgimento spesso radicale: la condizione delle nostre creature non dovrebbe gettare scompiglio tra genitori e parenti vari, poiché è la loro natura ad essere tirata in ballo (…). Quando mia moglie e io ci rendemmo conto che Aurora stava provando disagio, ci attivammo subito per porvi rimedio, senza giudicare in alcun modo la sua condizione. Mai ci siamo vergognati o disperati; invece, all’interno di molti nuclei parentali, sembra che accada la rivoluzione: nulla è più come prima, madri disperate, padri che buttano i figli fuori di casa a male parole o a calci. Ma che cos’è, questo, amore?»

Quando il colloquio telefonico sta per volgere al termine, il padre di Aurora torna sulla questione cattolica: proprio non gli va giù che il capo della Conferenza Episcopale Italiana abbia di recente usato il termine “transumano” (http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/03/23/teoria-gender-cardinale-bagnasco-edifica-transumano-identita/1530239/: “Il gender edifica un ‘transumano’ in cui l’uomo appare come un nomade privo di meta e a corto di identità”).

«Ebbene, quella persona andrebbe denunciata, se non fosse che lo Stato non ha giurisdizione nei confronti del Vaticano, per il quale neppure il Tribunale penale dell’Aja ha poteri di denuncia. Ecco, quella è un’offesa a me come genitore e a mia figlia come persona. Io non permetto a quell’ignorante di definire in questo modo le persone. Questa non è la mia Chiesa! Le persone trans vivono delle condizioni terribili: durante il primo periodo della transizione, mia figlia mi obbligò a togliere tutti gli specchi sparsi per casa, poiché non si riconosceva nell’immagine che le veniva restituita. Era come se vedesse un mostro. Se a questo disagio aggiungi una famiglia che ti rifiuta, uno Stato impreparato e una Chiesa offensiva, il quadro che ne risulta è desolante ed è fatto di suicidi, violenza fisica e verbale ed emarginazione. Per me questo è il male puro».

Continua…


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