venerdì 10 marzo 2017

Gender Revolution. L'inchiesta di National Geographic Magazine che tanto infastidisce Avvenire

di Lidia Borghi

La famosa rivista statunitense National Geographic Magazine ha scelto di inaugurare il 2017 con un'inchiesta durata due anni dal titolo Gender Revolution (in italiano Gender. La rivoluzione. Come cambiano le identità di genere).
Scorrendo una delle pagine presenti in rete è possibile leggere le parole della direttrice del magazine, Susan Goldberg, la quale sottolinea quanto sia fuori lugo, oggi, il binarismo di genere maschio/femmina, in una società che fatica a fare i conti con persone che in quel binarismo non possono rientrare e perciò subiscono discriminazioni. Da quei lunghi mesi di ricerche è emersa l'analisi delle vite di ottanta creature di nove anni – molte delle quali femmine cisgender ovvero femmine in corpo di femmina – sparse per il mondo e, spesso, nate in zone depresse della Terra, in cui la vita è fatta di stenti, la casa è una baracca e la scuola un miraggio. Risultato? Diversi dibattiti sui social media, tante email e un mare di polemiche – capofila delle quali è quella del giornale della CEI – che hanno indotto la redazione italiana della rivista a pubblicare un breve inserto di risposte a domande frequenti; da queste e dalle didascalie in calce alle ottanta storie, emerge un quadro non del tutto positivo: ogni condizione fisica che si discosta da quel binarismo maschio/femmina da cui la rivista si voleva allontanare viene infatti chiamato disturbo, per esempio l'intersessualità, che è stata definita una malattia, come se il fatto di nascere con i genitali indifferenziati fosse una condizione anomala che va sistemata; la risposta contenuta nell'inserto – “Abbiamo consultato numerosi esperti per affrontare questo tema con accuratezza e sensibilità.” – non cita le fonti dei suddetti esperti e usa il termine errato e desueto di ermafrodito. La risposta di Avvenire non si è fatta attendere, per mano di Luciano Moia, non nuovo a prese di posizione superficiali e fuori luogo. Il titolo del primo articolo, datato 22 dicembre 2016, “Teoria gender. Bambini sbattuti in prima pagina per la propaganda transgender” tradisce lo scopo ideologico del suo autore, anche se il peggio è contenuto nel corpo del testo: parole quali disturbi, casi clinici, gravi difetti, patologie di genere, terapie, sindrome, problemi molto seri, malattie rare e altre, riferite a esseri umani che meriterebbero la giusta considerazione, non fanno che negar loro la dignità dovuta a ogni essere umano, mentre ci si affretta a rivendicare per essi rispetto, delicatezza e riservatezza. Secondo Moia quelle persone sono state strumentalizzate per motivi ideologici: «(...) per mostrare comprensione è necessario pubblicare decine di foto senza censura di bambini afflitti da problemi di differenziazione sessuale?» E tornano le parole che feriscono. L'intero articolo ne è pieno. Nessuna dignità e un solo scopo: trattare in modo ideologico una questione importante, che coinvolge persone transgender e intersessuali (queste ultime non sono state citate) di molte parti del mondo. Insomma, tutta propaganda gender, quella del National Geographic Magazine, per Avvenire, come ribadito nell'articolo del 23 dicembre 2016, in risposta all'intervento del direttore italiano della storica rivista statunitense, Marco Cattaneo (“Mi pare invece che l’autore dell’articolo apparso su “Avvenire” abbia trattato il numero con superficialità, senza approfondirne con attenzione i contenuti.”): in esso non si fa che ribadire la stessa accozzaglia di concetti messi insieme con l'unico intento di ferire le persone dirette interessate, senza volontà di accogliere e di far proprie le loro storie che, lungi dall'appartenere a soggetti ammalati, storti, difettosi e affetti da patologie da passare sotto silenzio, ci parlano di individui appartenenti alla stessa società che pretende di escluderle solo perché non rientrano nel binarismo maschio/femmina.

Nessun commento:

Posta un commento