venerdì 8 gennaio 2016

L'Osservatore Romano dedica un articolo omofobico al film Io e lei


di Lidia Borghi

Il 7 novembre 2015 il giornalista Dario Fertilio ha reso un pessimo servizio alla deontologia della nostra professione scrivendo del film Io e lei di Maria Sole Tognazzi sulle pagine de L'Osservatore Romano. Il risultato è un articolo pieno di accenti omofobici ed irrispettosi nei confronti delle donne in genere e di quelle omosessuali in particolare.

Nella premessa la relazione d'amore fra le due protagoniste viene definita “ménage paraconiugale”, anche se il peggio giunge subito dopo: grazie ad un uso magistrale dei verbi al modo condizionale e ad una scrittura ricercata, ma senza sostanza, il collega milanese sostiene infatti come l'omosessualità non debba essere messa “sullo stesso piano dell'amore fra uomo e donna”, poiché la sceneggiatura di Io e lei ha la pretesa di posizionarla addirittura più in alto rispetto alle relazioni fra due persone di sesso diverso, in quanto “più disinteressata, comprensiva, appagante”. La sarcastica esaltazione della famiglia tradizionale spinge quindi Fertilio a giungere ad una prima conclusione: le unioni “gay” (sic) devono poter godere non solo degli stessi diritti delle altre coppie, ma anche di qualche privilegio, come quello di avere accanto una “creatura dello stesso sesso” che, in quanto tale – e, si badi bene, solo per tale ragione – è in grado di offrire piena condivisione di “gusti e necessità”, fra cui quelle che ogni buona moglie etero/angelo del focolare conosce alla perfezione ovvero la preparazione della cena per dare il benvenuto all'amato bene al suo ritorno a casa ogni sera, le pantofole in mano, in un tripudio di feste, baci e abbracci, come se le persone lesbiche e gay cercassero in coloro di cui si innamorano un doppione di se stesse e non lo stesso amore.
Che il film di Tognazzi sia politico lo capirebbe anche una creatura di cinque anni e non perché l'accesso pieno e legittimo al matrimonio anche per le persone dello stesso sesso significhi, come ha asserito Fertilio – dimostrando oltretutto di non sapere di che cosa stia parlando – “un isolarsi obbligatorio dal mondo esterno, 'normale', naturalmente incapace di comprendere i comportamenti devianti dalla norma” con riferimento all'esigenza di una delle due protagoniste di non rendere pubblica la sua relazione con una donna a causa dell'omofobia interiorizzata.
Frasi quali “alone di tristezza claustrofobica”, “via di fuga mentale”, “celebrazione (...) della personalità afflitta da ego ipertrofico”, “elogio dell’amore in provetta e dell’utero in affitto”, “rinuncia alle sfide della vita” e “retorica montante sulle unioni civili” – per citare solo le più irrispettose – mettono in luce la mancanza d'etica professionale di un giornalista della vecchia scuola noto, tra l'altro, per alcuni ottimi saggi, dal quale mai ci saremmo aspettate/i un simile sfoggio di partigianeria ideologica.
Io stessa non saprei come altro definire il meschino tentativo operato da Fertilio di ribaltare la morale corrente, quella che sventola la bandiera della famiglia stile Barilla al fine di dimostrare a chi legge la finta superiorità delle unioni fra persone dello stesso sesso e di portare al mulino del quotidiano per il quale scrive – l'organo ufficiale dello Stato Pontificio – l'acqua attinta al pozzo senza fondo del pregiudizio.
Chi riesce a trovare in tutto ciò una seppur minima parvenza d'amore evangelico me lo faccia sapere, ché io non ne sono stata capace.
Ad essere chiamate in causa, in modo diretto, dalle parole dell'articolo di Dario Fertilio sono le persone cristiane in genere e quelle cattoliche in particolare poiché, se noi dovessimo mai prendere sul serio codesto sproloquio, vuoto in modo intenzionale e maledettamente di parte come molta ”informazione a libro paga”, saremmo costrette/i a domandarci che fine abbia fatto l'ingiunzione evangelica contenuta nel più alto Comandamento lasciatoci in eredità dal Cristo, “Amerai il prossimo tuo come te stesso”.

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