martedì 10 novembre 2015

Magari! Perché no? Il coming out in età adulta

di Lidia Borghi

Si viene al mondo in una società che discrimina chiunque non si uniformi ad una serie di norme non scritte. L’infanzia è un’immersione nel mare magnum degli stereotipi di genere, quelli che vogliono le femminucce fragili esserini isterici da proteggere e zittire e i maschietti tutti d’un pezzo, duri, puri e senza lacrime, perché la commozione è segno di fragilità, quindi roba da femmine, il fiocco rosa di qua e quello azzurro di là. Una volta raggiunta l’età puberale ci si accorge che qualcosa non deve andare per il verso giusto se ci si innamora del compagno di banco oppure della maestra e si finisce per rimuovere una sana pulsione naturale.

Poi è la volta dell’adolescenza, in cui quel fiume di ormoni e di sensazioni mai provate prima viene soffocato dalle convenzioni sociali e il subconscio continua a gonfiarsi di rimozioni, che invece faremmo meglio ad ascoltare; così intorno ai 18 anni, se sei maschio devi cominciare ad incarnare la figura del principe azzurro, se femmina devi cominciare a pensarci e, incalzata da una famiglia che ti vuole sposata ad uno straccio di marito e madre di almeno due creature prima dei 25 anni – «ma solo dopo aver terminato gli studi, ché un diploma serve sempre» – cominci a frequentare tutti i ragazzi che puoi e, nel momento in cui il tipo di turno ti mette le mani addosso per quelle che dovrebbero essere carezze e non violazioni più o meno esplicite del tuo corpo, in un nano secondo ti rendi conto che non vorresti essere lì e ti domandi perché quelle attenzioni ti procurino un moto di disgusto.

E se sei maschio?
Dovresti avere un cambio automatico in mezzo alle gambe che ti procuri un picco ormonale ogni volta che vedi una bella figliola che ti fa l’occhio di triglia, anche se il tuo chiodo fisso è l’avvenente accompagnatore della fanciulla in fiore. Poi incontri colei/colui che, per una qualche oscura ragione a te incomprensibile, riesce a farti battere il cuore; credi di essertene innamorato/a, insieme vi trovate tutto sommato bene e cominciate a progettare la vostra vita insieme: il fidanzamento ufficiale con scambio di anelli e cena propiziatoria per far conoscere i futuri consuoceri, la lista di nozze, l’acquisto della casa quando è possibile, l’organizzazione della cerimonia nuziale, rigorosamente in chiesa, da parte della madre della sposa, già in agitazione al solo pensiero, infine il grande giorno arriva e vi unite nel sacro vincolo del matrimonio davanti al prete, dopo di che provate a concepire una creatura.

Malgrado ciò, che tu sia femmina oppure maschio, continui a provare lo stesso sentimento di inadeguatezza e di strisciante angoscia e, durante i momenti d’intimità, che più passa il tempo e più si fanno rari, nella posizione del missionario, la tua mente comincia a riempirsi di pensieri quali: «Speriamo che finisca presto»  e scacci dalla mente con sempre maggior frequenza domande del tipo: «Tutto questo era davvero ciò che volevo per me stesso/a?». Dopo di che non ti resta che correre in bagno a vomitare oppure a riempire lo stomaco con tutto ciò che trovi nel frigorifero.

Quando infine la famiglia si è allargata, grazie all’arrivo di un figlio o di una figlia, per l’ennesima volta quei pensieri ritenuti malevoli vengono accantonati in un angolino della mente, fino a che non scoppia la prima crisi coniugale, seguita dalla seconda, dalla terza, dalla quarta e dalla quinta e così via. Il giorno in cui s’è perso il conto delle sfuriate, ci si rende conto che c’è qualcosa che non va: se sei femmina hai già preso a disprezzare l’uomo che credevi di amare e che hai sposato dieci, quindici anni prima; se sei maschio la donna che ti dorme accanto ti risulta infine come un’estranea.

Nel frattempo il figlio e/o la figlia si sono fatti grandicelli e quel tarlo, che oramai si è installato nel tuo cervello e ha praticato un foro profondo come la fossa delle Marianne, torna a tartassarti con il suo incessante “cric… cric… cric…” come fosse un disco rotto, soprattutto durante le lunghe notti d’insonnia trascorse a rigirarti nella tua parte del letto nuziale, senza darti un attimo di tregua, fino al punto di rottura. Tu non ti rendi conto in quale momento della tua vita hai deciso che vuoi avviare le pratiche della separazione, né il subconscio giunge a darti un qualche aiuto, per ora, ma sai con certezza granitica che quell’uomo, quella donna davvero non lo/la vuoi più tra i piedi e che oramai a legarvi è solo il bene dei figli.

