giovedì 21 dicembre 2017

Invertiti. La storia di Nathan Leopold e Richard Loeb romanzata da Meyer Levin

di Lidia Borghi

Chicago, Illinois, maggio 1924: il quattordicenne Bobby Franks scompare. Poche ore dopo l’operaio polacco Tony Minke trova il cadavere di un bambino in un canale di scolo non lontano dal lago Michigan. Un giovane giornalista riconosce nel corpo senza vita il ragazzino scomparso, malgrado il viso e i genitali siano corrosi dall’acido.
L’investigatore capo Robert E. Crowe e la sua squadra brancolano nel buio. La scena del ritrovamento viene ispezionata palmo a palmo e, durante l’ennesima ricerca di indizi, gli agenti notano un paio di occhiali da vista. L’assassino ha i giorni contati: di quella montatura, assai particolare, sono stati venduti solo tre esemplari, uno dei quali appartiene a un brillante studente della città. Quel che ancora la polizia non sa è che gli assassini sono due.
Questo l’antefatto del lungo libro che lo scrittore Meyer Levin dedicò al cosiddetto “delitto del secolo”, che sconvolse gli Stati Uniti d’America all’inizio del Novecento (Compulsion, Simon and Schuster, New York, 1956). Scritto sotto forma di romanzo, il testo si divide in due parti, la prima riguardante l’indagine svolta dalle forze dell’ordine e la seconda il processo ai colpevoli.
Nathan F. Leopold Jr e Richard A. Loeb hanno diciannove e diciott’anni e si conoscono da poco più di cinque. La loro amicizia si fa frequentazione assidua nel periodo in cui Richard comincia a compiere piccoli atti di teppismo. Nathan lo venera, se ne innamora e decide che lo seguirà fino in capo al mondo. Entrambi sono rampolli di due ricchissime famiglie ebree della città, hanno avuto medie scolastiche molto alte e si sono laureati anzitempo, l’uno a diciotto anni all'università di Chicago e l’altro a diciassette a quella del Michigan.
I due giovani diventano amanti dalla doppia vita: di giorno irreprensibili studenti universitari e di notte, quando non distruggono e saccheggiano, provetti ballerini nei migliori locali della città.
Loeb è affascinato dal mito dell’oltreuomo di Nietzsche e crede di essere un individuo al di sopra della legge in quanto dotato di una mente superiore, un creativo libero di fare ciò che vuole, perfino mettere in pratica il delitto perfetto. Nathan e Richard progettano l’omicidio per mesi, dopo di che passano all’azione e, malgrado abbiano studiato a menadito ogni mossa, commettono una serie di errori che porta gli inquirenti a stringere sempre di più il cappio intorno al loro collo; il primo a essere interrogato è Leopold, il quale ammette che gli occhiali rinvenuti sul luogo in cui si trovava il cadavere del piccolo Bobby sono suoi e che li ha persi durante una gita per osservare gli uccelli. Quando il giovane cade in contraddizione, gli investigatori hanno già prelevato Loeb da casa per tartassarlo di domande. Gli studenti crollano e cominciano a essere studiati da alcuni psichiatri chiamati sia dalla difesa che dall’accusa.
Nel distretto di polizia di Chicago Sud tutti pensano che Leopold e Loeb siano invertiti, ma i medici che parlano con loro scoprono che entrambi sono rimasti traumatizzati da piccoli perché rifiutati dai loro genitori e affidati a governanti che li vessavano; da ciò deriverebbe l’inversione del desiderio dei due. All’inizio del Novecento questi pochi indizi erano sufficienti per dire che due persone trascurate dai famigliari si erano “ammalate” di omosessualità, ma quegli specialisti appurano che in Nathan e Richard c’è qualcosa che a livello psichico ha finito per minare la loro salute mentale e che trae la sua origine dai primi anni di vita, il disturbo ossessivo compulsivo.
L’opinione pubblica invoca la pena di morte, ma l’avvocato dei giovani, Clarence Darrow, riesce a far dare loro l’ergastolo. Il processo ha fine. Giustizia è fatta. Nathan uscirà dal carcere nel 1958, Richard vi morirà nel 1936 accoltellato da un detenuto che lo aveva accusato di molestie sessuali.

Nessun commento:

Posta un commento