venerdì 10 novembre 2017

Una pura formalità



di Lidia Borghi

Durante l’estate appena trascorsa diverse sono le notizie apparse sulla stampa ad aver fatto scalpore, fra le quali quella riguardante la lettera papale giunta a una famiglia formata da due persone dello stesso sesso.

Toni Reis e David Harrad stanno insieme da ventisette anni. Sposatisi nel 2011, sono padri adottivi di due ragazze adolescenti e di un bambino undicenne. Ad aprile la coppia li ha fatti battezzare e ha voluto informarne il Papa inviandogli una lettera dai toni gioiosi e allegando alcune foto della cerimonia. Mai e poi mai i due mariti si sarebbero aspettati di ricevere una risposta, che invece è giunta il dieci luglio scorso a firma Paolo Borgia, assessore per gli Affari generali della Segreteria di Stato in Vaticano. Nel messaggio si dice che “papa Francesco ha apprezzato la lettera”, si congratula con la coppia, invoca molte grazie divine per la famiglia, alla quale augura una vita felice nella cristianità e le invia la sua benedizione apostolica.
In Italia la notizia viene battuta dalle agenzie di stampa il nove agosto. L’undici arriva la smentita: «La lettera del papa è una risposta automatica molto generale a una delle migliaia di lettere che riceve ogni giorno e cui non può rispondere in modo personalizzato. È il suo modo di ringraziare le persone per le loro lettere.» Così ha detto Paloma García Ovejero, la portavoce del Vaticano, la quale ha smentito che il papa abbia mandato la benedizione apostolica a una coppia di persone dello stesso sesso e che le si sia rivolta come a una famiglia. Una pura formalità, insomma.
Ora, passi il fatto che lo smaltimento delle migliaia di lettere che giungono alla Santa sede abbia qualche falla e che a farne le spese sia stata la famiglia di Toni e David, ma la sovraesposizione cavalcata da molti media, che hanno fatto rimbalzare nell’etere la notizia pur di avere qualche click in più e che hanno parlato di una nuova – infondata – apertura papale nei confronti delle persone gay e lesbiche, ha finito per infondere ulteriori false speranze a tutte e tutti coloro che vivono la loro condizione di persone omosessuali cattoliche in modo doloroso.
Inoltre, il 28 luglio 2013, durante la conferenza stampa svoltasi sull’aereo che lo stava riportando in Italia dopo la visita pastorale in Brasile, il papa si lanciò nell’incauta affermazione “se una persona è gay e cerca il Signore e ha una buona volontà, chi sono io per giudicarla?”, ma poco dopo disse di essere un uomo di chiesa e si sa quale sia la posizione del Clero in merito all’omosessualità. Ebbene, quelle parole hanno avuto un effetto dirompente, poiché la maggior parte della stampa italiana le ha sfruttate per cavalcare la questione dell’inaspettata quanto inesistente apertura papale nei confronti delle persone gay e lesbiche, senza pensare al danno enorme che questa politica basata su presupposti ingannevoli sta facendo alle/ai fedeli in genere e a migliaia di donne e uomini anche cattolici di orientamento omosessuale.
Fin da quel «buona sera» con cui il neoeletto papa Francesco salutò la folla stipata in piazza San Pietro, stampa e opinioniste/i hanno cominciato a glorificarlo; più i suoi discorsi pubblici toccavano temi sociali sensibili per lo Stato italiano – diritto all’aborto, divorzio, femminicidio, precariato – meno giornaliste/i c’erano che fossero disposti a sottolineare come quei commenti rappresentassero l’ingerenza di un capo di stato estero nei confronti di una nazione laica, ma quasi tutte/i hanno preso a elogiare il pontefice progressista, quello delle aperture e nessuno o quasi che sia saltato su dalla sedia quando Bergoglio, da Tbilisi, ha parlato del gender: «C’è un grande nemico oggi del matrimonio: la teoria del gender. Oggi c’è una guerra mondiale per distruggere il matrimonio.»
Di sicuro questo andazzo non è un segno di rispetto nei confronti di chi si affida alla stampa di punta per avere la garanzia di leggere notizie certe, né è vero che la maggior parte dei media applica una linea editoriale limpida, che si concentri sui fatti anziché pubblicare mere opinioni.

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