Poi, un giorno, quando tutto quel dolore è solo un ricordo lontano e tu, infine divorziato/a, ti sei riappropriato/a della tua autodeterminazione immolata decenni addietro sull’altare delle convenzioni sociali, imbevute di dottrina cattolica, ecco che quel tarlo ricomincia a farsi sentire con il suo implacabile “cric…” e tu ripensi a tutte le volte in cui – se uomo – ti sei scoperto con una vistosa erezione ammirando un corpo maschile sotto la doccia, in palestra e – se donna – del tutto eccitata dalla visione di curve femminili: dapprima si tratta solo di sensazioni lievi e appena accennate ma, siccome il subconscio non mente e ha una memoria di ferro, eccolo a rifarsi avanti per ricordarti con alcuni colpetti discreti sulla spalla che tu, in passato, stavi davvero bene solo quando potevi uscire con il tuo compagno di banco oppure con l’amica del cuore a divertirti in giro per la città, parlando a ruota libera di tutto ciò che ti passava per la mente e che con quel ragazzo, con quella ragazza eri te stesso/a, libero/a, spensierato/a e, se pure un fugace pensiero ti spingeva a desiderarne un bacio rovente, non ti facevi masturbazioni mentali di alcun tipo e, anzi, pensavi: «Magari! Perché no?».

Dopo un periodo di ulteriore angoscia emotiva, in cui a farla da padroni sono pensieri del tipo: «Si tratta solo di sensazioni senza costrutto… Non posso essere ‘dell’altra sponda’. Proprio io, poi (così mascolino/così femminile), ma no, dai, non può essere. Che direbbero i miei figli, se? Sai che casino, se si venisse a sapere? No, davvero, devo reprimere tutto ciò. Vorrà dire che farò qualche seduta di psicoterapia e tutto passerà». Piano piano cominci a non negarti più quei sentimenti che avevi soffocato per tanto, troppo tempo, ma non sai da che parte cominciare per capire se è vero che sei omosessuale oppure se puoi continuare a macerarti nella falsa convinzione di essere “come tutti gli altri”.

Quindi ti capita di incontrare una persona che davvero è “dell’altra sponda” perché, se è vero che il pensiero è fatto di energia e l’energia è in grado di viaggiare nello spazio alla velocità del lampo in cerca di impulsi elettrici affini prima o poi, per la legge dell’attrazione, di conoscere un gay o una lesbica ti accade sul serio e allora tutto cambia, perché quel magico scambio di idee e perplessità che si viene a creare, in realtà tu lo andavi cercando da un tempo, che ti sembra enorme e così inizi ad aprirti come un fiore in primavera e hai pure la fortuna di avere di fronte una persona che, senza secondi fini, ti mette il cuore in mano e ti spinge in modo delicato a confidarle i tuoi atroci dubbi; soprattutto è grazie a quella presenza discreta che comprendi che non vi è nulla di “sporco” nel desiderio di stringere, baciare e accarezzare il corpo di un individuo del tuo stesso sesso e che, anzi, se voluto con amore, quell’insieme di gesti si trasforma in uno degli atti più intensi che esistano, un incontro di anime che diventano una cosa sola, mentre si uniscono durante un rapporto d’amore fisico.

Cominci così a riappropriarti di una parte di te che ti eri negato/a per un tempo che ora ti appare infinito, se ripensi a tutti gli anni trascorsi a vivere una vita che non ti apparteneva, come un automa cui venga comandato che cosa dire e che cosa fare; il passo successivo consiste nel ritrovare integra quella tua identità personale che avevi annegato nel mare delle convenzioni sociali e delle regole non scritte e capisci che davvero tutto è possibile, anche il fatto, infine, di arrendersi all’amore. Questo è ciò che accade, spesso, agli uomini ed alle donne che si scoprono omosessuali in età adulta.

Ci vuole coraggio per uscire allo scoperto e ciò accade non per mera esibizione, ma perché diventa impellente il bisogno di non mentire più a noi stessi/e e a chi ci sta intorno pur se molti/e per paura continuano a condurre vite doppie, colme dell’ansia di venire scoperti/e, preferendo relazioni fugaci ad un coming out liberante e catartico; ci vuole coraggio per vivere una vita piena e gratificante, ci vuole coraggio per ricomporre i cocci di un’esistenza spezzata dal pregiudizio e dal terrore, ci vuole coraggio per essere persone autentiche ma, quando ciò si verifica, nulla sarà più come prima e quella sottile, serpeggiante sensazione di inadeguatezza di fronte ad una società che pretende di essere etero-normata comincia ad abbandonarci, per lasciarci infine liberi/e di imboccare la strada che davvero volevamo percorrere, tanti anni fa, fin da quel primo, rivoluzionario vagito, perché l’anima già sa che cosa diventeremo, ancor prima della nascita. Dobbiamo solo lasciarla fare.


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