martedì 10 maggio 2016

Tutta colpa di Po


di Lidia Borghi

Volete capire come si fa il lavaggio del cervello gender ai bambini? Ad esempio con il protagonista di Kung Fu Panda che ha due papà.” (14-03-2016) Con queste parole, divulgate dal suo profilo Facebook, il giornalista Mario Adinolfi ha criticato il terzo episodio di uno dei film animati più cari alle creature di mezzo mondo. Centinaia i commenti, in gran parte negativi, ad un'uscita che sembrava studiata a tavolino, grazie alla quale il direttore del quotidiano La Croce e fondatore del Partito della Famiglia è riuscito ad attirare su di sé l'attenzione mediatica italiana.

Po, il protagonista della pellicola, ritrova in età adulta il padre biologico Li Shan, tanto da suscitare le gelosie di mister Ping, l'oca maschio che lo ha cresciuto; lieta fine assicurata nella finzione ed enorme sconcerto nel mondo reale, dopo che il post di Adinolfi ha cominciato a fare il giro dei social media, diventando, così, virale.
Persino Radio Vaticana ha dedicato uno spazio entusiasta, di quasi due minuti, al film; rispondendo ad una precisa domanda di Luca Pellegrini in merito alla morale della vicenda, il doppiatore italiano dell'eroe peloso, Fabio Volo, ha infatti affermato che “i messaggi che passano sono fantastici: non farti mai dire dagli altri che non puoi fare delle cose; credici fino in fondo (…).
Il 15 marzo lo stesso Volo aveva riservato a chi era in ascolto sulle frequenze di Radio DJ un litigio epocale con il giornalista ultra cattolico, mentre le/i giornaliste/i delle maggiori testate italiane riportavano la notizia del post di Adinolfi sottolineando come siano diversi, nel mondo dei fumetti, i casi di famiglie de facto composte da individui che neppure in modo remoto potrebbero essere ricondotte a quella naturale di cui il giornalista è diventato strenuo difensore.
Che Mario Adinolfi sia un soggetto psicolabile e che dovrebbe farsi curare da un/una psichiatra, come gli ha consigliato Volo in diretta, non sta a me dirlo; faccio invece notare come la storia di Kung Fu Panda 3 sia bella perché tratta dei temi più cari a tutte le persone: il rispetto, la lealtà, l'amicizia, quell'unione che, come recita il detto popolare, fa davvero la forza e l'amore, l'unica energia che è in grado di sconfiggere il male, rappresentato nel film dal feroce Kai, prima amico ed allievo prediletto del maestro-tartaruga Oogway, poi traditore, la cui vicenda ricorda quella di Lucifero, l'angelo decaduto, per non parlare dell'epilogo, che ci mostra la forza primigenia che permea di sé tutto ciò che ci circonda, il Qi o Chi, alla quale le bambine ed i bambini presenti in sala hanno applaudito a lungo con gridolini di soddisfazione, quando la sottoscritta è andata a vedere la pellicola.
Il proclama adinolfiano ha lasciato dietro di sé una coda di polemiche che volentieri ci saremmo risparmiate/i, per non parlare del fatto che il giornalista ha avuto la pessima idea di rincarare la dose, pochi giorni dopo, affidando ancora al suo profilo Facebook le seguenti parole: “Sì, resto convinto che con intelligentissima scelta (...), sia stato utilizzato un cartone animato dal successo planetario e un personaggio simpatico a tutti i bambini e adulti (...), per far passare il concetto di 'stepchild adoption': l'idea che si possa crescere con due papà, uno biologico e uno adottivo, che in assenza di una mamma questa sia sostituibile da un doppione maschile. Continuo a considerare questi modelli tremendamente pericolosi, nessuno ha due papà, meno che mai un 'papà adottivo' sostituisce una mamma. E il fatto che nel cartone animato tutto sia 'carino' e inattaccabile è il problema in più, non un problema in meno.
Il dibattito sul gender è ad un punto di non ritorno, con l'opinione pubblica divisa in due schieramenti: da una parte chi lotta affinché chiunque possa avere gli stessi diritti umani e civili del resto dell'umanità e dall'altra chi, con disonestà intellettuale, continua a voler tutelare l'indifendibile famiglia naturale di Genesi 1,27.

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